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Gli europei del G20 frenano Trump: “Noi stiamo con Kiev”

(reuters)
Il comunicato dei Grandi riuniti a Rio si limita a poche frasi di circostanza. Meloni ribadisce la linea dura con lo zar: “Non è disponibile a trattare”
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RIO DE JANEIRO – Sfidano Vladimir Putin, ma è come se parlassero anche a Donald Trump. C’è un G4 nel G20, a Rio de Janeiro. È la via europea all’Ucraina, la fotografia nitida di un’angoscia che accomuna Francia e Italia, Gran Bretagna e Germania: il presidente eletto che lascia solo Zelensky, i Brics che premono per una pace ingiusta, l’Europa che mostra tutte le sue fragilità di fronte alla minaccia russa. Ecco perché i leader continentali presenti al vertice brasiliano provano a compattare un fronte della fermezza su Kiev. E perché Giorgia Meloni si fa interprete di un messaggio secco rivolto al Cremlino: «Putin non vuole dialogare, provarci ora è inutile».

Bisogna addentrarsi nelle contraddizioni del summit, vivere la distanza siderale che separa il conflitto in Ucraina dalle spiagge di Copacabana. Non è solo il Brasile di Lula a volere la fine delle ostilità, ma anche la Cina e altre potenze emergenti. A due passi da Ipanema c’è anche il ministro degli Esteri russo Sergej La…

RIO DE JANEIRO – Sfidano Vladimir Putin, ma è come se parlassero anche a Donald Trump. C’è un G4 nel G20, a Rio de Janeiro. È la via europea all’Ucraina, la fotografia nitida di un’angoscia che accomuna Francia e Italia, Gran Bretagna e Germania: il presidente eletto che lascia solo Zelensky, i Brics che premono per una pace ingiusta, l’Europa che mostra tutte le sue fragilità di fronte alla minaccia russa. Ecco perché i leader continentali presenti al vertice brasiliano provano a compattare un fronte della fermezza su Kiev. E perché Giorgia Meloni si fa interprete di un messaggio secco rivolto al Cremlino: «Putin non vuole dialogare, provarci ora è inutile».

Bisogna addentrarsi nelle contraddizioni del summit, vivere la distanza siderale che separa il conflitto in Ucraina dalle spiagge di Copacabana. Non è solo il Brasile di Lula a volere la fine delle ostilità, ma anche la Cina e altre potenze emergenti. A due passi da Ipanema c’è anche il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. E dunque, il comunicato finale non può che rispecchiare due mondi inconciliabili. Poche righe dedicate alla guerra. Nessuna citazione dell’aggressore, al massimo il sostegno a iniziative per «una pace durevole». Un linguaggio addolcito, quasi addomesticato, che bada bene a tenersi alla larga dal sangue sparso in mille giorni di battaglia. Al massimo, si citano la «sofferenza umana e gli impatti negativi» sulla sicurezza alimentare ed energetica globale, su inflazione e crescita.

Gli europei, ovviamente, devono reagire. Esporsi. Macron stronca la formula annacquata scelta per il comunicato vergato dalla presidenza brasiliana e promette: «Il nostro sostegno all’Ucraina non si affievolirà. Mosca ha un disegno imperialista e brutale». Ma gli europei vanno addirittura oltre. Sanno che la decisione della Casa Bianca di fornire i missili a lungo raggio Atacms a Kiev è l’ultimo atto di Joe Biden. Tocca a Meloni benedire la svolta statunitense sulle armi, con parole destinate a irritare sia i trumpiani americani che quelli attivi nel governo italiano: «Credo che sia la risposta americana all’aggressività senza precedenti vista in questi giorni da parte della Russia».

L’unico a mostrarsi cauto è Scholz, deciso a non concedere agli ucraini i missili a lunga gittata Taurus. Ma è un Cancelliere in uscita. E il Ppe, favorito alle prossime elezioni, si sbilancia con Manfred Weber: «Dopo gli Usa, sta a noi europei fare altrettanto». Una linea appoggiata dal laburista britannico Starmer, che promette di raddoppiare gli aiuti a Kiev. E dai ministri degli Esteri dei principali Paesi Ue riuniti a Varsavia, che non escludono di andare oltre il 2% del pil per spese militari.

In questo contesto si muove Meloni. E si mostra più dura del solito con Mosca, colpevole di aver bombardato gli ucraini a G20 aperto: «Tradisce la loro indisponibilità al dialogo». Evita di condannare la telefonata di Scholz a Putin – «non mi scandalizza» - ma considera improponibile aprire un canale diplomatico in questa fase: «Il tema non è parlare o meno, ma cosa dire. C’è indisponibilità della Russia a trattare». Non è facile per la presidente del Consiglio attestarsi su questa linea, alla vigilia di Trump. C’è dietro anche l’ambizione di rappresentare nell’era del tycoon un ponte tra Europa e Casa Bianca (infatti non esclude di volare negli Usa per il suo giuramento, «non so ancora»).

Per farlo, Meloni deve tentare di garantire le sensibilità delle altre cancellerie europee, mostrandosi dura verso l’ipotesi che Trump volti le spalle a Zelensky: «Sul disimpegno americano dobbiamo aspettare di vedere che cosa accade. E fare di tutto per non divaricare il fronte occidentale. Questa è la sfida. Sappiamo tutti dov’è la ragione nel conflitto». Anche in questa chiave, Meloni promette aiuti militari all’Ucraina per l’intero 2025, sfidando la Lega: «Se ci sarà un nuovo decreto? Finché c’è una guerra in Ucraina, noi saremo al suo fianco».

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