Nel palazzo del dittatore sono rimaste solo le Ferrari. E le Lamborghini, le Bmw, le Audi e le altre vetture di lusso che Bashar al Assad collezionava parcheggiate nel garage sotterraneo della residenza presidenziale a Damasco. Quando nella mattina dell’8 dicembre quelle stanze rivestite di marmo si sono riempite di ribelli armati, lui non c’era già più da qualche ora. Volato a Mosca dall’alleato storico Vladimir Putin, che non è riuscito a proteggere il regime siriano dall’avanzata dei gruppi armati di Hayat Tahrir al Sham e nemmeno da se stesso (l’esercito siriano si è squagliato senza opporre difesa), ma ha fornito un luogo sicuro per l’esilio.
Damasco, i miliziani entrano nel garage di Assad: tra le auto di lusso Ferrari e Bmw
«Asilo politico per motivi umanitari», è la formula consegnata all’agenzia ufficiale Interfax per comunicare di aver dato accoglienza al…
Nel palazzo del dittatore sono rimaste solo le Ferrari. E le Lamborghini, le Bmw, le Audi e le altre vetture di lusso che Bashar al Assad collezionava parcheggiate nel garage sotterraneo della residenza presidenziale a Damasco. Quando nella mattina dell’8 dicembre quelle stanze rivestite di marmo si sono riempite di ribelli armati, lui non c’era già più da qualche ora. Volato a Mosca dall’alleato storico Vladimir Putin, che non è riuscito a proteggere il regime siriano dall’avanzata dei gruppi armati di Hayat Tahrir al Sham e nemmeno da se stesso (l’esercito siriano si è squagliato senza opporre difesa), ma ha fornito un luogo sicuro per l’esilio.
Damasco, i miliziani entrano nel garage di Assad: tra le auto di lusso Ferrari e Bmw
«Asilo politico per motivi umanitari», è la formula consegnata all’agenzia ufficiale Interfax per comunicare di aver dato accoglienza al rais deposto. «Il presidente della Siria e membri della sua famiglia sono arrivati a Mosca». Secondo la fonte del governo russo, i leader dell’opposizione siriana hanno garantito che non assalteranno né le due basi militari della Federazione (quella navale di Tartus e quella dell’aviazione a Hmeimim), né le sedi diplomatiche. «La Russia ha favorito la risoluzione politica della crisi, il negoziato deve riprendere sotto l’egida delle Nazioni Unite», è l’auspicio diffuso dal Cremlino.
Casa Russia
Bashar al Assad è lì, dunque. Del resto era la destinazione più probabile, visto il sostegno decennale: nel 2015 la Russia era intervenuta militarmente nella guerra civile per puntellare un regime fragile guidato da un dittatore cinico e debole, comunque utile per mantenere lo sbocco sul Mediterraneo, il sogno di ogni zar e, quindi, anche dello zar Putin.
Il figlio maggiore di Bashar, Hafez al Assad, ha studiato nella capitale russa ottenendo il dottorato in Scienze fisiche e matematiche proprio venerdì 6 dicembre, con una cerimonia accademica tenutasi alla presenza di suo padre e della madre Asma, malata di leucemia. Il Wall Street Journal scrive che la moglie e i figli del rais sono in Russia dalla fine di novembre, quando è cominciata da Aleppo l’avanzata dei jihadisti, mentre i cognati sono partiti per gli Emirati Arabi, altro Paese mai veramente ostile al regime e primo a ripristinare i rapporti nel 2018. Bashar Assad, 59 anni, presidente dal 2000, aveva invece fatto rientro a Damasco.
Le ultime parole
Pochi giorni appena, il tempo di capire che la parabola cinquantennale del regime inaugurata da suo padre Hafez finiva nell’istante esatto in cui i ribelli sabato 7 dicembre mattina raggiungevano i sobborghi della capitale siriana, ed ecco il dittatore in fuga. Proprio Assad che nel 2014, davanti all’esfiltrazione del presidente ucraino Janukovic che da Kiev si era rifugiato a Mosca dopo la rivoluzione di Euromaidan, volle far arrivare questo messaggio a Putin: «Se capiterà a me, non andrò da nessuna parte». E invece.
«Assad si è dimesso dalla presidenza e ha lasciato le consegne per una transizione politica pacifica», si leggeva ancora ieri in una nota del ministero degli Esteri russo, di fatto il portavoce delle ultime ore della presidenza Assad, che, da quanto si deduce, ha accettato la resa e non sta rivendicando a sé il simulacro di un governo legittimo. Come sia scappato dalla Siria è un giallo che viaggia su due aerei. Il primo è un jet privato decollato sabato sera da Damasco, il secondo è un Ilyushin II-76T della Syrian Air partito dallo scalo della capitale domenica mattina e sparito dai radar che monitorano il traffico aereo quando si trovava sui cieli di Homs, dopo una rotta inusuale e non lineare. Su quale dei due velivoli sedesse il rais non è chiaro, ma le fonti siriane sostengono che abbia fatto scalo a Hmeimim, governatorato di Latakia, per poi puntare su Mosca. «È atterrato da noi», l’annuncio, in serata, del Cremlino.