È la solita Trumpnomics Favori ai ricchi e più dazi
di Massimo GianniniSe bastasse il verdetto dei mercati, “l’età dell’oro” annunciata a Palm Beach dal tronfio Mister Fix It col ciuffo arancione sarebbe già cominciata. Le Borse, il dollaro, i Bitcoin: vola tutto, nel radioso day after del Trump vincitore, che promette di aggiustare le crepe di questa America arrabbiata e impaurita. Ancora una volta, “it’s the economy, stupid”, come ai tempi di Bill Clinton. Oppure, follow the money, come ai tempi della Gola Profonda del Watergate. Segui i soldi, e capirai le ragioni delle vittorie e delle sconfitte. Sul suo denaro The Donald non è stato un Re Mida, avendo fallito più volte nelle sue strambe e spregiudicate avventure imprenditoriali. Ma su quello degli altri non si è sbagliato quasi mai. Da populista ricco, furbo e bugiardissimo, ha sempre saputo come vendere “protezione” agli americani. Protezione dai migranti ispanici, che mangiano cani e gatti. Protezione dagli invasori cinesi, che portano via posti di lavoro. Trump ha sempre saputo come inseguire i c…
Se bastasse il verdetto dei mercati, “l’età dell’oro” annunciata a Palm Beach dal tronfio Mister Fix It col ciuffo arancione sarebbe già cominciata. Le Borse, il dollaro, i Bitcoin: vola tutto, nel radioso day after del Trump vincitore, che promette di aggiustare le crepe di questa America arrabbiata e impaurita. Ancora una volta, “it’s the economy, stupid”, come ai tempi di Bill Clinton. Oppure, follow the money, come ai tempi della Gola Profonda del Watergate. Segui i soldi, e capirai le ragioni delle vittorie e delle sconfitte. Sul suo denaro The Donald non è stato un Re Mida, avendo fallito più volte nelle sue strambe e spregiudicate avventure imprenditoriali. Ma su quello degli altri non si è sbagliato quasi mai. Da populista ricco, furbo e bugiardissimo, ha sempre saputo come vendere “protezione” agli americani. Protezione dai migranti ispanici, che mangiano cani e gatti. Protezione dagli invasori cinesi, che portano via posti di lavoro. Trump ha sempre saputo come inseguire i consensi del “Popolo Maga”. Che fossero avidi tycoon come lui, ai quali garantire sgravi fiscali a manetta, o derelitti blue collar della Rust Belt, ai quali spacciare il mitologico reshoring, cioè il ritorno delle produzioni nazionali nella Terra di Nessuno degli Stati del Midwest, arrugginiti e traditi dalle filiere del rame, del ferro e dell’acciaio.
La ricetta
Anche questo suo storico ritorno alla Casa Bianca non fa eccezione. Il messaggio, in economia, è sempre lo stesso. Segno che i forgotten men del 2016, liquidati come deplorables dalla Clinton di allora, si sentono tali anche oggi. Sono gli stessi bianchi esausti di otto anni fa, operai disoccupati e agricoltori umiliati. Per questo hanno rivotato in massa per Trump. A loro non è servita granché, la pur poderosa terapia di Biden, che durante il suo mandato ha fatto lievitare tutti gli indicatori economici, dal Pil all’occupazione, dagli utili al Nasdaq. Tutto inutile. Non gli sono bastati l’American Rescue Plan da 1.900 miliardi (inclusi gli assegni sociali da 1.400 dollari a persona), l’aumento dei salari minimi, i fondi di emergenza per le famiglie con bambini e i lavoratori senza figli. Non gli sono bastati il finanziamento triennale dell’Obamacare, la legge sulle infrastrutture da 1.200 miliardi di dollari in otto anni e l’Inflation Reduction Act da 1.300 miliardi di dollari per sostenere le imprese su tecnologie e fonti rinnovabili. Tutti pannicelli caldi per il cittadino-consumatore, offeso e indifeso di fronte all’aumento dei prezzi della spesa di ogni giorno.
