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Germania, resa dei conti sui tagli al bilancio: il governo Scholz verso il baratro

Germania, resa dei conti sui tagli al bilancio: il governo Scholz verso il baratro
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Socialdemocratici, verdi e liberali in lite programmano una serie di vertici di emergenza e c’è chi invoca le elezioni

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BERLINO — Il governo Scholz potrebbe scoppiare il giorno dopo le elezioni più importanti dell’anno. E se la maggiore potenza europea rimanesse senza guida dopo un eventuale ritorno dell’uragano Trump alla Casa Bianca, c’è da chiedersi morettianamente se nel mondo si noterà di più. Certo è che a Berlino, dopo mesi di agonia della maggioranza più rissosa della storia, tutti si sono segnati due date sul calendario. La prima è mercoledì 6 novembre: il giorno dopo il voto negli Stati Uniti, appunto. Allora è prevista una riunione di maggioranza capitanata dai tre leader della coalizione semaforo, ossia il cancelliere socialdemocratico, il suo vice Robert Habeck (verdi) e il ministro delle Finanze liberale Christian Lindner. E lì andrà in scena la battaglia finale sul bilancio, che dovrebbe essere discusso entro metà mese.

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L’accordo dovrebbe, in teoria, tenere i conti a posto ma senza massacrare ulteriormente la già esangue economia del Paese. E nella maggioranza le posizioni sono diametralmente opposte. In più, negli ultimi giorni è scoppiato un finimondo quando un documento preparato per il vertice di mercoledì dal liberale Lindner è finito su tutti i giornali. La sua agenda un tantino asociale vine definita a microfoni spenti da una fonte della Spd «colpo mortale alla coalizione». Per ora tutti ostentano una grande calma per non far precipitare la situazione.

Lindner, dichiarato sacerdote dell’agenda ordoliberale, propone di tagliare i sussidi di solidarietà all’Est, gli assegni sociali e di spostare in avanti la scadenza per la neutralità climatica. Un dito nell’occhio soprattutto per il collega dell’Economia, il verde Habeck, che a sua volta ha presentato un generoso maxi piano di investimenti qualche giorno fa, certamente non accolto con giubilo al quartier generale dei liberali, ossessionati dal freno al debito. Ma la sforbiciata di Lindner alle spese sociali ha suscitato anche qualche borbottìo anche nella Spd. L’umore è talmente nero che nelle scorse ore la numero uno della Spd Saskia Esken ha ammesso, per la prima volta, che è «prematuro» dire quando si andrà a votare. Se la legislatura arrivasse a scadenza naturale, il mese previsto è settembre del 2025. Ma la seconda data marcata in rosso su tutti i calendari è ora il 9 marzo: quella di un’ eventuale elezione anticipata, se si arrivasse alla rissa finale.

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Intanto Scholz sta correndo ai ripari per scongiurare il redde rationem. Secondo alcuni media avrebbe già tenuto una riunione in gran segreto alla cancelleria ieri sera con Lindner e Habeck, e altre ne seguiranno, prima di mercoledì. I socialdemocratici si illudono di poter risalire dal loro misero 15% nei sondaggi, se avranno abbastanza tempo per la loro campagna elettorale. Ma non nel clima attuale, in cui il candidato Scholz è il politico meno popolare di tutti. Marzo è una data troppo ravvicinata per l’Spd.

Tutto dipenderà da Lindner. Deve decidere se staccare la spina e rendersi ancora più impopolare tra i tedeschi che amano la stabilità. Oppure se scommettere sulla stanchezza che c’è nel paese verso l’attuale governo e conquistare qualche voto in più proprio con uno strappo. Un dilemma difficile per un partito che langue intorno al 4% nei sondaggi e che rischia, per la seconda volta nel dopoguerra, di finire fuori dal Bundestag mancando la soglia di sbarramento del 5%.

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