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Orbán: “Invito Netanyahu in Ungheria”. La Ue si spacca sull’Aia

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Il premier israeliano ringrazia Budapest e Washington: “Hanno dimostrato coraggio contro chi nega il diritto di difenderci”. Lo Stato ebraico sotto shock, ma affiorano le prime critiche: “Il governo ha rinunciato a far valere le proprie ragioni”
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Avanti, con cautela. E soprattutto in ordine sparso. I mandati di arresto spiccati dalla Corte penale internazionale contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa, Yoav Gallant, non sono uno shock solo per Israele, ma anche per le capitali europee. Che ora devono decidere come comportarsi, strette tra gli obblighi più volte riconfermati nei confronti della giustizia internazionale e il legame storico che unisce il Vecchio Continente allo Stato ebraico.

L’imbarazzo è palpabile, in special modo in Germania. Il governo tedesco, che fin qui è sempre stato il più cauto nelle critiche verso il governo e le forze armate israeliane, ha fatto sapere che esaminerà attentamente il mandato dei giudici dell’Aia, ma che per il momento non compirà altri passi. Anche perché, al momento, non sono in calendario visite di Netanyahu in territorio tedesco. Altrettanto stringato il comunicato francese: «Prendiamo atto», ha detto un portavoce del ministero degli Ester…

Avanti, con cautela. E soprattutto in ordine sparso. I mandati di arresto spiccati dalla Corte penale internazionale contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa, Yoav Gallant, non sono uno shock solo per Israele, ma anche per le capitali europee. Che ora devono decidere come comportarsi, strette tra gli obblighi più volte riconfermati nei confronti della giustizia internazionale e il legame storico che unisce il Vecchio Continente allo Stato ebraico.

L’imbarazzo è palpabile, in special modo in Germania. Il governo tedesco, che fin qui è sempre stato il più cauto nelle critiche verso il governo e le forze armate israeliane, ha fatto sapere che esaminerà attentamente il mandato dei giudici dell’Aia, ma che per il momento non compirà altri passi. Anche perché, al momento, non sono in calendario visite di Netanyahu in territorio tedesco. Altrettanto stringato il comunicato francese: «Prendiamo atto», ha detto un portavoce del ministero degli Esteri, «fedeli all’impegno di lunga data a sostegno della giustizia internazionale». Solo Londra è stata più netta: «Il Regno Unito – fa sapere Downing Street – rispetterà sempre i suoi obblighi legali come stabilito dal diritto interno e dal diritto internazionale».

L’Ungheria si smarca

Chi approfitta dell’occasione per smarcarsi è l’Ungheria. Viktor Orbán ha subito invitato Netanyahu per una visita diplomatica, chiarendo che Budapest non ha alcuna intenzione di ottemperare alle richiesta della Corte (e per questo viene immediatamente richiamato all’ordine dalla Ue: «Così viola i suoi obblighi legali internazionali e la posizione comunitaria sulla Cpi»). Il premier israeliano, impegnato nel duplice tentativo di negare legittimità alla Corte e di rompere il crescente isolamento internazionale del suo Paese, raccoglie l’assist: «Ringrazio il premier Viktor Orbán per il caloroso sostegno dimostrato a me e allo Stato di Israele, contro la debolezza vergognosa di chi si è schierato con la decisione oltraggiosa contro il diritto dello Stato di Israele alla difesa. L’Ungheria, come i nostri amici negli Stati Uniti, ha dimostrato integrità morale e fermezza dalla parte della giustizia e della verità».

(afp)

L’enfasi di Netanyahu non è casuale. Il colpo incassato è durissimo e il primo ministro – che in patria deve affrontare le contestazioni per il mancato accordo sugli ostaggi, un processo penale per corruzione e un’inchiesta per aver reso pubblici documenti riservati in tempo di guerra – prova a risalire la china: cercando di convincere l’opinione pubblica che il mandato d’arresto non è solo un attacco a lui, ma allo Stato di Israele in quanto tale; e, di conseguenza, approfittando dell’occasione per minare la fiducia – già bassa in un Paese che si sente sempre minacciato nel suo diritto a esistere – nei confronti di tutte le istituzioni sovranazionali.

Lo smarrimento di Israele

In Israele, del resto, il senso di smarrimento è evidente. Prova ne sia il fatto che tutti, anche i leader d’opposizione, hanno stigmatizzato la decisione della Cpi. Ieri tuttavia sono emerse anche le prime perplessità. Come quella dell’ex capo dell’ufficio legale dell’esercito, Eran Shamir-Borer, che parlando con il quotidiano Haaretz ha sottolineato come il governo abbia «messo la testa nella sabbia, contribuendo a questo esito». Netanyahu, spiega, avrebbe potuto condizionare la Corte aprendo una propria inchiesta sull’operato dell’Idf a Gaza e presentarne all’Aia i risultati, ma ha preferito non farlo. Così, rinunciando a difendersi, si è sostanzialmente messo nelle mani dei giudici.

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