ROMA — Per uno che non ha mai nascosto un dna democristiano senza fiamme e nostalgie, l’ascesa alla vicepresidente esecutiva della creatura di Ursula von der Leyen si può riassumere con un sentimento: liberazione. Troppo clamore, negli ultimi giorni. Troppo conflitto. Troppi riflettori puntati addosso. Raffaele Fitto è da ieri commissario europeo alla Coesione e alle riforme. Ma soprattutto, diventa pedina di lusso che consente a Giorgia Meloni di entrare nella maggioranza Ursula. Il prezzo dell’allargamento ai Conservatori è alto, per von der Leyen: il record negativo di voti per una presidente appena eletta, l’ipoteca su alcuni dossier chiave nel prossimo quinquennio. Ma il risultato è comunque politicamente rilevante, almeno dal punto di vista della presidente del Consiglio: la trasformazione di Ecr in uno dei due “forni” del progetto politico della leader tedesca.
Vince soprattutto Fitto, su questo nessuno discute. E corona una carriera che assomiglia a montagne russe: eletto e p…
ROMA — Per uno che non ha mai nascosto un dna democristiano senza fiamme e nostalgie, l’ascesa alla vicepresidente esecutiva della creatura di Ursula von der Leyen si può riassumere con un sentimento: liberazione. Troppo clamore, negli ultimi giorni. Troppo conflitto. Troppi riflettori puntati addosso. Raffaele Fitto è da ieri commissario europeo alla Coesione e alle riforme. Ma soprattutto, diventa pedina di lusso che consente a Giorgia Meloni di entrare nella maggioranza Ursula. Il prezzo dell’allargamento ai Conservatori è alto, per von der Leyen: il record negativo di voti per una presidente appena eletta, l’ipoteca su alcuni dossier chiave nel prossimo quinquennio. Ma il risultato è comunque politicamente rilevante, almeno dal punto di vista della presidente del Consiglio: la trasformazione di Ecr in uno dei due “forni” del progetto politico della leader tedesca.
Vince soprattutto Fitto, su questo nessuno discute. E corona una carriera che assomiglia a montagne russe: eletto e poi sconfitto due volte alla guida della Puglia, giovane ministro e poi aspro rivale del Cavaliere, isolato fuori da Forza Italia, politicamente a un millimetro dall’irrilevanza. Poi la rinascita in Fratelli d’Italia, di nuovo al governo per gestire il Pnrr con la benedizione pesante del Quirinale. Vince ed esulta, anche se solo con una stringata nota sui social che richiama all’unità istituzionale.
«L’Unione si trova di fronte a sfide cruciali da cui dipende il suo futuro. Nei prossimi anni sarà fondamentale lavorare tutti insieme e dare prova di unità, perché solo così saremo in grado di vincere queste sfide, rilanciare il progetto europeo e difendere con forza i valori su cui esso si fonda». E ancora: «Ogni mia energia sarà dedicata a questo scopo, nel pieno rispetto dei Trattati ed a difesa dell’interesse comune europeo». Poche righe, perché l’uomo non ama le interviste: a Bruxelles rischia di essere un problema, ma è il marchio di fabbrica.
E d’altra parte, come si diceva: avrebbe evitato tutto questo clamore, ma è diventato simbolo di un conflitto politico, emblema di un rimescolamento di equilibri consolidati, oggetto di scontro tra le destre (più o meno sovraniste) e i socialisti, punto di intersezione tra Ppe ed Ecr. Quest’ultimo snodo, fondamentale, ha portato ieri la presidente popolare della Commissione europea a citarlo all’atto dell’insediamento: «Voglio che le regioni e le comunità abbiano il controllo del proprio destino e che contribuiscano a dare forma alle nostre politiche. È il compito della coesione e delle riforme che ho affidato a Fitto».
Vince soprattutto Fitto, ma quanta fatica per arrivarci. E quante pressioni, in questi mesi. Per lui, Meloni chiede da subito un portafoglio all’altezza e una vicepresidenza esecutiva. La premier continua a reclamarla anche quando Fdi vota contro Ursula, nel luglio scorso. Sembra difficile spuntarla, a quel punto. Non perché il ministro del Pnrr sia considerato estremista dai colleghi liberali e socialisti, anzi: ha buoni rapporti con molti, oltreconfine è giudicato il volto forse più presentabile dei meloniani. Ma la premier si è espressa contro nella prima conta, perché premiarla con una vicepresidenza? Perché Fitto diventa il simbolo del patto tra von der Leyen e Meloni, a sua volta sinonimo della politica “dei due forni” scelto da Ursula per ridurre il potere d’interdizione di socialisti e liberali.
Il percorso, comunque, è stato da brividi. Fitto deve affrontare la graticola della commissione chiamata ad approvare la sua nomina, subisce uno scomodo rinvio, diventa per alcune ore “ostaggio” - assieme alla socialista spagnola Teresa Ribera - di un duello che porta l’Europa vicina alla deflagrazione. Ma è il destino a decidere: l’Unione non può spaccarsi del tutto con l’avvento di Trump.
Adesso la tesi di chi ridimensiona è questa, in sintesi: all’Europarlamento non ci saranno voti di fiducia per i prossimi cinque anni, i problemi sono già alle spalle. E sì, von der Leyen cercherà maggioranze variabili in base ai dossier, come sempre. Ma il colpo subito da socialisti e liberali – oltre alla scomoda sponda offerta dagli ultra estremisti dei Patrioti ad Ursula - non resterà senza conseguenze. La Commissione perde voti in tutti i gruppi: Pse, Renew, Verdi, addirittura il Ppe. I problemi non nasceranno sui temi affidati a Fitto, tecnici e poco politici. Tutto si sfogherà sulle riforme green, sui migranti e sui diritti. Con il rischio di paralizzarne molte, cruciali . Non è poco. Non sarà senza conseguenze.