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Francia, il politologo Thevenon: “Destra e sinistra incompatibili, la loro convergenza non durerà”

(reuters)

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Intervista all’esperto Gilles Thevenon. “A unirli è soltanto il desiderio di far dimettere il Capo dello Stato”
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PARIGI — «La Francia comincia a sperimentare il trasformismo politico senza averne la cultura», spiega il politologo Gilles Thevenon osservando la strana alleanza nel voto di sfiducia tra Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon. «È qualcosa che ci riporta forse alle precedenti Repubbliche, quando il gioco parlamentare dominava», continua il professore all’Heip di Lione e autore di un saggio sulla storia della Quinta Repubblica.

Dove può portare questa convergenza tra Le Pen e Mélenchon?

«È solo una convergenza provvisoria e opportunista per far cadere il governo Barnier. Non c’è possibilità che nasca un governo con ministri di estrema destra ed estrema sinistra, una coalizione giallo-verde com’è accaduto in Italia per …

PARIGI — «La Francia comincia a sperimentare il trasformismo politico senza averne la cultura», spiega il politologo Gilles Thevenon osservando la strana alleanza nel voto di sfiducia tra Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon. «È qualcosa che ci riporta forse alle precedenti Repubbliche, quando il gioco parlamentare dominava», continua il professore all’Heip di Lione e autore di un saggio sulla storia della Quinta Repubblica.

Dove può portare questa convergenza tra Le Pen e Mélenchon?

«È solo una convergenza provvisoria e opportunista per far cadere il governo Barnier. Non c’è possibilità che nasca un governo con ministri di estrema destra ed estrema sinistra, una coalizione giallo-verde com’è accaduto in Italia per il primo governo Conte, seguito tra l’altro da un Conte II con una maggioranza completamente diversa. Ecco, questo tipo di trasformismo nella rigida cultura politica della Quinta Repubblica è molto difficile, direi quasi impossibile».

Quindi da oggi tornerà l’antagonismo tra i due leader?

«In questo momento Le Pen e Mélenchon inseguono lo stesso obiettivo: provocare una crisi istituzionale e quindi le dimissioni del Capo dello Stato. Al momento sembra fantapolitica, come ha detto lo stesso Emmanuel Macron. Ma è vero che entriamo in una terra incognita. Non c’è mai stato nella Quinta Repubblica un parlamento ingovernabile, senza una maggioranza che emerge. È il dato fondamentale che ha portato alla caduta di Barnier e che rischia di far cadere altri governi».

L’ipotesi di un governo tecnico?

«L’ultimo governo tecnico era sotto la Terza Repubblica, nel lontano 1877. Quando il maresciallo Patrice de Mac Mahon non voleva sottomettersi, alla sinistra di Gambetta, che pure era maggioritaria. È un termine che, non a caso, ha utilizzato Mélenchon. Nell’ottobre 1877, Mac Mahon scelse Gaetan de Rochebouet come presidente del consiglio alla testa di un “gouvernement d’affaire”, una sorta di governo tecnico. Ma i deputati di sinistra rifiutarono di lavorare con lui. Due mesi dopo, Mac Mahon dovette “sottomettersi” alla realtà parlamentare, nominando un capo del governo di sinistra. Alla fine Mac Mahon si è rassegnato a dare le dimissioni, nel gennaio 1879».

Torniamo alle possibili dimissioni di Macron?

«Fatico a fare una previsione. I francesi sono diventati un po’ italiani, hanno eletto un parlamento che sembra uscito da un sistema proporzionale. La caduta di Barnier è uno shock senza precedenti. Dobbiamo risalire al 1962 con la crisi del governo di Pompidou. Ma allora il presidente De Gaulle era popolare e ha potuto sciogliere il parlamento per convocare, e vincere, nuove elezioni. Macron non è popolare, né ha più l’arma della dissoluzione fino alla prossima estate».

Si va verso una “crisi di regime” come sperano Le Pen e Mélenchon?

«Di certo la Quinta Repubblica si dimostra molto fragile, e forse stiamo vivendo la fine di un ciclo istituzionale. Una generazione di giuristi e costituzionalisti pensava che il sistema semi-presidenziale inventato da De Gaulle fosse una garanzia di stabilità. Oggi stiamo verificando il contrario».

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