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Storia della Dynasty Assad: così si è sbriciolato il potere dell’oculista leader per caso

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Era divenuto presidente per la morte del fratello, erede designato del padre Hafez che aveva guidato nel sangue il paese per trenta anni. Bashar era riuscito a sopravvivere a Primavera araba, jihadisti e guerra. Ora la fulminea caduta davanti alla avanzata delle milizie di ex qaedisti
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LONDRA – Un Iluyshin, gli aerei dell’aviazione militare e civile russa, decollato da Damasco: forse così Bashar al-Assad ha lasciato la Siria, fuggendo dai ribelli che stavano per conquistare la capitale e ora l’hanno presa, trovando vuoto il palazzo del presidente-dittatore. Non si sa ancora dove sia andato a rifugiarsi: Teheran, Mosca o un’altra destinazione dove potersi sentirsi al sicuro. In un quarto di secolo al potere, a cui aggiungere i trent’anni precedenti in cui il Paese era in mano a suo padre Hafez, ha avuto tutto il tempo di nascondere all’estero capitali sufficienti ad assicurarsi un agiato futuro. Ma per lui e per il Medio Oriente è la fine di un’era: “Non ci può essere guerra senza l’Egitto, non ci può essere pace senza la Siria”, si diceva un tempo dei conflitti del Levante, a questo punto potrebbe non essere più vero.

Assad junior aveva rischiato di cadere altre volte, sopravvivendo alla Primavera Araba, all’Isis, alla lunga guerra civile siriana. Nella Dinasty di q…

LONDRA – Un Iluyshin, gli aerei dell’aviazione militare e civile russa, decollato da Damasco: forse così Bashar al-Assad ha lasciato la Siria, fuggendo dai ribelli che stavano per conquistare la capitale e ora l’hanno presa, trovando vuoto il palazzo del presidente-dittatore. Non si sa ancora dove sia andato a rifugiarsi: Teheran, Mosca o un’altra destinazione dove potersi sentirsi al sicuro. In un quarto di secolo al potere, a cui aggiungere i trent’anni precedenti in cui il Paese era in mano a suo padre Hafez, ha avuto tutto il tempo di nascondere all’estero capitali sufficienti ad assicurarsi un agiato futuro. Ma per lui e per il Medio Oriente è la fine di un’era: “Non ci può essere guerra senza l’Egitto, non ci può essere pace senza la Siria”, si diceva un tempo dei conflitti del Levante, a questo punto potrebbe non essere più vero.

Assad junior aveva rischiato di cadere altre volte, sopravvivendo alla Primavera Araba, all’Isis, alla lunga guerra civile siriana. Nella Dinasty di questa famiglia di tiranni, tuttavia, c’è chi lo ha sempre considerato inadatto a raccogliere lo scettro paterno.

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Il dottore arrivato da Londra

Solitario, dritto in piedi dietro la bara del padre, abito e occhiali scuri, alto un metro e novanta, le braccia impacciate lungo i fianchi, Bashar sembrava l’erede sbagliato per il crudele autocrate che aveva tenuto la Siria per tre decenni sotto un tallone di ferro e che era morto d’infarto all’improvviso, a 69 anni, mentre parlava al telefono con il presidente libanese. In quel mattino di giugno del 2000, in mezzo a una folla scalmanata di un milione di persone che seguivano il feretro di Hafezal-Assad, noi giornalisti stranieri sopraggiunti a Damasco ci domandavamo se il figlio sarebbe stato all’altezza del compito.Le previsioni, fra gli inviati della stampa mondiale, erano di due tipi. I pessimisti scommettevano che Assad junior non sarebbe durato a lungo: era un medico oculista 34enne, privo di esperienza militare o politica, con l’aspetto e i modi di un timido mollaccione.

Gli ottimisti, d’altro canto, speravano che l’esperienza di vita in Occidente lo avrebbe spinto a democratizzare gradualmente la sua nazione: dopo la laurea aveva lavorato due anni in un ospedale di Londra, dove aveva conosciuto la moglie Asma, nata nel Regno Unito, figlia di un diplomatico siriano, una first-lady attraente e moderna, istruita nelle migliori scuole private inglesi e laureata anche lei nella capitale britannica, in informatica. Una passione comune, quest’ultima: Bashar veniva descritto dagli ex-colleghi londinesi come un “geek” attratto dalle nuove tecnologie.

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Una setta sciita minoritaria

Entrambi i pronostici si sono rivelati sbagliati. Assad figlio è rimasto al potere per venticinque anni, e non ha affatto democratizzato la Siria, usando repressione e violenza quanto il padre. Ma ancora più del genitore si è legato ad altre potenze per rimanere in sella, l’Iran (in particolare gli Hezbollah libanesi, esercito per procura di Teheran) e la Russia; e assai più di Assad senior ha dovuto tollerare sacche di resistenza interna che hanno progressivamente diviso il Paese. In parte, ha pagato la fine degli equilibri della guerra fredda: la Siria ha sentito l’influenza dell’invasione americana in Iraq e del terrorismo di al Qaeda e Isis, le due organizzazioni terroristiche da cui è sbocciato Hayat Tahir al-Sham (Hts), il movimento jihadista che in circa una settimana ha lanciato un’offensiva lampo, conquistando Aleppo, seconda maggiore città siriana, e arrivando fino a Damasco, praticamente senza incontrare resistenza da parte di un esercito siriano corrotto, inefficace e privo della volontà di combattere. “Se i soldati siriani fuggono davanti al nemico, non possiamo essere noi a fermare i ribelli”, ha commentato una fonte iraniana.

