L’ambasciatore di Hamas: “Non ci sentiamo traditi da Hezbollah, per noi la guerra continua”
dal nostro inviato Fabio TonacciISTANBUL — «Se ci sentiamo traditi da Hezbollah? Per niente…», dice il 61 enne Basem Naim, membro del politburo di Hamas e uomo cui il movimento islamista palestinese affida le relazioni internazionali. Alla premessa segue però una promessa inquietante, soprattutto perché proviene da un esponente di primo livello di un gruppo terroristico, così definito anche dal Consiglio dell’Unione europea dopo che ha inserito nella lista nera il nome di Sinwar. «Sappiate che qualsiasi accordo col Libano, con lo Yemen o con l’Iran non porterà sicurezza alla regione. Non ci sarà pace fin quando la questione palestinese non verrà risolta».
L’incontro con Basem Naim avviene nella periferia di Istanbul, al quarto piano di una palazzina che ospita, al primo, una sede del Akp, il partito del presidente Erdogan: a riprova di quanto il governo turco appoggi Hamas nonostante le atrocità del 7 Ottobre e nonostante i quasi cento rapiti israelia…
ISTANBUL — «Se ci sentiamo traditi da Hezbollah? Per niente…», dice il 61 enne Basem Naim, membro del politburo di Hamas e uomo cui il movimento islamista palestinese affida le relazioni internazionali. Alla premessa segue però una promessa inquietante, soprattutto perché proviene da un esponente di primo livello di un gruppo terroristico, così definito anche dal Consiglio dell’Unione europea dopo che ha inserito nella lista nera il nome di Sinwar. «Sappiate che qualsiasi accordo col Libano, con lo Yemen o con l’Iran non porterà sicurezza alla regione. Non ci sarà pace fin quando la questione palestinese non verrà risolta».
L’incontro con Basem Naim avviene nella periferia di Istanbul, al quarto piano di una palazzina che ospita, al primo, una sede del Akp, il partito del presidente Erdogan: a riprova di quanto il governo turco appoggi Hamas nonostante le atrocità del 7 Ottobre e nonostante i quasi cento rapiti israeliani ancora nelle loro mani. Nella stanza con le tapparelle chiuse ci sono una bandiera palestinese e la gigantografia dello sceicco Yassin. Naim non è un miliziano col fucile, ma non prende le distanze neanche per un attimo dal massacro ai kibbutz, che definisce «un passo nella giusta direzione».
È stato ministro della Salute a Gaza nel 2007, gira con una valigetta e un individuo di scorta. Sanzionato di recente dagli Stati Uniti, è il volto che Hamas utilizza per comunicare con i media internazionali. Seppur con un tono di voce calmo, alterna propaganda ad anatemi contro i Paesi europei che sostengono lo Stato ebraico.
Dopo più di un anno di guerra la Striscia di Gaza è rasa al suolo, due milioni di palestinesi sono senza casa e 45 mila sono stati uccisi. Come fa a definire la strage terroristica del 7 Ottobre “un passo nella giusta direzione”?
«Ha riportato la questione palestinese al centro dell’attenzione al momento giusto. Prima Israele si era convinto che non esistesse più la necessità di risolverla, mentre a Gaza vivevamo in una prigione a cielo aperto. Noi combattiamo per il nostro popolo oppresso dagli israeliani, per la dignità e la libertà dei palestinesi».
Massacrare 1.200 civili innocenti nei kibbutz, tra cui tante donne e tanti bambini, significa combattere per il popolo palestinese?
«Tutto è relativo, dipende dal punto di vista e dall’obiettivo strategico».
Quale obiettivo strategico? È stato un massacro che ha causato una guerra con altri massacri.
«Come un’operazione chirurgica, produce dolore, sanguinamento e complicazioni, ma noi siamo convinti che andasse fatta».
Perché invece non avete lavorato a migliorare le condizioni di vita dei palestinesi quando eravate al governo a Gaza?
«Il nostro fine non è rendere più abitabile una prigione, il nostro fine è abbatterla e liberare i palestinesi».
Per questo avete investito i milioni di dollari che vi arrivavano dal Qatar nella costruzione dei tunnel invece che in scuole e ospedali?
«Non un dollaro del Qatar è stato speso per quello, non bisogna credere alla propaganda nemica. Arrivavano 30 milioni al mese, tra l’altro autorizzati da Israele, un terzo lo distribuivamo a migliaia di famiglie povere, un terzo lo pagavamo a Israele per l’acqua e l’elettricità, un terzo rimaneva all’amministrazione».
