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Con il ritorno di Trump l’America vira a destra. E il tycoon ha già pronti i primi decreti per vendicarsi dei nemici

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L’ex presidente dopo otto anni vince il secondo mandato alla Casa Bianca. In cima all’agenda rilancio del petrolio, deportazioni e guerra alla cultura. La chiamata di Netanyahu
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MAR-A-LAGO – Quando il sole illumina le finestre ad arco della camera da letto di Donald Trump, un ampio bovindo al secondo piano della villa di Mar-a-Lago dove si era rifugiato dopo la fuga da Washington del 20 gennaio 2020, il mondo è davvero al rovescio. Si era trasferito qui dopo la Casa Bianca, abbandonando la sua New York che lo aveva ripudiato, come un appestato. Nessuno voleva più vederlo. Persino i leader repubblicani della Camera e del Senato, McCarthy e McConnell, lo avevano giudicato responsabile dell’attacco al Congresso e quindi condannato ad un umiliante tramonto verso l’oblio politico. Ai familiari e consiglieri più stretti, che cercavano di rincuorarlo prospettando l’ipotesi della rivincita, rispondeva scuotendo la testa che quattro anni erano troppo lontani per credere al riscatto. Ieri Donald Trump ha vinto la sua seconda corsa alla presidenza degli Stati Uniti.

Avanziamo veloce il nastro, e la prima cosa che succede il giorno del ritorno alla presidenza degli …

MAR-A-LAGO – Quando il sole illumina le finestre ad arco della camera da letto di Donald Trump, un ampio bovindo al secondo piano della villa di Mar-a-Lago dove si era rifugiato dopo la fuga da Washington del 20 gennaio 2020, il mondo è davvero al rovescio. Si era trasferito qui dopo la Casa Bianca, abbandonando la sua New York che lo aveva ripudiato, come un appestato. Nessuno voleva più vederlo. Persino i leader repubblicani della Camera e del Senato, McCarthy e McConnell, lo avevano giudicato responsabile dell’attacco al Congresso e quindi condannato ad un umiliante tramonto verso l’oblio politico. Ai familiari e consiglieri più stretti, che cercavano di rincuorarlo prospettando l’ipotesi della rivincita, rispondeva scuotendo la testa che quattro anni erano troppo lontani per credere al riscatto. Ieri Donald Trump ha vinto la sua seconda corsa alla presidenza degli Stati Uniti.

Avanziamo veloce il nastro, e la prima cosa che succede il giorno del ritorno alla presidenza degli Stati Uniti è una telefonata da Parigi. Dall’altra parte c’è Emmanuel Macron, che chiama per congratularsi e parlare di Ucraina, nella speranza che Trump non sia pronto a scaricarla tra le braccia di Putin. Già nel 2016 il presidente francese era stato il più lesto a muoversi, invitando Donald e Melania come ospiti d’onore alla festa della Bastiglia. Li aveva portati a cena sulla Torre Eiffel e là era venuto in mente al nuovo capo della Casa Bianca di organizzare pure lui una parata militare a Washington per la festa del 4 luglio. Solo più grande, però. Per quanto impossibile potesse sembrare nel 2021, la storia si ripete.

Il telefono squilla di nuovo per altre due chiamate, che potrebbero cambiare il corso della storia in Medio Oriente. I maligni sospettano che la strage di Hamas del 7 ottobre l’avesse orchestrata l’Iran, per far saltare le trattative avanzate sulla normalizzazione delle relazioni tra il Regno saudita e lo Stato ebraico. Biden non è riuscito a riportare la pace in oltre un anno, forse anche perché, sempre secondo i maligni, il premier Netanyahu non aveva alcun interesse a regalargli questo successo. Ora invece il principe Mohammed bin Salman chiama il vecchio amico Donald, e poco dopo fa altrettanto Bibi. Magari per preparare il terreno all’allargamento degli Accordi di Abramo all’Arabia, prendendo quattro piccioni con una fava: pace a Gaza e in Libano, isolamento completo dell’Iran, e perché no anche ripresa del dialogo per la creazione di uno Stato palestinese, una volta che i sauditi decidessero di metterci soldi e volontà.

A quel punto la telefonata di concessione della sconfitta di Kamala Harris, e quella di congratulazioni di Joe Biden, diventano quasi parantesi in una giornata altrimenti produttiva.

Trump ha già definito i piani per l’inizio dell’amministrazione, con i circa trecento decreti preparati da Linda McMahon attraverso l’America First Policy Institute, e il “Project 2025” della Heritage Foundation sempre sullo sfondo. Sta rapidamente selezionando le persone per metterli in pratica, con il ceo della compagnia finanziaria Cantor Fitzgerald Howard Lutnick. Forse il “comeback kid”, come amava definirsi Bill Clinton dopo essere resuscitato dalla morte politica degli scandali, non sa neanche lui come è riuscito a convincere gli americani che la direzione del paese era sbagliata, la cultura woke lo stava snaturando, l’immigrazione lo condannava all’invasione degli alieni e l’inflazione uccideva il sogno americano. Però così è andata, e ora deve mantenere la promessa di cambiare faccia all’America, in un modo che molti temono di non riconoscerla mai più, a partire dai valori fondanti della sua democrazia.

Un ex membro dell’amministrazione Biden, uno che ha navigato a lungo nelle istituzioni più potenti degli Stati Uniti, ammonisce: «Attenzione, non fate errori. Trump è stato solo lo strumento di un’enorme svolta a destra dell’America. Almeno cinque milioni di voti in meno, ritirata del consenso negli stati in bilico, ripudio dei nostri temi fondamentali. La vera chiave delle elezioni di martedì è questa. Non abbiamo capito umore e anima del Paese, che cambierà faccia come non ci eravamo neppure sognato».

L’immigrazione era il tema che nel 2016 l’aveva messo sulla mappa politica americana, e otto anni dopo lo ha fatto rivincere. I bianchi meno istruiti che costituiscono la sua base elettorale temono che i nuovi arrivati, legali o non, minacciano di togliere loro il dominio storico del paese. Perciò promette di sigillare il confine il primo giorno, errore fatale di Biden e Harris, e iniziare “la più grande deportazione” nella storia degli Stati Uniti, ammesso che le imprese bisognose di quelle braccia non gli facciano capire il danno economico irreparabile.

Ai cambiamenti climatici non ha mai creduto, considerandoli un trucco dei cinesi per paralizzare l’America, ma ora li ha fusi all’inflazione, così promettere di rilanciare le perforazioni di petrolio e gas anche allo scopo di abbassare i prezzi. Il tutto da sommare alla guerra commerciale con l’Europa e l’aumento delle spese militari, se gli amici del Vecchio continente vorranno tenere aperta la Nato. E naturalmente i tagli alle tasse.

Sull’aborto vedremo se manterrà la promessa di non bandirlo a livello federale, ma l’offensiva sociale contro la cultura woke sarà comunque pesante: abolizione del ministero dell’Istruzione, stop ai trans negli sport con le donne, erosione dei diritti. Per non parlare della vendetta promessa ai nemici, ammesso che l’allarme fascismo sia irreale. Un’altra America che cambia la propria faccia, ma punta anche a quella del resto del mondo.

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