Eppure l’americano medio l’aveva già sperimentata, la farlocca cura Trump. E pure quella non l’aveva soddisfatto, se dopo quattro anni di chiacchiere e di impegni inevasi, di processi e di scandali sessuali, aveva dato il benservito al modello The Apprentice applicato alla White House. Secondo uno studio di Lancet del febbraio 2021, nei suoi quattro anni alla presidenza Trump ha lasciato sul campo solo macerie. Ha «indebolito le coperture dell’Obamacare e aumentato il numero di persone non assicurate di 2/3 milioni». Ha «sfruttato la rabbia dei bianchi a basso e medio reddito per il deterioramento delle loro prospettive di vita per scatenare la violenza razziale e la xenofobia e ottenere il loro sostegno per le politiche a beneficio di persone e aziende ad alto reddito». Ha «tagliato tasse per trilioni di dollari alle fasce più abbienti creando un buco di bilancio, per giustificare il quale ha a sua volta tagliato la spesa sociale e quella sanitaria». Insomma, un discreto disastro. Ma la gente dimentica in fretta. E soprattutto, almeno stavolta, non ha creduto all’alternativa Kamala: troppo inconsistente, troppo sorridente per essere vera. È bastato che il candidato reloaded facesse la sua sceneggiata al McDonald’s di Feasterville, in Pennsylvania, a servire in grembiule Big Mac e Filet-O-Fish, per convincere i maschi incazzati a rivotarlo. Il problema, ora, è che le ricette elaborate per il bis sono sempre le stesse. La dottrina concepita dal Dottor Stranamore di Mar-a-Lago è semplice. Da un lato, riduzione delle tasse sui redditi più alti e sulle grandi imprese, abbattimento al 15% dell’aliquota fiscale societaria per le aziende che producono negli States, poi detassazione dei benefici della Social Security e abolizione del prelievo sulle mance. Dall’altro lato, aumento esponenziale dei dazi sui beni di consumo in arrivo dall’estero. Trump Trades, la chiamano. La gente non pensa che pagherà un prezzo, per l’aumento delle tariffe doganali sui prodotti cinesi ed europei. E si sbaglia, perché questi rincari, traslati sui prezzi al consumo, peseranno per 2.600 dollari all’anno sui portafogli di ciascuna famiglia americana. Grosso modo, 200 dollari in più ogni mese. Non proprio una bazzecola. E in ogni caso, con meno entrate fiscali e più balzelli sull’ import/export l’economia rallenterà, e il deficit federale esploderà. Le stime vanno dai 6 ai 9 trilioni di dollari nei prossimi dieci anni. Un macigno colossale, per l’America, per il mondo e soprattutto per l’Europa, che pagherà il conto più salato a questa strampalata Trumponomics. Forse, in cuor suo, ne è consapevole anche il neo-rieletto presidente: non a caso, temendo gli effetti nefasti della sua politica economica, ha già fatto capire che li compenserà con la politica monetaria, portando la Federal Reserve sotto il suo controllo (come ha già fatto con la Corte Suprema, tanto per far capire qual è la sua idea di democrazia liberale).
I ricchi festeggiano
Certo, per i ricchi comincia un’altra pacchia. Con lui vince il Grande Capitale, che gli ha foraggiato la campagna elettorale con quasi 2 miliardi di dollari. Ma soprattutto con lui vincono i Capitalisti della Sorveglianza: su tutti l’ineffabile Musk, il “Goebbels digitale” che gli ha fatto da cheerleader durante i suoi comiziacci fascistoidi, gli ha messo a disposizione i cinguetti dell’ex Twitter, ed è stato ripagato dall’amico Donald con un inquietante tributo d’immagine, tipo “a star is born, Elon super-genius”.
Poi Jeff Bezos, boss di Amazon e patron del Washington Post, che da editore ha debitamente silenziato prima del voto, proprio per non disturbare l’ascesa del Manovratore, a costo di mandare in fumo in tre giorni più di 200 mila abbonamenti al leggendario quotidiano che scoperchiò lo scandalo elettorale e fece saltare Richard Nixon. Questi titani dell’infosfera globale non hanno solo le mani in pasta sul Web, non sono solo i custodi assoluti dei dati, non solo i pionieri dell’auto elettrica e della logistica, ma producono anche missili, satelliti, Tecnologia Neurale e Intelligenza Artificiale. Un perimetro di business che valgono come il Prodotto Lordo di uno Stato dell’Ocse. Un pozzo senza fondo di finanziamenti, contributi, concessioni, da scambiare con la Casa Bianca e il Congresso, in un traffico in cui non sai più se la politica comanda o ubbidisce. Come ha detto Robert Kagan, «il Capitalismo non ha più bisogno della democrazia per fare profitti». E anche questo, in fondo, è un capolavoro di Trump, che a quel capitalismo si è inchinato e poi consegnato. Fosse vivo Carl Schmitt, gli toccherebbe riscrivere il principio dell’egemonia: sovrano non è più chi decide sullo Stato d’eccezione, ma chi dispone delle informazioni in rete.