Valencia, rabbia e dolore lungo la strada della morte
dal nostro inviato Giampaolo VisettiUTIEL (Valencia) – Le catastrofi succedono perché nessuno le obbliga a chiedere permesso. «L’altra sera – grida da una ruspa sommersa nel fango Hugo Romero, viticoltore di L’Alcudia – ero sull’argine del rio Magro. Volevo vedere se l’acqua saliva, nessuno dava lo straccio di una notizia. Nel buio ho visto un foro, usciva un rigagnolo. Un istante dopo il terrapieno è esploso: una valanga di terra e di acqua, gonfia di canne, alberi, sassi e copertoni, ha inghiottito il paese e le vigne. Al mattino mi hanno recuperato sul tetto di un magazzino, seicento metri più giù. Non so perché sono vivo: le mie due vicine non ce l’hanno fatta, un terzo è disperso».
Nella regione di Valencia, sconvolta tra martedì e mercoledì da una “gota fria” che così cattiva nessuno la ricorda, la rabbia e lo stupore ridimensionano perfino la disperazione. Nei villaggi dell’interno si scava sotto la crosta dura della terra rossa per cercare i mort…
UTIEL (Valencia) – Le catastrofi succedono perché nessuno le obbliga a chiedere permesso. «L’altra sera – grida da una ruspa sommersa nel fango Hugo Romero, viticoltore di L’Alcudia – ero sull’argine del rio Magro. Volevo vedere se l’acqua saliva, nessuno dava lo straccio di una notizia. Nel buio ho visto un foro, usciva un rigagnolo. Un istante dopo il terrapieno è esploso: una valanga di terra e di acqua, gonfia di canne, alberi, sassi e copertoni, ha inghiottito il paese e le vigne. Al mattino mi hanno recuperato sul tetto di un magazzino, seicento metri più giù. Non so perché sono vivo: le mie due vicine non ce l’hanno fatta, un terzo è disperso».
Nella regione di Valencia, sconvolta tra martedì e mercoledì da una “gota fria” che così cattiva nessuno la ricorda, la rabbia e lo stupore ridimensionano perfino la disperazione. Nei villaggi dell’interno si scava sotto la crosta dura della terra rossa per cercare i morti, o con la speranza di trovare in vita i dispersi. Tutti però, con le mani rigate di sangue e il limo negli occhi, chiedono: «Come è stato possibile, perché hanno lasciato che accadesse?».
Questa “Dana” non è stata solo una bomba annunciata, ma una strage consentita. Che sarebbe arrivata si sapeva da giorni. Quando ha bussato nessuno ha chiuso la porta, intimando alla gente di restare in casa. Scuole e uffici aperti, una folla tranquilla in negozi e centri commerciali. «Due gocce – diceva il governo regionale – poche ore e poi passa». Infatti è passato, ma era lo tsunami sussurrato dai meteorologici ignorati dai politici: ventiquattro ore di trombe d’aria imbottite di sabbia e la pioggia di un anno dopo mesi di siccità.
A Turis in otto ore i litri caduti per metro quadro sono stati 630: le case si sono sciolte come zucchero nel caffè. Per capire come è scattata la trappola, bisogna lasciarsi alle spalle il mare surriscaldato di Valencia e dirigersi verso le colline dell’interno e del sud, avvolte nell’aria più fredda. A poco più di cento chilometri, sopra il paese di Utiel, la bomba d’acqua era esplosa già martedì mattina. «I primi sei anziani sono affogati in casa – dice Manuel Lopez nella carniceria Isidora, dove l’onda ha toccato il soffitto – perché non riuscivano a salire le scale. Saranno i testimoni della nostra vergogna». I primi sei morti non sono bastati a far ragionare le autorità regionali, accomodate sulle teorie della destra e degli estremisti di Vox, che negano il cambiamento climatico. «Un’onda tragica frantumata in tre fiumi principali e decine di torrenti in secca da mesi – dice la giovane Iria nel suo panificio senza pane perché l’acqua potabile per farlo a Chiva non c’è più - per ore è precipitata indisturbata a valle e verso la costa. Ho pensato: stavolta anch’io finisco diritta nel mare». Nessun allarme, fino a poco dopo le 20 non un trillo d’allerta sui cellulari da parte della Generalità valenciana. Era un’emergenza: si è lasciata trasformare in catastrofe.
