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La reazione dell’Europa: paura e solitudine. Così il ciclone Trump si abbatterà sulla difesa, l’economia e anche sulla coesione dell’Unione

Donald Trump con Volodymyr Zelensky (reuters)

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Possibile l’inversione di rotta americana sull’aiuto a Kiev, la politica dei dazi potrebbe dare una mazzata ai partner del vecchio continente e il filo diretto con i governi sovranisti premierà i rapporti bilaterali a spese di quelli comunitari. Gli europarlamentari del gruppo dei “Patrioti” sfoggiano cappellini Maga. Domani il Consiglio Ue
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BRUXELLES – Paura e solitudine. Dopo il successo di Donald Trump sono questi i sentimenti più diffusi a Bruxelles nelle istituzioni europee e nelle principali Cancellerie dell’Ue. Pur essendo atteso, in realtà il ritorno del Tycoon alla Casa Bianca lascia il Vecchio Continente in una sorta di limbo tra gli equilibri del passato ormai persi e quelli nuovi ancora da formare. L’Ucraina, la Nato, la Difesa, la possibile guerra commerciale dei dazi sono i fattori che più alimentano la preoccupazione nell’Unione.

Il nucleo più “europeista” spera che questo shock possa diventare una spinta per una maggiore integrazione. “L'Europa – ha ad esempio auspicato stamani un portavoce del governo francese - deve prendere il proprio destino nelle sue mani". Un concetto espresso più o meno nelle stesse forme dal commissario italiano, Paolo Gentiloni: “Ora molto dipenderà dall'Europa: deve essere più unita e più forte".

Tutti, poi, dal presidente francese Emmanuel Macron a Ursula von der Leyen si congra…

BRUXELLES – Paura e solitudine. Dopo il successo di Donald Trump sono questi i sentimenti più diffusi a Bruxelles nelle istituzioni europee e nelle principali Cancellerie dell’Ue. Pur essendo atteso, in realtà il ritorno del Tycoon alla Casa Bianca lascia il Vecchio Continente in una sorta di limbo tra gli equilibri del passato ormai persi e quelli nuovi ancora da formare. L’Ucraina, la Nato, la Difesa, la possibile guerra commerciale dei dazi sono i fattori che più alimentano la preoccupazione nell’Unione.

Il nucleo più “europeista” spera che questo shock possa diventare una spinta per una maggiore integrazione. “L'Europa – ha ad esempio auspicato stamani un portavoce del governo francese - deve prendere il proprio destino nelle sue mani". Un concetto espresso più o meno nelle stesse forme dal commissario italiano, Paolo Gentiloni: “Ora molto dipenderà dall'Europa: deve essere più unita e più forte".

Tutti, poi, dal presidente francese Emmanuel Macron a Ursula von der Leyen si congratulano con The Donald e non potrebbe essere altrimenti. “L'Ue e gli Stati Uniti – scrive la presidente della Commissione - sono più che semplici alleati: siamo legati da un vero partenariato tra i nostri popoli, che unisce 800 milioni di cittadini. Allora lavoriamo insieme a un'agenda transatlantica forte che continui a dare risultati per loro". Ma i problemi restano.

Il terrore che per la prima volta in ottanta anni l’Europa venga lasciata sola pervade governi e uffici, tranne gli esecutivi a trazione sovranista come quello dell’ungherese Viktor Orbán e, in parte, quello italiano di Giorgia Meloni. Si tratta di un allarme con tre diverse sirene.

La prima è appunto quella militare. La possibile inversione di rotta nella difesa di Kiev costringerà l’Europa a scegliere se aiutare l’Ucraina da sola con uno sforzo economico e bellico probabilmente insostenibile o se accodarsi e rendere i nostri confini molto più penetrabili dalla Russia di Putin. Ma l’Ue non ha una difesa comune e soprattutto sul punto è divisa al suo interno. Se a questo aspetto si dovesse unire il disimpegno americano nella Nato la sensazione di solitudine sarebbe irreversibile.

La seconda sirena è economica. La probabile politica trumpiana dei dazi rappresenterebbe una mazzata per la fragile economia dell’Unione europea. Secondo il Fondo Monetario internazionale, potrebbe dimezzare la crescita del Pil europeo nei prossimi quattro anni. E a pagarne le conseguenze sarebbero in primo luogo Germania, Italia e Francia. I tedeschi e noi siamo i Paesi con il maggior surplus commerciale con gli Usa. E in qualche modo, al di là delle posizioni già espresse dalla Lega di Salvini, la prudenza di Palazzo Chigi si basa anche su questo aspetto. Perché il cuore di Meloni batte per Trump, il suo portafoglio – inteso come portafoglio nazionale – era invece rivolto per questo verso Kamala Harris.

La terza sirena è tutta politica: la preoccupazione che scorre lungo la schiena di molti esponenti europei è che il nuovo presidente statunitense scommetta totalmente sui rapporti bilaterali escludendo quelli “comunitari”. Sostanzialmente proporrà patti politici e commerciali con i singoli Paesi scomponendo di fatto l’Unione e arrestando il processo di integrazione. Alcuni Stati, come l’Ungheria, sono già pronti a questa soluzione. Nello stesso tempo tutti i partiti sovranisti d’Europa si sentiranno legittimati dall’interlocutore transatlantico e anche fiduciosi in un eventuale finanziamento. Già stamattina, per spiegare il clima, gli europarlamentari del gruppo di Patrioti – quello di Orbán – circolavano per le sale e i corridoi dell’Eurocamera con in testa il cappellino “Make America Great Again”.

Il tutto mentre i due principali membri dell’Ue, Francia e Germania, stanno vivendo una crisi politica e economica molto profonda. Con un deficit di leadership che accompagna anche la nascente Commissione che si basa solo sulla sua presidente e con commissari in larga parte di secondo piano.

Per tutti questi motivi, le Cancellerie più europeiste sperano in salto di qualità nel processo di integrazione. Le altre, al contrario, esultano per la possibile frenata. Domani al Consiglio europeo straordinario convocato a Budapest dal presidente di turno dell’Ue, proprio il premier ungherese, i capi di Stato e di Governo dell’Ue faranno un primo esame della situazione alla luce della vittoria di Trump. Ma difficilmente verrà segnata una rotta comune. Un ulteriore elemento che alimenterà “paura e solitudine”.

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