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Boulos, l’uomo d’affari libanese che potrebbe aiutare Trump con il cessate il fuoco in Medio Oriente

Michael Boulos (il primo da sinistra), figlio di Massad Boulos, e marito di Tiffany Trump (al suo fianco) (afp)

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Il suocero di Tiffany Trump, la secondogenita del tycoon, ha incontrato politici libanesi a Washington e, fonti diplomatiche arabe, dicono che ha anche incontrato il leader palestinese Mahmoud Abbas
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LONDRA – Nella squadra di ministri, consiglieri e diplomatici che si occuperà di Medio Oriente per conto di Donald Trump c’è anche un cittadino libanese. Anzi, due: padre e figlio. E di Medio Oriente stanno già occupandosi, cercando di aiutare a raggiungere un cessate il fuoco in Libano, e forse non solo in Libano, ancora prima che il prossimo 20 gennaio Trump entri alla Casa Bianca.

Uno, Michael Boulos, è il genero del presidente-eletto: sposato con Tiffany Trump, la secondogenita del tycoon. L’altro è Massad Boulos, padre di Michael, dunque suocero di Tiffany. Ed è soprattutto quest’ultimo a svolgere un ruolo chiave per conto del presidente-eletto. In parte, il risultato del suo lavoro nell’ombra si è già visto: Boulos senior ha incontrato più volte la comunità arabo-americana del Michigan per convincerla a votare per Trump nelle presidenziali del 5 novembre (o almeno a non votare per Joe Biden), riuscendo nell’intento visto che il Michigan, uno dei sei cosiddetti “swinging states”…

LONDRA – Nella squadra di ministri, consiglieri e diplomatici che si occuperà di Medio Oriente per conto di Donald Trump c’è anche un cittadino libanese. Anzi, due: padre e figlio. E di Medio Oriente stanno già occupandosi, cercando di aiutare a raggiungere un cessate il fuoco in Libano, e forse non solo in Libano, ancora prima che il prossimo 20 gennaio Trump entri alla Casa Bianca.

Uno, Michael Boulos, è il genero del presidente-eletto: sposato con Tiffany Trump, la secondogenita del tycoon. L’altro è Massad Boulos, padre di Michael, dunque suocero di Tiffany. Ed è soprattutto quest’ultimo a svolgere un ruolo chiave per conto del presidente-eletto. In parte, il risultato del suo lavoro nell’ombra si è già visto: Boulos senior ha incontrato più volte la comunità arabo-americana del Michigan per convincerla a votare per Trump nelle presidenziali del 5 novembre (o almeno a non votare per Joe Biden), riuscendo nell’intento visto che il Michigan, uno dei sei cosiddetti “swinging states”, gli stati in bilico che finiscono per decidere la corsa alla Casa Bianca, è andato al candidato repubblicano.

Ma adesso che Trump si è lasciato il voto alle spalle, il terreno di attività più importante per Boulos è il Medio Oriente, nel cui quadro ha incontrato alti esponenti del governo libanese e il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp). Chi è dunque questo personaggio finora poco conosciuto, che senza ricoprire (per il momento) alcun incarico ufficiale opera per mettere le basi della politica mediorientale del futuro presidente? Il Financial Times gli dedica oggi un ritratto intitolato: “L’uomo che collega Trump al Libano dilaniato dalla guerra”. È il caso di notare che anche la direttrice del quotidiano della City, Roula Khalaf, è nata e cresciuta nel Paese dei cedri, per cui lo conosce molto bene.

Gli affari in Nigeria

Massad Boulos proviene da una famiglia cristiana di Kfar Akka, una cittadina nel nord del Libano, ma si è trasferito in Texas appena finite le scuole per iscriversi all’università di Houston, dove ha iniziato a frequentare associazioni legate al partito repubblicano. Dopo la laurea è entrato nell’azienda automobilistica di famiglia, la Scoa Motor Nigeria, che dal 1926 vende e distribuisce gli autobus e i camion del gruppo tedesco Man nel Paese dell’Africa occidentale, e ne è diventato l’amministratore delegato.

Guida anche un’altra società nigeriana, la Boulos Enterprise, che assembla e vende motociclette e ciclomotori: un settore importante in una nazione di 200 milioni di persone che viaggiano in gran parte su due ruote. Boulos è l’unico importatore in Nigeria delle moto giapponesi Suzuki e delle cinesi Jincheng. Possiede inoltre varie compagnie negli Stati Uniti. E sua moglie Sarah è figlia di un altro ricco uomo d’affari libanese, proprietario di aziende in Africa, Medio Oriente ed Europa.

L’amicizia con i cristiano-libanesi

In Libano, Massad Boulos ha anche forti legami politici. Suo padre è stato a lungo sindaco di Kfar Akka. Un prozio è stato ministro e deputato. Lui stesso si è candidato due volte a un seggio da parlamentare.

A Beirut è un importante sostenitore di Suleiman Frangieh, uno dei leader della comunità cristiano-libanese (che rappresenta circa il 40 per cento della popolazione) e il candidato preferito per la carica vacante di Presidente della Repubblica anche dai fondamentalisti islamici di Hezbollah, il gruppo paramilitare in guerra contro Israele. Come capo del movimento Marada, Frangieh ha buoni rapporti pure con il presidente siriano Assad, sostenuto, come gli Hezbollah, dall’Iran.

Gli incontri a Washington e New York

La parentela con Trump, il potere economico e le credenziali politiche spiegano perché, quando Boulos parla, viene ascoltato con interesse. Negli ultimi dieci giorni, rivela nel suo ritratto il quotidiano finanziario britannico, ha incontrato a Washington il ministro dell’Economia libanese Amin Salam e Sami Gemayel, leader del partito cristiano-libanese Kataeb e tenace oppositore di Hezbollah.

Fonti diplomatiche arabe dicono che in settembre, a margine dei lavori dell’Assemblea Generale dell’Onu, Boulos ha incontrato anche il leader palestinese Mahmoud Abbas allo scopo di aprire un canale di comunicazione fra il presidente dell’Anp e Trump. “Donald vuole un cessate il fuoco in tutta la regione”, dice il consuocero del presidente-eletto, sottolineando la necessità di “costruire una pace durevole, accompagnata da un piano economico e da una base per risolvere la questione palestinese”.

Il piano di Trump per la Palestina

Considerato il suo ferreo appoggio a Israele, non molti si aspettano che sarà Trump a trovare la soluzione dei conflitti mediorientali e in particolare di quello israeliano-palestinese. Ma proprio questa settimana Thomas Friedman, autorevole columnist del New York Times, vincitore di due premi Pulitzer e grande esperto di Medio Oriente, ha ricordato in un suo articolo che Trump, oltre ad avere mediato durante il primo mandato presidenziale gli Accordi di Abramo fra Gerusalemme e quattro Paesi arabi, è stato l’ultimo presidente americano a proporre concretamente un piano per la “soluzione dei due stati” a israeliani e palestinesi.

Un piano che prevedeva la creazione di uno stato demilitarizzato palestinese in Cisgiordania e Gaza, con l’annessione del 30 per cento della Cisgiordania (la parte in cui sorgono la maggioranza degli insediamenti ebraici) da parte di Israele in cambio di un equivalente territorio nel deserto del Negev da accorpare alla striscia di Gaza, e un sobborgo di Gerusalemme come capitale della Palestina. Condizioni probabilmente non accettabili dai palestinesi, ma una possibile base per riprendere il negoziato. Come il businessman libanese che lavora per Donald Trump potrebbe avere rammentato al presidente palestinese Abbas e agli altri suoi contatti a Beirut.

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