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Il Cremlino tra ottimismo e cautela per i piani di pace di Trump. E ora Putin cerca di alzare la posta

(afp)

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Dopo la telefonata del tycoon, analisti scettici sulla reale disponibilità del presidente russo a negoziare. E se la diplomazia fallisse, la Russia sarebbe pronta per l’escalation
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MOSCA — «Perché Putin dovrebbe negoziare? Se fossi in lui, continuerei a combattere», ha scritto provocatoriamente lo storico e politologo russo-britannico Sergej Radchenko elencando una serie di ragioni per cui il presidente russo ora come ora non avrebbe motivo di scendere a compromessi sull’Ucraina, a partire dal fatto che ha più armi e soldati di Kiev e sta gradualmente avanzando nel Donbass.

È quello che a Mosca pensano in tanti, a partire dallo stesso leader del Cremlino. Putin, però, come ha detto un ex funzionario dell’amministrazione presidenziale al media indipendente The Bell, «è un opportunista e, se si presenterà l’occasione per mettersi d’accordo su qualcosa che non contraddica la sua visione del mondo, la coglierà».

Stando al Washington Post, avrebbe parlato con Donald Trump già giovedì, dopo essere intervenuto al Forum Valdai di Sochi dicendo di essere pronto a «riprendere i contatti». Da allora il Cremlino nulla ha fatto trapelare sul colloquio, ma ha lanciat…

MOSCA — «Perché Putin dovrebbe negoziare? Se fossi in lui, continuerei a combattere», ha scritto provocatoriamente lo storico e politologo russo-britannico Sergej Radchenko elencando una serie di ragioni per cui il presidente russo ora come ora non avrebbe motivo di scendere a compromessi sull’Ucraina, a partire dal fatto che ha più armi e soldati di Kiev e sta gradualmente avanzando nel Donbass.

È quello che a Mosca pensano in tanti, a partire dallo stesso leader del Cremlino. Putin, però, come ha detto un ex funzionario dell’amministrazione presidenziale al media indipendente The Bell, «è un opportunista e, se si presenterà l’occasione per mettersi d’accordo su qualcosa che non contraddica la sua visione del mondo, la coglierà».

Stando al Washington Post, avrebbe parlato con Donald Trump già giovedì, dopo essere intervenuto al Forum Valdai di Sochi dicendo di essere pronto a «riprendere i contatti». Da allora il Cremlino nulla ha fatto trapelare sul colloquio, ma ha lanciato segnali al presidente statunitense eletto che oscillano tra aperture e paletti. Il portavoce Dmitrij Peskov venerdì ha ricordato minacciosamente che la disponibilità al dialogo non cambia gli obiettivi dell’Operazione militare speciale, mentre ieri è sembrato più accondiscendente quando, intervistato da Rossija 1, ha detto: «Trump parla di pace. Non parla di confronto. Non parla del desiderio di infliggere una sconfitta strategica alla Russia. E questo lo distingue favorevolmente dall’attuale amministrazione». Ma ha anche aggiunto: «Trump è meno prevedibile di Joe Biden e, di conseguenza, è anche meno prevedibile fino a che punto manterrà le promesse elettorali, Aspettiamo e vediamo».

I “piani di pace” che starebbero discutendo i consiglieri di Trump in lizza per la poltrona di Segretario di Stato sono stati però già giudicati inaccettabili da Mosca. Tutte le proposte allo studio hanno tre punti in comune: congelare l’attuale linea del fronte, sospendere per vent’anni l’ingresso di Kiev nella Nato, continuare a inviare aiuti militari a Kiev. La Russia, però, non accetterebbe mai una pausa che permetta a un’Ucraina troncata a metà e risentita di riprendere fiato e riarmarsi. Come ha detto il politologo Kamil Gabdullin, sarebbe una «bomba a orologeria». Mosca ha inoltre obiettivi più ambiziosi che il congelamento della linea del fronte. Soprattutto, sul tavolo mancano due sue richieste imprescindibili: la “smilitarizzazione”, vale a dire un veto perenne a Kiev nella Nato, nonché lo smantellamento dell’esercito e lo stop agli aiuti militari, e la “denazificazione”, ossia un governo ucraino filorusso.

Putin, tuttavia, spera che Trump sia davvero disposto a impegnarsi in un dialogo strategico con la Russia, ma memore della sua imprevedibilità, se la diplomazia fallisse, è pronto per l’escalation. Sabato il viceministro degli Esteri Sergej Rjabkov ha minacciato la rottura delle relazioni diplomatiche con gli Usa. Non un’ipotesi peregrina dato che, a ottobre, l’ambasciatore negli Usa Anatolij Antonov è tornato a Mosca e non è stato sostituito. Ma soprattutto, Putin è pronto per il conflitto a lungo termine: ha investito il 40% del bilancio 2025 in spese militari e sicurezza. E, come ha scritto Radchenko, «non ha costruito questa enorme macchina da guerra per ottenere piccoli guadagni nel Donbass. I mezzi indicano l’ambizione. E l’ambizione non è dividere l’Ucraina, ma conquistarla». Annetterne alcuni territori e trasformare il resto in uno Stato satellite. Lo spazio per il compromesso è veramente risicato.

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