Della stessa opinione deve essere Vladimir Putin, che però perde in Siria basi e un vitale centro di influenza. Come che sia, Teheran e Mosca sono distratti dai conflitti in Libano e Gaza, da un lato, in Ucraina dall’altro: e i ribelli di Hts ne hanno approfittato. Fra dipendenze da fuori e minacce da dentro, il risultato è che il regime di Bashar si è dissolto in pochi giorni, come non era avvenuto di fronte alle grandi manifestazioni di protesta della Primavera Araba di un decennio fa. Sulla fine di Assad pesa pure l’appartenenza della sua famiglia agli alawiti, una minoranza religiosa islamica sciita che rappresenta solo il 10 per cento dei 23 milioni di abitanti della Siria, la cui maggioranza è invece di fede musulmana sunnita.

La città rasa al suolo

Anche Assad padre diventò presidente relativamente giovane, a 39 anni: ma Hafez era all’epoca un generale nazionalista, collaudato dai conflitti contro Israele. La sua ferocia è diventata proverbiale, riassunta dalla “regola di Hama”, come la chiamò Thomas Friedman, il columnist del New York Times vincitore di due premi Pulitzer: riferimento al massacro compiuto nella città di Hama, dove era scoppiata una ribellione ordita dalla Fratellanza Musulmana. Assad fece sigillare la città dall’esercito, la assediò per tre settimane, annunciò che chiunque fosse rimasto sarebbe stato considerato un nemico, poi la bombardò dal cielo e da terra. Praticamente la rase al suolo con tutti gli abitanti dentro. Le stime dei morti variano da 20 mila a 40 mila: il più grande massacro di civili compiuto da un Paese arabo contro la propria popolazione. Sulla spietatezza di Assad senior circolava anche questa storiella. In Siria si tiene una delle tante elezioni-farsa. Un consigliere gli comunica con entusiasmo che le ha vinte: “Ha votato per lei tutta la popolazione tranne tre persone, signor Presidente, cosa potrebbe chiedere di più?” E lui di rimando: “I nomi di quei tre”.

L’incidente d’auto del fratello

Pur senza regnare su una monarchia, Hafez aveva predisposto un sistema ereditario per la Siria: doveva succedergli il figlio primogenito Basil, addestrato in un’accademia militare sovietica, paracadutista, colonnello delle forze speciali, grande cavallerizzo, carismatico e amante delle auto da corsa. Senonché nel 1994 Basil morì proprio un incidente di auto e il fratello minore, l’oculista Bashar, fu richiamato in fretta e furia da Londra insieme alla moglie Asma per prenderne il posto. Da allora ha cercato di replicare la fama del padre, senza riuscirci del tutto. Ha usato perfino i gas chimici per sopprimere le rivolte di vario segno esplose durante la guerra civile. Ha rinchiuso in carcere ogni tipo di dissidente. Ha fatto arrestare e torturare gli avversari. Ma non è riuscito, a differenza del padre, a tenere unito il Paese; né ha avuto il ruolo che ebbe Assad senior nei rapporti con le altre autocrazie e dinastie monarchiche arabe. A sorreggere Assad junior sono stati soprattutto i bombardamenti russi, le Guardie della Rivoluzione iraniana, gli Hezbollah libanesi. Ha tremato davanti ai dimostranti pro-democrazia della Primavera Araba, alla sfida del sedicente Stato islamico, ai raid delle forze americane e israeliane.

Malpagato e corrotto, l’esercito siriano si è dimostrato incapace di difendersi da sé. Pochi giorni or sono, ricevendo a Damasco il ministro degli Esteri iraniano, Bashar si è sforzato di apparire al comando. Ma in molti scommettevano che preparasse già la fuga, come è avvenuto mentre i ribelli si avvicinavano a Damasco.

I baci di Arafat

In quel mattino del 2000, nel palazzo presidenziale in cima alla capitale, dove ricevette le condoglianze del presidente francese Jacques Chirac, del premier italiano Romano Prodi, del raìs egiziano Hosni Mubarak, Bashar al-Assad appariva a noi giornalisti già a disagio nella parte: non sapeva come staccarsi dal leader palestinese Yasser Arafat, che da consumato primattore, ottenute le luci della ribalta, non se ne andava più dal palco delle autorità e non smetteva di baciarlo. Sulla medesima altura, nel 1918, Lawrence d’Arabia aveva avvistato per la prima volta Damasco, dopo avere attraversato il deserto con l’armata di beduini e cammelli che contribuì a sancire la fine dell’Impero Ottomano. Ora un’altra armata disordinata e scomposta si è affacciata alla stessa collina e ha messo fine alla dinastia degli Assad.

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