Lungo l’autostrada A3 che da Valencia conduce a Madrid, restano oltre cento chilometri di auto e di camion fracassati, saltati l’uno sull’altro. La maggior parte è ancora coperta e imbottita di fango duro. «Hanno permesso che la gente – dice il camionista Francisco Asensi - circolasse come sotto un temporale. Per noi resterà per sempre la via della morte». Altro che temporale: nella regione di Valencia, in Castilla-La Mancha e in Andalusia l’acqua ha sollevato la terra in cielo e ha rovesciato una montagna sulla testa di chi passava.
I morti sono almeno 158, ignoto il numero dei dispersi e dei non contattabili a causa del collasso di linee elettriche e reti telefoniche. Quasi tutte le vittime risultano soffocate in auto, o annegate nei garage, o inghiottite dalle rapide che hanno sommerso vie, strade e autostrade, o asfissiate dall’acqua e dal fango che hanno riempito le case fino a tre metri d’altezza. «Chi è uscito dall’abitacolo per respirare – dice Ana, veterinaria a Picanya – è sparito nella corrente. Chi si è aggrappato ai lampioni sventolava come una bandiera: il vento poi se l’è portato via come una farfalla».
La colonna di carri funebri che adesso si infila nei sotterranei del palazzo di giustizia di Valencia, involontaria tragi-ironica camera mortuaria dove si cerca di dare un nome ai cadaveri, lo conferma: la sottovalutata Dana del secolo si è portata via preferibilmente bambini e vecchi. I primi erano incredibilmente a scuola. Presagendo l’imminenza del disastro i genitori sono corsi a prenderli: la piena li ha sorpresi insieme. «Gli anziani invece – dice Maria Isabel Albalat, sindaca di Paiporta - cenavano davanti alla tv. Vivono al piano terra, anche nelle case di riposo: sono spariti nei flutti rovesciati da porte e finestre. I nostri morti sono oltre quarantacinque».
Carcasse di auto, vittime, fango: le strade della morte il giorno dopo l'alluvione di Valencia
C’è un elemento costante in questo orrore. «Bastava poco per mettersi in salvo – dice Antonio, custode del circuito per auto e moto di Cheste – pochissimo. Un minuto prima in casa, mezzo metro più in alto per strada: l’altro giorno nessuno ci ha detto che ognuno sopravvive per quel poco». Il simbolo dell’assurdità è il centro commerciale Bonnaire, colosso nazionale all’altezza di Bunol. Poco dopo le 20 l’allerta della protezione civile è infine suonata. «Migliaia di persone – dice la commessa Dolores Torres – si sono infilate nel garage sotterraneo per scappare». Non aggiunge altro, ma con la mano indica le uscite ancora sotto il pelo della palude. I corpi recuperati finora sono tredici. I gommoni dell’esercito vanno avanti e indietro in cerca di bolle d’ossigeno e aspettano l’arrivo dei sommozzatori. Poco lontano, a Sedavi e Godelleta, i camion caricano i corpi estratti dalle auto di chi è riuscito a entrare in autostrada. Decine gli sciacalli sorpresi a rubare dai morti, o in case e negozi abbandonati.
Il racconto dalle zone colpite dall'alluvione: i soccorritori recuperano i corpi senza vita dentro le auto
Tra Torrent e Picassent in cielo volano ora gli elicotteri: cercano chi manca, recuperano gli alluvionati ancora sui tetti, danno la caccia ai ladri, contano i ponti crollati le strade e le linee ferroviarie bloccate dalle frane. «L’impegno per salvare vite e trovare i dispersi casa per casa – assicura il premier Pedro Sanchez, arrivato a L’Eliana, paese cancellato dalla furia del rio Turia – è massimo. La depressione meteo però non è finita: i residenti non devono muoversi nemmeno durante il ponte festivo e devono ubbidire alle istruzioni ufficiali». I social impazziscono: “E dirlo prima?”. Irriferibili i post all’uscita di Carlos Mazòn, presidente della comunità valenciana: «Il protocollo standard della sicurezza – ha garantito ieri in tv – è stato seguito». Sopravvissuti e famigliari delle vittime sono concordi sul mestiere di sua madre. «Ha demolito l’Unità di emergenza regionale – dice Carmen Perez, insegnante a Cattarroja – definendola un chiringuito: di quale protocollo parla? L’unico surriscaldamento che riconosce è quello per cementificare le coste e comprare la Coppa America di vela, ultimando la devastazione di Valencia».
Tutto è chiaro, per chi ancora «aspetta i soccorsi con i propri morti in casa», a parte un dato: quanti dispersi restano? Altri cento? Duecento? Di più? A Valencia oggi nessuno conosce la cifra sufficiente perché la prossima volta una catastrofe, per succedere, debba almeno chiedere permesso a chi ferisce la natura promettendo di difendere le nostre vite.