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La Mandela iraniana avverte: “Il cambio di regime non può arrivare con un intervento militare esterno”

Nasrin Sotoudeh (ansa)

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L’intervista a Nasrin Sotoudeh. “Il governo iraniano da quarant’anni utilizza gli slogan ‘morte a Israele’ e ‘morte all’America’. Non è questo che la gente vuole”
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La chiamano la Mandela iraniana, ma lei rivendica con orgoglio il suo mestiere di sempre: avvocato in difesa dei diritti umani. Nasrin Sotoudeh in Iran significa legge, e democrazia. Premio Shakarov del Parlamento europeo, ha iniziato a battersi contro la pena di morte quando pochi avevano il coraggio di farlo. Ha difeso le prime donne che protestavano contro il velo obbligatorio, nel 2019. È stata condannata a 38 anni di carcere per le sua attività, ora è in permesso medico. Ci risponde dalla sua casa di Teheran, dopo una notte di guerra.

Sotoudeh, che sentimenti prova?

«Sono molto affranta per questa situazione. Gli iraniani non vogliono questa guerra. Il popolo ha chiesto alla Repubblica Islamica di porre fine a tutti i suoi interventi negli affari palestines…

La chiamano la Mandela iraniana, ma lei rivendica con orgoglio il suo mestiere di sempre: avvocato in difesa dei diritti umani. Nasrin Sotoudeh in Iran significa legge, e democrazia. Premio Shakarov del Parlamento europeo, ha iniziato a battersi contro la pena di morte quando pochi avevano il coraggio di farlo. Ha difeso le prime donne che protestavano contro il velo obbligatorio, nel 2019. È stata condannata a 38 anni di carcere per le sua attività, ora è in permesso medico. Ci risponde dalla sua casa di Teheran, dopo una notte di guerra.

Sotoudeh, che sentimenti prova?

«Sono molto affranta per questa situazione. Gli iraniani non vogliono questa guerra. Il popolo ha chiesto alla Repubblica Islamica di porre fine a tutti i suoi interventi negli affari palestinesi e di astenersi dallo spendere i soldi dei cittadini per altri scopi. Ma il nostro governo non ha ascoltato e ha esposto l’Iran a una guerra totale. Quello che offusca la nostra reputazione internazionale non è la risposta o la mancata risposta ad alcuni attacchi militari, ma il comportamento e le parole molto aggressivi delle nostre autorità. Parole che minacciano almeno metà del mondo. Lo Stato iraniano pensa a se stesso come se fosse la polizia del mondo, ma i suoi cittadini sono fortemente in disaccordo con questa postura».

Teme che si arrivi a una guerra aperta tra Iran e Israele?

«Si, abbiamo paura, sappiamo bene che la guerra spazza via in un secondo tutte le conquiste che la popolazione riesce a ottenere gradualmente. L’Iran non solo non ha risolto i problemi della Palestina ma ha anche spinto l’intera regione verso questo scenario di conflitto, una situazione a cui nessun iraniano sarebbe voluto arrivare. E questo perché c’è un governo che da 40 anni continua a dire “morte”, morte a questo, morte a quello, e chiaramente non può mettere al sicuro se stesso da questo slogan».

Le politiche di Israele hanno contribuito a questa radicalizzazione?

«Si, Israele ha una grossa responsabilità in questa radicalizzazione. Ma come iraniana guardo al mio Paese. In Israele tantissimi cittadini sono scesi in strada per protestare contro il governo radicale e fondamentalista di Netanyahu, in Iran una cosa simile non è possibile, c’è stata e c’è una fortissima repressione contro le proteste di strada, gli iraniani non hanno la stessa possibilità di esprimere in maniera chiara il loro dissenso contro questa guerra totalmente inutile e disastrosa».

C’è chi è arrivato a sostenere un intervento militare per produrre un cambiamento politico: è d’accordo con questa posizione?

«Qualsiasi tipo di regime change realizzato con un intervento militare finisce per imboccare la strada sbagliata. L’abbiamo visto in primis con la rivoluzione del ‘79 quando comitati militari presero le città e silenziarono ogni voce dissidente. Non è quello che ci auguriamo. Quello che la maggioranza degli iraniani vuole è un cambiamento basato su un processo democratico, attraverso le riforme e referendum supervisionati da osservatori internazionali. La guerra non porta democrazia».

Lei l’ha vissuta: cosa ricorda?

«Il conflitto con l’Iraq iniziò quando avevo 18 anni: sono stati giorni difficili, amari, pieni di ansia, di stress, ci svegliavamo di notte con il suono delle sirene, eravamo sempre in attesa di sentire il boato di un missile che se non colpiva la nostra casa si schiantava pochi vicoli più in là. Ma la sensazione più amara che lascia la guerra è che la morte a un certo punto diventa normale, ordinaria. Un’abitudine, e questo non deve mai più ripetersi».

Qual è la via di uscita da questo conflitto?

«Sia l’Iran che Israele dicono di non volere la guerra ma non basta, devono dimostrarlo con fatti che portino a una reale de-escalation. Lo stato iraniano deve smettere di utilizzare lo slogan “morte a” che utilizza verso qualsiasi Paese, morte a Israele, morte all’America: non riflette i sentimenti e la volontà popolare, è uno slogan di potere. L’altra priorità è che l’Iran cancelli la pena di morte utilizzata politicamente per la repressione interna».

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