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La scommessa di Assad, il leader per caso che grazie a Mosca e Teheran ha difeso il suo trono

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Non era lui destinato a succedere al suo spietato padre Hafez, ma suo fratello Basil. La morte di quest’ultimo lo strappò alla professione oculistica proiettandolo al potere. Ecco come ha navigato rivolte, guerra e insurrezioni jihadiste
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LONDRA – Da solo a piedi dietro la bara del padre, in abito scuro e occhiali da sole, impacciato dal suo poco atletico metro e novanta di statura, le lunghe braccia penzoloni, Bashar al-Assad sembrava l’erede sbagliato per il dittatore che aveva tenuto la Siria per trent’anni sotto un tallone di ferro. In quel mattino di giugno del 2000, in mezzo a una folla scalmanata di un milione di persone, noi giornalisti stranieri sopraggiunti a Damasco per la morte improvvisa per infarto di Hafez al-Assad ci domandavamo se il figlio sarebbe stato all’altezza del compito.

L’oculista “geek”

Le previsioni, fra gli inviati della stampa mondiale, erano di due tipi. I pessimisti scommettevano che Assad junior avrebbe perso presto il potere: era un medico oculista 34enne, privo di esperienza militare o politica, con l’aspetto e i modi di un timido mollaccione. Gli ottimisti speravano che l’esperienza di vita in Occidente lo avrebbe spinto a democratizzare il Paese: dopo la laurea aveva lavorato due …

LONDRA – Da solo a piedi dietro la bara del padre, in abito scuro e occhiali da sole, impacciato dal suo poco atletico metro e novanta di statura, le lunghe braccia penzoloni, Bashar al-Assad sembrava l’erede sbagliato per il dittatore che aveva tenuto la Siria per trent’anni sotto un tallone di ferro. In quel mattino di giugno del 2000, in mezzo a una folla scalmanata di un milione di persone, noi giornalisti stranieri sopraggiunti a Damasco per la morte improvvisa per infarto di Hafez al-Assad ci domandavamo se il figlio sarebbe stato all’altezza del compito.

L’oculista “geek”

Le previsioni, fra gli inviati della stampa mondiale, erano di due tipi. I pessimisti scommettevano che Assad junior avrebbe perso presto il potere: era un medico oculista 34enne, privo di esperienza militare o politica, con l’aspetto e i modi di un timido mollaccione. Gli ottimisti speravano che l’esperienza di vita in Occidente lo avrebbe spinto a democratizzare il Paese: dopo la laurea aveva lavorato due anni in un ospedale di Londra, dove aveva conosciuto la moglie Asma, nata nel Regno Unito, figlia di un diplomatico, una first-lady attraente e moderna, istruita nelle migliori scuole private inglesi e laureata in informatica. Passione comune, quest’ultima: Bashar veniva descritto dagli ex-colleghi londinesi come un “geek” attratto dalle nuove tecnologie.

La minoranza alauita

Entrambi i pronostici si sono rivelati sbagliati. Assad figlio è rimasto al potere per un quarto di secolo, e non ha affatto democratizzato la Siria, usando repressione e violenza quasi quanto il padre. Ma ancora più del genitore si è legato ad altre potenze per rimanere in sella, l’Iran e la Russia, e più di Assad senior ha dovuto tollerare sacche di resistenza interna. In parte, ha pagato la fine degli equilibri della guerra fredda, con l’influenza sulla Siria dell’invasione americana in Iraq e del terrorismo di Al Qaeda e Isis, le due organizzazioni terroristiche da cui è sbocciato Hayat Tahir al-Sham, il movimento jihadista che negli ultimi giorni ha lanciato un’offensiva lampo, conquistando Aleppo, seconda maggiore città siriana, e avanza verso la capitale Damasco. Fra dipendenze da fuori e minacce da dentro, il risultato è che ora il regime di Bashar traballa, ancora più di quanto era avvenuto durante le grandi manifestazioni di protesta della Primavera Araba di un decennio fa. E sul destino del presidente pesa pure l’appartenenza agli alauiti, minoranza religiosa islamica sciita che rappresenta solo il 10 per cento dei 23 milioni di abitanti della Siria, che sono invece in maggioranza di fede musulmana sunnita.

Il massacro di Hama

Anche Assad padre diventò presidente relativamente giovane, a 39 anni: ma Hafez era all’epoca un generale nazionalista, collaudato dai conflitti contro Israele. La sua ferocia è diventata proverbiale, riassunta dalla “regola di Hama”, come la chiamò Thomas Friedman, il columnist del New York Times vincitore di due premi Pulitzer: riferimento al massacro compiuto nella città di Hama, dove era scoppiata una ribellione ordita dalla Fratellanza Musulmana. Assad fece sigillare la città dall’esercito, la assediò per tre settimane, annunciò che chiunque fosse rimasto sarebbe stato considerato un nemico, poi la bombardò dal cielo e da terra. Le stime dei morti variano da 20 mila a 40 mila: il più grande massacro di civili compiuto da un Paese arabo contro la propria popolazione.

Sulla spietatezza di Assad senior circolava anche questa storiella. In Siria si tiene una delle tante elezioni-farsa. Un consigliere gli comunica con entusiasmo che le ha vinte: “Ha votato per lei tutta la popolazione tranne tre persone, signor presidente, cosa potrebbe chiedere di più?” E lui di rimando: “I nomi di quei tre”.

Il fratello parà e cavallerizzo

Pur senza essere una monarchia, il presidente aveva predisposto un sistema ereditario per la Siria: doveva succedergli il figlio primogenito Basil, addestrato in un’accademia militare sovietica, paracadutista, colonnello delle forze speciali, grande cavallerizzo, carismatico e amante delle auto da corsa. Senonché nel 1994 Basil morì proprio un incidente di auto e il fratello minore, l’oculista Bashar, fu richiamato in fretta e furia da Londra insieme alla moglie Asma per prenderne il posto. Da allora ha cercato di replicare la fama del padre, senza riuscirci. Lo hanno sorretto i bombardamenti russi, le Guardie della Rivoluzione iraniana, gli Hezbollah libanesi. Ha tremato davanti ai dimostranti pro-democrazia della Primavera Araba, alla sfida del sedicente Stato islamico, ai raid delle forze americane e israeliane. Malpagato e corrotto, l’esercito siriano è incapace di difendersi da sé. Non è escluso che Bashar al Assad superi anche la rivolta jihadista in corso, ma è possibile che sia costretto a compromessi con l’opposizione. O addirittura a fuggire.

La collina di Lawrence d’Arabia

In quel mattino del 2000, nel palazzo presidenziale dove ricevette le condoglianze di Jacques Chirac, di Prodi, del raìs egiziano Hosni Mubarak, Bashar al-Assad appariva a disagio nella parte: non sapeva come staccarsi dal leader palestinese Yasser Arafat, che da consumato attore non smetteva di baciarlo. Sulla medesima altura, nel 1918, Lawrence d’Arabia aveva avvistato per la prima volta Damasco, dopo avere attraversato il deserto con la sua armata di beduini e cammelli che contribuì a sancire la fine dell’Impero Ottomano. Chissà se, nei prossimi giorni, un’altra armata disordinata e scomposta si affaccerà sulla stessa collina, mettendo fine alla “dinasty” degli Assad.

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