Sugli schermi della televisione di stato è una tranquilla e ordinaria mattina d’autunno, le telecamere piantate nel centro di Teheran mostrano il traffico intenso, i genitori che accompagnano i figli a scuola, i mercati appena riforniti di frutta e verdura. Nelle case, negli uffici, nelle università della capitale c’è tutto un altro clima. Gli iraniani restano incollati ai telefonini affamati di dettagli sugli attacchi della notte, si chiedono ora cosa accadrà, con un misto di ansia e sollievo.
C’è paura, perché per la prima volta dai tempi della guerra con l’Iraq, una potenza straniera ha attaccato il suolo iraniano, colpendo siti strategici per la produzione e lo stoccaggio di missili e sistemi di difesa aerea, con le fiamme che hanno lambito la periferia di Teheran. La guerra tra Iran e Israele, che per vent’anni è stata combattuta con sabotaggi e omicidi mirati, è uscita dall’ombra, è un conflitto aperto senza più linee rosse definite e uno scontro totale è ancora un rischio …
Sugli schermi della televisione di stato è una tranquilla e ordinaria mattina d’autunno, le telecamere piantate nel centro di Teheran mostrano il traffico intenso, i genitori che accompagnano i figli a scuola, i mercati appena riforniti di frutta e verdura. Nelle case, negli uffici, nelle università della capitale c’è tutto un altro clima. Gli iraniani restano incollati ai telefonini affamati di dettagli sugli attacchi della notte, si chiedono ora cosa accadrà, con un misto di ansia e sollievo.
C’è paura, perché per la prima volta dai tempi della guerra con l’Iraq, una potenza straniera ha attaccato il suolo iraniano, colpendo siti strategici per la produzione e lo stoccaggio di missili e sistemi di difesa aerea, con le fiamme che hanno lambito la periferia di Teheran. La guerra tra Iran e Israele, che per vent’anni è stata combattuta con sabotaggi e omicidi mirati, è uscita dall’ombra, è un conflitto aperto senza più linee rosse definite e uno scontro totale è ancora un rischio reale. Tuttavia la decisione di Netanyahu di limitare la rappresaglia a obiettivi militari, evitando raffinerie, infrastrutture o impianti nucleari, offre alla Repubblica Islamica una via d’uscita dal ciclo della violenza, almeno per ora.
Fin dal mattino i media governativi preparano la strada, ridimensionando la portata dei raid. La portavoce del governo parla di “danni limitati”, la censura militare contribuisce a mantenere basso l’impatto visivo dell’operazione militare.
L’esercito smentisce che jet israeliani abbiano violato lo spazio aereo iraniano: l’attacco sarebbe stato condotto dall’Iraq. Il ministero degli Esteri dirama una nota ambigua, in cui ribadisce il diritto all’autodifesa dell’Iran «da atti di aggressione stranieri», senza «limiti», ma sembra una dichiarazione di principio più che una promessa di azione.
A sera, è il capo della diplomazia, Abbas Araghchi, coccolato dalle cancellerie occidentali che lo considerano espressione della parte più moderata del sistema, a puntare su un risultato politico più che su una risposta di forza: «Abbiamo esercitato una diplomazia globale durante i recenti viaggi nei paesi della regione che credo abbia mostrato i suoi risultati», dichiara, rivendicando così che gli incontri avuti nel Golfo, ma anche in Egitto e in Giordania, paesi amici di Israele, hanno contribuito a imbrigliare Netanyahu. Quando il rivale storico, l’Arabia Saudita, diffonde suo comunicato di condanna degli attacchi, la velina rimbalza sulle chat governative.
«È probabile che l’Iran si trattenga dal rispondere per ora», osserva Ali Vaez, direttore del programma Iran del Crisis group e uno dei massimi esperti di Iran. «Ogni tentativo iraniano di rappresaglia dovrà fare i conti con il fatto che Hezbollah, il suo alleato più importante contro Israele, è stato notevolmente indebolito e i suoi sistemi di armi convenzionali sono stati ampiamente respinti due volte. Al contrario, Israele ha evidenziato le vulnerabilità della difesa aerea dell’Iran e mantiene una forte capacità di escalation. In altre parole, c’è una grande discrepanza sia in termini di spada che ciascuna parte brandisce che di scudo che può schierare».
Attaccare nuovamente Israele ora significherebbe correre il rischio di coinvolgere anche gli Stati Uniti in un conflitto e nel momento di maggiore debolezza per Teheran. Due delle tre gambe su cui si fonda il suo equilibrio di deterrenza – i proxies regionali, i missili balistici e il programma nucleare – sono state fiaccate dalle guerre a Gaza e in Libano e dall’Iron dome israeliano. Teheran deve ripensare la sua dottrina di sicurezza, e potrebbe decidere di rivedere anche la sua strategia nucleare. Questo round di attacchi e contrattacchi sembra essersi concluso, ma se le guerre a Gaza e in Libano continueranno a lungo, Iran e Israele si troveranno inevitabilmente di nuovo in rotta di collisione, e più vicini a un conflitto totale.