Siria, raid russi su Idlib e Aleppo: colpito il collegio francescano
di Anna LombardiSaraqib, nella provincia di Idlib
Domenica di sangue in Siria dove il riaccendersi del conflitto fra ribelli e forze governative ha provocato ieri oltre 60 vittime fra i civili. Vanno ad aggiungersi agli oltre 300 miliziani, uccisi a partire da mercoledì quando sono ripresi i combattimenti, portando la triste conta dei morti a 412. Caduti prevalentemente nel corso dei raid missilistici russi che, lo conferma il Sohr, Osservatorio siriano per i diritti umani, si sono intensificati nelle ultime ore appunto nelle aree dove avanzano i jihadisti di Hayat Tahrir al Sham (Hts): la provincia nordoccidentale di Idlib, quella centrale di Hama e naturalmente Aleppo.
La seconda città più grande della Siria strappata dai ribelli al governo di Damasco con un blitz che gli ha permesso di piantare la propria bandiera sulla cittadella in poche ore. Accanendosi subito sui simboli del potere, dalla statua equestre di Bassel al-Assad, defunto fratello dell’attuale presidente al busto di Hafez al-Assad, padre e predecessore di Basha…
Domenica di sangue in Siria dove il riaccendersi del conflitto fra ribelli e forze governative ha provocato ieri oltre 60 vittime fra i civili. Vanno ad aggiungersi agli oltre 300 miliziani, uccisi a partire da mercoledì quando sono ripresi i combattimenti, portando la triste conta dei morti a 412. Caduti prevalentemente nel corso dei raid missilistici russi che, lo conferma il Sohr, Osservatorio siriano per i diritti umani, si sono intensificati nelle ultime ore appunto nelle aree dove avanzano i jihadisti di Hayat Tahrir al Sham (Hts): la provincia nordoccidentale di Idlib, quella centrale di Hama e naturalmente Aleppo.
La seconda città più grande della Siria strappata dai ribelli al governo di Damasco con un blitz che gli ha permesso di piantare la propria bandiera sulla cittadella in poche ore. Accanendosi subito sui simboli del potere, dalla statua equestre di Bassel al-Assad, defunto fratello dell’attuale presidente al busto di Hafez al-Assad, padre e predecessore di Bashar. Proprio ad Aleppo, ieri almeno 12 civili sono stati uccisi nell’attacco russo all’ospedale universitario avvenuto nella mattinata. Quattro studenti sono morti nel loro dormitorio, anche quello colpito dalle bombe cadute nel pieno centro di Aleppo, dove a essere preso di mira era il palazzo presidenziale, poco distante.
Pure il Terra Santa College, edificio residenziale all’interno del compound dei francescani sempre nel cuore della città siriana, è stato colpito «in un raid di matrice russa» come ha prontamente scritto su X il ministro degli Esteri Antonio Tajani. I danni sono gravi ma fortunatamente non c’è nessuna vittima fra i religiosi che avevano passato la giornata chiusi nel convento a causa del coprifuoco imposto.
In città c’è ancora cibo ed elettricità: ma sempre a causa dei bombardamenti inizia a scarseggiare l’ acqua potabile. La situazione è talmente critica che si è stati costretti a rimandare la partenza di alcuni dei convogli che le diverse ambasciate stavano già organizzando per portare al sicuro i propri connazionali: la speranza è evacuarli oggi. Solo tre italiani hanno già lasciato Aleppo con le Nazioni Unite.
Ma intanto gli scontri si stanno concentrando su Hama, nel centro del Paese, a metà strada fra Aleppo e Damasco: in mattinata i ribelli sono entrati in città, e hanno consolidato le loro posizioni prendendo il controllo pure di uno strategico tratto dell’autostrada M5, che unisce le due città principali. Sull’area stanno convogliando nuove truppe governative, a rinforzo di quelle che già tentano di bloccare la strada ai ribelli. Lo dice il comando generale siriano in un comunicato postato su Facebook: «Ulteriori rinforzi delle nostre forze armate — uomini armi pesanti e lanciarazzi — sono arrivati nei pressi di Hama per dare man forte nella controffensiva». Intanto, però, la corsa dei filo-turchi procede: sempre ieri, hanno strappato alle forze curde che la difendevano la strategica Tal Rifaat, 40 chilometri a nord di Aleppo e una popolazione di 200mila curdi siriani.
Che cosa sta succedendo in Siria: ecco perché i jihadisti hanno sferrato l’attacco. E a chi conviene
Mentre l’esercito tenta di frenare i ribelli, a Damasco il presidente Assad ha incontrato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi che gli ha ribadito il suo appoggio «nella lotta al terrorismo e per proteggere la stabilità e la sicurezza regionale». Parlando di «situazione difficile, ma il governo l’affronterà con successo, come in passato». Nelle stesse ore il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha chiamato l’omologo americano Antony Blinken dicendosi pronta a sostenere «gli sforzi per ridurre la tensione» alludendo forse a possibili trattative che gli permettano di espandere la propria influenza: «il processo politico tra regime e opposizione va finalizzato a garantire la pace e la sicurezza nel Paese».
Non c’è invece nessuna conferma della morte del leader dei ribelli Abu Mohammad al-Jolani circolata sabato sui social con tanto di foto del presunto cadavere. A rilanciarla, con tanto di foto del cadavere, sono stati soprattutto i media iraniani e russi che però hanno un interesse partigiano nel sostenere la morte del principale nemico del loro amico Assad. «La foto è falsa» commentano gli analisti.