GERUSALEMME — L’Unifil torna nel mirino delle operazioni di guerra israeliane contro il Libano. Un ordigno inesploso è finito ieri sul tetto di una struttura utilizzata dai caschi blu italiani nella base di Shama, nel Sud del Libano. Per quanto non ci siano stati danni né vittime, è stato un altro segnale di quanto precaria sia la situazione del contingente internazionale schierato nel sud del Libano. « L’ordigno non è esploso ed è stato fatto brillare dal contingente italiano subito dopo», ha poi spiegato il portavoce dell’Unifil, Andrea Tenenti.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiesto conto dell’incidente al suo omologo israeliano Gideon Saar, bollando come inaccettabili gli attacchi al contingente internazionale. Ma, malgrado le rassicurazioni, è impossibile essere certi che episodi come quelli di ottobre, quando le basi Unifil vennero colpite direttamente dal fuoco israeliano, non si ripetano.
L’episodio arriva al termine di una giornata in cui i segnali di apert…
GERUSALEMME — L’Unifil torna nel mirino delle operazioni di guerra israeliane contro il Libano. Un ordigno inesploso è finito ieri sul tetto di una struttura utilizzata dai caschi blu italiani nella base di Shama, nel Sud del Libano. Per quanto non ci siano stati danni né vittime, è stato un altro segnale di quanto precaria sia la situazione del contingente internazionale schierato nel sud del Libano. « L’ordigno non è esploso ed è stato fatto brillare dal contingente italiano subito dopo», ha poi spiegato il portavoce dell’Unifil, Andrea Tenenti.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiesto conto dell’incidente al suo omologo israeliano Gideon Saar, bollando come inaccettabili gli attacchi al contingente internazionale. Ma, malgrado le rassicurazioni, è impossibile essere certi che episodi come quelli di ottobre, quando le basi Unifil vennero colpite direttamente dal fuoco israeliano, non si ripetano.
L’episodio arriva al termine di una giornata in cui i segnali di apertura su una possibile tregua in Libano si sono moltiplicati. Ieri mattina i giornali israeliani pubblicavano i dettagli del cessate il fuoco proposto dagli americani allo speaker del Parlamento libanese, Nabih Berri, vicino a Hezbollah: centrale, il ruolo dei Paesi europei e del Golfo che sarebbero chiamati a sostenere con armi e finanziamenti l’esercito libanese in modo che sia quest’ultimo, e non Hezbollah, a controllare il territorio a Sud del fiume Litani, dunque a ridosso del confine con Israele.
In attesa di una risposta da Beirut, una prima luce verde sembra arrivare da Teheran, con l’Iran (lo sponsor principale di Hezbollah) che fa sapere che sosterrà le decisioni libanesi sul piano. Mentre si discute, l’aviazione israeliana continua a bombardare i quartieri Sud di Beirut: le vittime in Libano, dall’inizio delle ostilità iniziate subito dopo il 7 ottobre 2023, sono 3.445.
Non si allenta intanto la presa sul Nord di Gaza: ieri alcuni camion di aiuti sono riusciti a entrare nell’area, ma le ong internazionali sono tornate a lanciare allarmi per la situazione insostenibile della zona. Da Gaza sempre ieri è arrivato un nuovo video della Jihad islamica: in esso torna a parlare Sasha Tupanov, 29 anni, ingegnere di Amazon rapito dal kibbutz di Nir Oz, lancia un nuovo appello per un accordo che porti alla liberazione sua e del resto degli ostaggi israeliani a Gaza, invocando il principio ebraico sull’importanza di salvare vite umane.