Damasco sotto assedio: “Assad è introvabile, pronto a trattare l’esilio”
di Anna LombardiLe statue degli Assad ieri sono venute giù perfino nei sobborghi di Damasco: segno che i ribelli hanno ormai accerchiato la capitale siriana, cuore amministrativo del Paese. E infatti nelle strade della città è il caos. La gente teme combattimenti imminenti, e si affanna alla ricerca dell’essenziale per sopravvivere chiusa in casa per giorni, se non settimane. Molti negozianti hanno però già abbassato le saracinesche. Zucchero, farina e pile elettriche sono introvabili e questo contribuisce al panico di una popolazione che non crede più alle notizie rassicuranti che ancora divulgano i media statali.
L’incognita Assad
Nessuno sa quanto i ribelli siano effettivamente vicini. Né dove sia Bashar al Assad: il suo ufficio ha smentito le voci di fuga dei giorni scor…
Le statue degli Assad ieri sono venute giù perfino nei sobborghi di Damasco: segno che i ribelli hanno ormai accerchiato la capitale siriana, cuore amministrativo del Paese. E infatti nelle strade della città è il caos. La gente teme combattimenti imminenti, e si affanna alla ricerca dell’essenziale per sopravvivere chiusa in casa per giorni, se non settimane. Molti negozianti hanno però già abbassato le saracinesche. Zucchero, farina e pile elettriche sono introvabili e questo contribuisce al panico di una popolazione che non crede più alle notizie rassicuranti che ancora divulgano i media statali.
L’incognita Assad
Nessuno sa quanto i ribelli siano effettivamente vicini. Né dove sia Bashar al Assad: il suo ufficio ha smentito le voci di fuga dei giorni scorsi, ma la guardia presidenziale non è più davanti alla sua residenza ufficiale e il presidente, introvabile, potrebbe aver accettato il consiglio di lasciare il Paese e instaurare un governo in esilio datogli da Egitto e Giordania. La sua famiglia è già al sicuro in Russia ed Emirati. E lui potrebbe aver trovato rifugio in Iran.
Siria, manifestanti abbattono la statua del padre di Assad alla periferia di Damasco
Hassan Abdul-Ghani, comandante degli insorti, scrive su Telegram che le sue truppe sono a 20 chilometri dalla capitale e la presa di Damasco «segnerà la fase finale dell’offensiva». L’Osservatorio siriano per i diritti umani, con sede nel Regno Unito ma ottime fonti nel Paese, registra la presenza di miliziani nei sobborghi della capitale: a Jaramana appunto, ma pure a Maadamiyaz e Daraya. La città è insomma circondata e potrebbe capitolare nel giro di poche ore anche se il Ministero degli Interni insiste: «La protegge un cordone impenetrabile».
Per ritardarne la conquista da parte dei ribelli, dice un funzionario americano a Cnn «servirebbe un colpo di stato ben organizzato: ma è improbabile, Assad ha soffocato ogni potenziale concorrente». Ma intanto il presidente eletto Donald Trump da Parigi già tuona: «Gli Stati Uniti si tengano lontani dalla Siria. Non è nostra amica».
L’ombra russa
Di sicuro non sono dunque bastati gli sporadici bombardamenti russi a fermare la travolgente avanzata della coalizione ribelle: capace di conquistare 400 chilometri di territorio in appena dieci giorni approfittando di una congiuntura geopolitica unica, con i russi focalizzati sull’Ucraina, Hezbollah decimata dalla guerra in Libano e Teheran impossibilitata a dar manforte. Una settimana fa gli insorti hanno sbaragliato le difese di Aleppo, prendendone la cittadella in 48 ore. Si sono poi impossessati di Hama e lì si sono divisi: gli uomini di Hayat Tahrir al-Sham guidati da Mohammad al-Jolani diretti a sud, dove hanno ingaggiato l’esercito nella difesa di Homs riuscendo a impossessarsi pure dell’arsenale di armi chimiche lì conservato («Non le useremo in nessuna circostanza», assicurano). Nonostante la battaglia di Homs sia ancora in corso, alcune divisioni si sono comunque spinge fino alla capitale per impedire all’esercito di riorganizzarsi. Altri miliziani si sono invece spinti a nordest: marciando su Manbij, 80 chilometri da Aleppo e appena 30 dal confine con la Turchia. Qui hanno spinto i curdi sostenuti dagli Stati Uniti oltre l’Eufrate. Ma questi hanno comunque approfittato del vuoto lasciato dall’esercito governativo, prendendosi a loro volta Deir el Zor: roccaforte dell’Isis fino al 2019. Sempre sul lato orientale almeno 2 mila soldati dell’esercito regolare hanno disertato, attraversando il confine con l’Iraq.
Altri combattimenti nell’area più meridionale della Siria, hanno permesso a insorti locali di prendere il controllo di Qunaytra, Daraa e Suwayda, nei pressi dalle alture del Golan e dei confini con Israele e Giordania. Costringendo Amman a chiudere rapidamente le sue frontiere dopo che i ribelli hanno preso il valico che porta nel loro Paese. Movimenti nella zona di Quneitra, all’interno della fascia di sicurezza delle Nazioni Unite che divide la Siria da Israele, hanno convinto pure lo Stato ebraico a rinforzare con nuove truppe la sua frontiera, facendo sapere di aver pure aiutato le forze Onu a respingere un attacco di uomini armati verso una delle loro postazioni.
Il compromesso di Doha
Della complessa situazione hanno discusso a Doha, Qatar, i ministri degli Esteri di Russia, Turchia e Iran — il cosiddetto formato “Astana” che fin dal 2016 tenta di trovare una soluzione politica alle divisioni della Siria — insieme all’inviato Onu per la Siria Geir Pedersen. «Confermiamo l’impegno per l’immediata fine degli scontri e per il mantenimento dell’integrità territoriale» hanno detto. Impegnandosi a chiedere «negoziati e dialogo» fra Damasco e «i gruppi legittimi dell’opposizione». Per Onu e Ue colloqui potrebbero tenersi a Ginevra: senza gli Assad.