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La lunga notte dei coltelli: “La sconfitta di Harris è colpa di Biden”. E ora i dem virano al centro

Josh Shapiro 

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I supporter dell’asinello fanno mea culpa. “Impegnati a sconfiggere Trump ci siamo scordati del Paese”
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NEW YORK – «È un disastro di proporzioni bibliche. Il Partito Democratico che conoscevamo è morto. Oggi fronteggiamo un riallineamento storico. Un tempo c’erano i democratici di Reagan, ora ci sono i democratici di Trump». La sintesi più efficace dell’amaro risveglio dem è quella dello stratega Chris Kofinis, già capo dello staff del senatore centrista Joe Manchin: «Troppo impegnati a cercare di distruggere Trump, non ci siamo concentrati abbastanza sui problemi reali della gente», dice al Wall Street Journal: «Finendo per perdere terreno proprio fra chi un tempo era il nerbo delle nostre coalizioni, compresa classe operaia e minoranze».

Che sberla per i leader dell’asinello, illusisi di aver trovato in Kamala Harris l’energia e lo slancio che con l’anziano presidente Joe Biden sembravano perdute per sempre. E infatti, fra rabbia e sconcerto, all’indomani della clamorosa sconfitta (col leader repubblicano ad accaparrarsi perfino il voto popolare) in casa dem già volano i coltell…

NEW YORK – «È un disastro di proporzioni bibliche. Il Partito Democratico che conoscevamo è morto. Oggi fronteggiamo un riallineamento storico. Un tempo c’erano i democratici di Reagan, ora ci sono i democratici di Trump». La sintesi più efficace dell’amaro risveglio dem è quella dello stratega Chris Kofinis, già capo dello staff del senatore centrista Joe Manchin: «Troppo impegnati a cercare di distruggere Trump, non ci siamo concentrati abbastanza sui problemi reali della gente», dice al Wall Street Journal: «Finendo per perdere terreno proprio fra chi un tempo era il nerbo delle nostre coalizioni, compresa classe operaia e minoranze».

Che sberla per i leader dell’asinello, illusisi di aver trovato in Kamala Harris l’energia e lo slancio che con l’anziano presidente Joe Biden sembravano perdute per sempre. E infatti, fra rabbia e sconcerto, all’indomani della clamorosa sconfitta (col leader repubblicano ad accaparrarsi perfino il voto popolare) in casa dem già volano i coltelli. Ed è proprio President Biden il target principale. Le critiche più aspre rivolte a lui e al suo cerchio magico. Tutti “colpevoli” di averne taciuto il reale stato di salute fisico e mentale, fino alla débacle dello sciagurato dibattito televisivo di giugno, e la repentina uscita di scena. «Non avrebbe dovuto aspettare così tanto», dicono fonti della campagna di Harris a Reuters.

Lo afferma anche Mark Longabaugh, ex stratega di Bernie Sanders: «Quando hanno passato le redini a Harris era già troppo tardi e ha dovuto lavorare in un ambiente estremamente difficile». L’editorialista Maureen Dowd lo ribadisce sul New York Times in termini ancora più duri: «Biden è stato vanitoso ed egoista. Ora se ne starà seduto a casa, a dire a Jill che lui sì, che avrebbe battuto Trump. E dunque cacciarlo dalla corsa è stata una sciocchezza. Invece ha danneggiato il partito, la sua legacy e l’intero Paese». Se si fosse ritirato in tempo, arguisce, «all’interno del partito ci sarebbero state primarie più sane». Dunque la possibilità di far emergere un candidato vera espressione della volontà della base che avrebbe avuto tutto il tempo di organizzare e struttura la sua campagna.

Invece, l’uscita di scena tardiva non ha (quasi) dato altra scelta. Anche se, a dirla tutta, big del partito come Barack Obama e Nancy Pelosi avrebbero comunque preferito mini-primarie, salvo lasciarsi travolgere dalla determinazione della vicepresidente che aveva già mobilitato la sua base. C’è però chi non ci sta. Gente come John Morgan - il mega donatore così fedele a Biden da tagliare i fondi al partito dopo l’uscita di scena dell’amico - è di tutt’altro parere: «Ora smettetela di darmi del traditore e del pazzo. Avevo visto questo treno arrivare...». Sicuramente, pure le critiche verso Kamala sono pesanti: élitaria e allo stesso tempo eccessivamente deferente verso i gruppi d’interesse più liberal. Incapace di articolare una visione per il paese. E pure pavida per non aver detto abbastanza sulla tragedia di Gaza.

La resa dei conti interna sembra inevitabile. Tradizionalmente, la fazione responsabile della sconfitta perde influenza: e infatti il tonfo di Hillary Clinton del 2016 spinse l’asinello fra le braccia dell’ala più progressista, la “rivolta” incarnata dalla marcia delle donne all’indomani dell’insediamento. Ora ci si aspetta il contrario: il sopravvento dell’ala che guarda più al centro decisa a liberarsi delle battaglie culturali – come quella per i diritti delle persone transgender – mettendo in cima all’agenda criminalità e immigrazione da affrontare in modo più muscolare e diretto. Di buono c’è che la disfatta di Harris apre le porte a una nuova generazione di leader: governatori come Gavin Newsom della California, Gretchen Whitmer del Michigan, Josh Shapiro della Pennsylvania e Wes Moore del Maryland già domani inizieranno a costruirsi un loro percorso verso le presidenziali 2028.

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