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Siria, le ultime ore di Assad soffocato dall’abbraccio con gli amici iraniani

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Il rifiuto all’invito negoziale di Erdogan ha segnato la sua fine
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Introvabile a Damasco, forse era già fuggito a Teheran o forse era nascosto nell’ultimo bunker di una famiglia che da 53 anni stringe la Siria nel regime, Bashar al Assad ha atteso una fine che appariva inevitabile. Interrogandosi se avrebbe dovuto negoziare con i ribelli per una tregua che gli consentisse di sopravvivere attraverso un esecutivo di transizione, oppure se riparare in esilio portando con sé il simulacro del governo legittimo siriano. Delle due, l’una. Anche perché la terza possibilità — aggrapparsi alla poltrona della presidenza combattendo fino alla fine e a costo della propria vita — sarebbe stata sorprendente per un dittatore sì cinico e spregiudicato, ma, in fondo, dal carattere fragile.

Il leader scomparso

Dov’è, dunque, ora Assad? L’uffic…

Introvabile a Damasco, forse era già fuggito a Teheran o forse era nascosto nell’ultimo bunker di una famiglia che da 53 anni stringe la Siria nel regime, Bashar al Assad ha atteso una fine che appariva inevitabile. Interrogandosi se avrebbe dovuto negoziare con i ribelli per una tregua che gli consentisse di sopravvivere attraverso un esecutivo di transizione, oppure se riparare in esilio portando con sé il simulacro del governo legittimo siriano. Delle due, l’una. Anche perché la terza possibilità — aggrapparsi alla poltrona della presidenza combattendo fino alla fine e a costo della propria vita — sarebbe stata sorprendente per un dittatore sì cinico e spregiudicato, ma, in fondo, dal carattere fragile.

Il leader scomparso

Dov’è, dunque, ora Assad? L’ufficio di presidenza ancora ieri 7 dicembre lo dava «al suo posto a Damasco» e «al lavoro», nel tentativo di smentire le voci di una sua precipitosa esfiltrazione verso Paesi amici come l’Iran o la Russia. In serata, però, la Cnn diffonde la notizia secondo cui «Assad non si trova in nessuno dei luoghi della città dove ci si aspetterebbe di trovarlo», e «la sua guardia presidenziale non è più schierata a difesa della residenza». Bloomberg, basandosi su fonti e media arabi lo posiziona già a Teheran, dove sarebbe volato nelle ore scorse. Dopo l’ingresso dei ribelli fonti locali parlano di «fuga in un luogo sconosciuto». Per l'Osservatorio siriano per i diritti umani «il rais ha lasciato la Siria attraverso l'aeroporto internazionale di Damasco prima che le forze di sicurezza dell'esercito abbandonassero la struttura, subito dopo l’ingresso dei ribelli in città». L’unica certezza è che Bashar al Assad non controlla più niente.

(afp)

La sliding doors del raìs

Venerdì 6 dicembre pomeriggio pareva che l’ultima delle sliding doors, quei bivi che definiscono storie e separano destini, si fosse chiusa. All’ipotesi prospettata da Stati Uniti e Turchia di fermare l’escalation con un accordo per un governo largo che includesse anche l’opposizione e, contemporaneamente, recidesse il cordone ombelicale con l’Iran, Bashar al Assad ha detto no. Non poteva fare altrimenti, del resto: troppi i legami vitali con gli ayatollah iraniani, troppi gli interessi in comune.

La Siria è — meglio dire era — un solido anello del cosiddetto Asse della resistenza, l’alleanza militare a guida iraniana anti-Israele e anti-Occidente che si è molto ridimensionata in 14 mesi di guerra dopo il 7 Ottobre. Ne fanno parte, oltre alla Repubblica islamica e alla Siria, le milizie sciite libanesi (Hezbollah), irachene (Hashd al Shaab), palestinesi (Hamas) e yemenite (Houti).

Amici letali

In nome del sodalizio, Iran e Russia con l’ausilio di Hezbollah hanno mantenuto in piedi il potere di Assad durante i 13 anni della guerra civile siriana, sostenendolo con armamenti e denaro, e consentendogli di proclamare nel 2019 la sconfitta dell’Isis. In nome della medesima alleanza, Assad ha permesso che i missili e i droni di Teheran transitassero attraverso il suo Paese per raggiungere gli utilizzatori finali libanesi: i combattenti di Hezbollah.

Nelle ultime ore, a Doha, si era aperto però un altro spiraglio per il cessate il fuoco e per il futuro politico del partito Ba’th, di cui il presidente 59 enne è segretario generale. Come prima di lui era stato suo padre Hafez, l’uomo che negli anni Settanta rese dittatura il colpo di stato dei baathisti del 1963, rivoluzionando l’ordinamento politico della Repubblica siriana e diventandone padrone unico e assoluto, lui che era classe militare alawita (una branca dell’Islam apparentata alla lontana con lo sciismo) ed esponente del partito nazionalista arabo, socialista e laico.

Doha

Un altro spiraglio, dicevamo. In Qatar nella riunione dei ministri degli Esteri di Russia, Iran, Turchia, l’emissario delle Nazioni Unite per la Siria, Geir Pedersen, aveva proposto l’avvio a Ginevra di colloqui di pace per «evitare il bagno di sangue» e «procedere verso la transizione politica con accordi credibili e inclusivi, e un processo fondamentalmente diverso rispetto a quanto fatto finora». La diversità sta nel fatto che il progetto prevedeva l’invito in Svizzera di rappresentanti di Hayat Tahrir al Sham (Hts) ed esponenti «presentabili» del governo siriano.

Usa, Francia, Germania, Regno Unito e Ue erano d’accordo, e ciò assomigliava già molto a una pietra tombale sul regime del “rais controvoglia”, che in gioventù aveva ben altri piani e si vedeva dottore a Londra quando invece venne costretto dal padre a entrare in politica nel 1994 a seguito della morte in un incidente stradale di suo fratello maggiore Bassel. Hafez al Assad aveva bisogno di un successore, fece cambiare la Costituzione siriana pur di consentire a Bashar di prendere il potere nel 2000, a soli 34 anni. Mezzo secolo dopo, il dilemma più grande.

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