✕

Siria, l’analista Landis: “Senza aiuti da Iran ed Hezbollah, il regime vacilla. E Israele festeggia”

Ascolta l'audio

Intervista al direttore del Center for Middle East Studies dell’università dell’Oklahoma. “I ribelli si stavano preparando da tempo e il momento particolare ha fatto il resto”
2 minuti di lettura

«Mentre l’Occidente si dimenticava della Siria, la situazione di quella parte di mondo ha continuato ad evolversi. I ribelli si stavano preparando da tempo e il momento particolare ha fatto il resto: la Russia concentrata sull’Ucraina, Hezbollah indebolita in Libano per via del conflitto con Israele e l’Iran rallentato, le vie di comunicazione distrutte dai bombardamenti. Soprattutto, dopo il 7 ottobre lo Stato Ebraico ha raddoppiato gli attacchi sulle basi militari siriane: ha distrutto molti avamposti indebolendo notevolmente l’esercito siriano». Joshua Landis, direttore del Center for Middle East Studies dell’università dell’Oklahoma, è considerato uno dei più profondi conoscitori della situazione in Siria.

Dopo anni di tregua, l’offensiva cui assistiamo è la prima sfida regime di Assad.

«I ribelli hanno tratto vantaggio dalla peculiare situazione geopolitica ma nemmeno loro si aspettavano che il sistema di supporto di Assad fosse così debole. L’esercito si è semplicemente dil…

«Mentre l’Occidente si dimenticava della Siria, la situazione di quella parte di mondo ha continuato ad evolversi. I ribelli si stavano preparando da tempo e il momento particolare ha fatto il resto: la Russia concentrata sull’Ucraina, Hezbollah indebolita in Libano per via del conflitto con Israele e l’Iran rallentato, le vie di comunicazione distrutte dai bombardamenti. Soprattutto, dopo il 7 ottobre lo Stato Ebraico ha raddoppiato gli attacchi sulle basi militari siriane: ha distrutto molti avamposti indebolendo notevolmente l’esercito siriano». Joshua Landis, direttore del Center for Middle East Studies dell’università dell’Oklahoma, è considerato uno dei più profondi conoscitori della situazione in Siria.

Dopo anni di tregua, l’offensiva cui assistiamo è la prima sfida regime di Assad.

«I ribelli hanno tratto vantaggio dalla peculiare situazione geopolitica ma nemmeno loro si aspettavano che il sistema di supporto di Assad fosse così debole. L’esercito si è semplicemente dileguato, abbandonando molte armi alle sue spalle. Hanno raggiunto in pochissimo tempo il centro di Aleppo. Una vittoria simbolica giacché nel 2016 Assad l’aveva riprese dopo una battaglia sanguinosissima e solo grazie all’aiuto di russi e iraniani. Questo ha eccitato i miliziani che stanno già andando oltre: a quanto pare sono ormai nella regione di Hama e se cade pure quella, la porta di Damasco è praticamente aperta».

Cosa significa?

«Lì il regime sta cercando di consolidarsi, ma senza rinforzi da parte di Hezbollah e Iran è in difficoltà. Né sembrano bastare i bombardamenti russi a frenare l’avanzata dei ribelli, molto veloci di fronte a militari stremati e demotivati. Negli anni scorsi si era sperato che la pace, sia pur con Assad, avrebbe portato un’economia migliore, una ripresa del lavoro, il ripristino delle infrastrutture. Non è successo. Il Paese ha continuato a declinare, le risorse sono diminuite. La gente è scoraggiata: nessuno vuol battersi per difendere lo status quo».

I ribelli sono sempre gli stessi?

«Sì. L’offensiva è guidata Hayat Tahrir As-Sham, l’organizzazione filo-turca di Abu Muhammad al Jolani. Hts si è formalmente sganciata da al Qaeda nel 2019:. Sono una tipico movimento salafita islamico, il loro modello sono i talebani ma con posizioni meno estremiste ad esempio sulle donne e sui cristiani».

La Siria è un crocevia di interessi strategici contrapposti. Il conflitto rischia di ampliarsi?

«Una guerra regionale è possibile e Iran e Russia ne sono preoccupate. È pur vero che Mosca e Ankara hanno buoni rapporti e il presidente turco Erdogan, che già controlla parte della regione, ha chiesto da tempo a Putin aiuto per “riavvicinarsi” ad Assad: ovvero estendere la sua influenza. Il siriano ha detto no ma se vuol resistere ora dovrà ridursi a più miti consigli. Con gli Stati Uniti che proveranno a rimanere neutrali, la Turchia potrebbe ritrovarsi cuore dello scacchiere del mondo arabo. Certo non piangerebbe la sua caduta ma allo stesso tempo, non vogliono veder aumentata l’influenza turca. L’unico ad aver fatto un affare, per ora è Israele».

Perché?

«Aver messo in crisi le forze di Assad blocca i rinforzi iraniani al Libano e una Siria divisa rallenta la possibilità di Hezbollah di usarla come base».

Leggi i commenti