In Libano è stato dichiarato il cessate il fuoco, come commenta?
«Non era solo Hezbollah a decidere. Se il popolo libanese ha deciso che è nel loro interesse accordarsi con Israele a noi sta bene, perché il nostro obiettivo non era far distruggere il Libano da Netanyahu».
Ora Israele avrà solo un fronte aperto, concentrerà l’esercito contro quel che resta delle vostre brigate.
«Non esistono solo i fronti militari. La Corte penale internazionale per la prima volta ha accusato i governanti israeliani di crimini di guerra».
Come i vostri Sinwar, Haniyeh e Deif.
«E ne siamo onorati, se la definizione è questa. Siamo pronti a cooperare con qualsiasi comitato investigativo indipendente che venga in Palestina».
Sinwar e Haniyeh sono morti, la sorte del comandante delle brigate al-Qassam è incerta. Deif è vivo?
«Non lo sappiamo. Di sicuro non era nel luogo bombardato indicato dagli israeliani».
Il conflitto libanese si separa da quello a Gaza, cosa che avevate provato a evitare in tutti i modi.
«Era utile che Israele fosse impegnato anche a nord. È un Paese con capacità strategiche limitate nonostante il sostegno militare che ha sempre ricevuto da chiunque, anche dall’Italia. Nel lungo periodo a stancarvi sarete voi europei, non noi».
Quando libererete le persone che avete rapito?
«Il negoziato è fermo, sabotato da Netanyahu. Il 2 luglio Hamas aveva approvato la bozza finale di un accordo basato sulla proposta israelo-americana di maggio, quella per cui Biden aveva fatto il famoso discorso in tv. Netanyahu all’ultimo ha aggiunto condizioni inaccettabili, come lasciare l’Idf nel Corridoio Philadelphi».
Risulta che abbiate perso il controllo della Striscia e il sostegno della popolazione locale. Siete in grado di contattare gli ostaggi?
«Faccio parte dell’ufficio politico, la gestione degli ostaggi è dell’ala militare».
Non è una risposta.
«Stavamo per siglare l’accordo di luglio, presumo quindi di sì. Quanto al consenso, la metà dei palestinesi ci appoggia. Anzi, Hamas è più forte adesso che vent’anni fa, quando optammo per la resistenza armata. Non si può ancora dire chi abbia vinto la guerra».
Come fa a dirlo? A Gaza nessuna vostra struttura è in piedi, i miliziani sono rimasti pochi e probabilmente senza guida, in Qatar vi hanno chiuso l’ufficio.
«Temporaneamente, perché il negoziato è fermo. Ora l’ufficio di Hamas è itinerante. Io mi sposto tra Turchia, Cairo, Kuala Lumpur, Sudafrica, Algeria, Qatar».
Poche settimane dopo il 7 Ottobre andò a Mosca. Putin vi sostiene?
«Solo politicamente. Nel Consiglio di sicurezza Onu insieme alla Cina blocca ogni tentativo americano di far passare Hamas come gruppo terroristico».
Cosa cambia con Trump alla Casa Bianca?
«Peggio di Biden non può fare nessuno. Ha fornito 500 mila tonnellate di materiale bellico e 30 miliardi di dollari in pochi mesi a Israele. Donald Trump invece ha dichiarato di voler terminare tutte le guerre».
Speravate che l’invasione di Gaza provocata dal 7 Ottobre convincesse i Paesi arabi ad attaccare Israele, era questa la vostra strategia?
«No. Ma da un punto di vista politico sì, ci aspettavamo più sostegno. Anche sostegno umanitario, invece tutto il mondo, Paesi arabi e islamici inclusi, non è riuscito a portare acqua e viveri a Gaza».
Pensate davvero di avere un futuro politico?
«Vogliamo entrare nel Olp che è l’ombrello di tutti i palestinesi, ne abbiamo il diritto. Finora però le pressioni americane, europee ed israeliane ce lo hanno impedito».
Cosa vi aspettate a Gaza, a guerra finita?
«È una questione palestinese, quindi che siano Hamas, Fatah e gli altri partiti a decidere. Se la nostra presenza blocca la ricostruzione di Gaza, siamo disposti a farci da parte. Proponiamo un governo tecnico unitario senza componenti politiche, che si concentri sui civili».