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Orbàn e il vertice viennese dei filoputiniani che attendono Donald

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Il premier ungherese è volato in Austria dove ha incontrato il leader dell’ultradestra Herbert Kickl
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BERLINO — Da anni Viktor Orbán è diventato l’avanguardia di un’Europa distopica, populista, legata a doppio filo alla Russia imperialista di Vladimir Putin e a Donald Trump. E ormai la sua agenda calpesta qualsiasi regola senza curarsi di mantenere le apparenze. Ieri il premier ungherese è volato in Austria, dove ha evitato di incontrare il cancelliere conservatore Karl Nehammer. Ha preferito, tra le proteste, accogliere l’invito del neo presidente del Parlamento, l’esponente dell’ultradestra Fpö, Walter Rosenkranz. E ha voluto celebrare, da fondatore dei “Patrioti” al Parlamento europeo, insieme al cofondatore e leader della Fpö, Herbert Kickl, una “Dichiarazione di Vienna” che punta a mettere in risalto «la responsabilità particolare del carattere cristiano dell’Occidente» che sarebbe minacciato dall’«immigrazione illegale».

Nel testo si legge dell’obiettivo di rimpicciolire le istituzioni europee: «Bruxelles dovrebbe perdere di significato politico»: meglio la democrazia diretta, q…

BERLINO — Da anni Viktor Orbán è diventato l’avanguardia di un’Europa distopica, populista, legata a doppio filo alla Russia imperialista di Vladimir Putin e a Donald Trump. E ormai la sua agenda calpesta qualsiasi regola senza curarsi di mantenere le apparenze. Ieri il premier ungherese è volato in Austria, dove ha evitato di incontrare il cancelliere conservatore Karl Nehammer. Ha preferito, tra le proteste, accogliere l’invito del neo presidente del Parlamento, l’esponente dell’ultradestra Fpö, Walter Rosenkranz. E ha voluto celebrare, da fondatore dei “Patrioti” al Parlamento europeo, insieme al cofondatore e leader della Fpö, Herbert Kickl, una “Dichiarazione di Vienna” che punta a mettere in risalto «la responsabilità particolare del carattere cristiano dell’Occidente» che sarebbe minacciato dall’«immigrazione illegale».

Nel testo si legge dell’obiettivo di rimpicciolire le istituzioni europee: «Bruxelles dovrebbe perdere di significato politico»: meglio la democrazia diretta, qualsiasi cosa significhi. E non può mancare, per due omofobi dichiarati, un accenno sprezzante all’«assurdo moltiplicarsi dei generi» e l’immancabile riferimento alla necessità di «mettere fine alle guerre». Qualsiasi cosa significhi.

È chiaro che tra estremisti come Orbán e Kickl cresce la voglia di scartare, rispetto all’Europa e alla maggioranza di partiti tradizionali che sostengono ancora il continente. Soprattutto, sta salendo la febbre in vista delle elezioni americane del 5 novembre. La distruzione del sistema giudiziario e mediatico in Ungheria e la repressione del dissenso sono fonte di ispirazione per l’ala trumpiana dei Repubblicani. Ieri mattina il premier ungherese ha telefonato a Trump per augurargli «tutta la fortuna del mondo per martedì prossimo. Sono solo cinque giorni. Incrociamo le dita». L’ultimo incontro tra i due risale a pochi mesi fa: Orbán era andato a trovare Trump nella sua residenza di Mar-a-Lago. C’è una parte dei Repubblicani che continua a guardare con sospetto alla vicinanza tra i due: a settembre il leader di minoranza al Senato Mitch McConnell aveva criticato «il culto della personalità» che una fetta del partito ha creato intorno al premier ungherese, uno che «sta scivolando da decenni nell’orbita dei peggiori avversari dell’Occidente». Ma la sua posizione sembra, ormai, minoritaria.

Nel suo provocatorio tour viennese, Orbán ha trovato ieri il tempo di partecipare a un evento con uno dei più controversi lobbisti di Putin in Europa: l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder. Come disse un suo leggendario predecessore, Willy Brandt: ora cresce insieme ciò che si appartiene.

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