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Damasco cade, ma i ribelli cercano una transizione ordinata dopo la fuga di Assad a Mosca

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La città ai piedi di al Jolani. Resta al suo posto il premier al Jalali. Gli Usa bombardano le basi Isis nel Paese
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La capitale siriana Damasco crolla alle prime luci dell’alba di domenica sotto la spinta inarrestabile della coalizione ribelle guidata da Hayat Tahrir al-Sham. Capace, in appena 11 giorni (e 910 morti) di dare una spallata decisiva al regime degli Assad al potere da mezzo secolo. Il leader degli insorti Abu Muhammad al Jolani entra in città poco dopo. S’inginocchia davanti alla Grande Moschea degli Omayyadi e bacia la terra: «Il futuro è nostro».

Al Jolani arriva a Damasco: il capo dei ribelli si inginocchia e bacia la terra

L’annuncio russo

Bashar al Assad se n’è andato, dopo aver negoziato la resa evitando la sanguinosa ultima battaglia di Damasco, una transizione ordinata e le dimissioni dalla carica presidenziale, in cambio del permesso di lasciare il Paese e salvarsi. «Ha dato istruzioni per effettuare un pacifico trasferimento del potere» scrive in un comunicato i…

La capitale siriana Damasco crolla alle prime luci dell’alba di domenica sotto la spinta inarrestabile della coalizione ribelle guidata da Hayat Tahrir al-Sham. Capace, in appena 11 giorni (e 910 morti) di dare una spallata decisiva al regime degli Assad al potere da mezzo secolo. Il leader degli insorti Abu Muhammad al Jolani entra in città poco dopo. S’inginocchia davanti alla Grande Moschea degli Omayyadi e bacia la terra: «Il futuro è nostro».

Al Jolani arriva a Damasco: il capo dei ribelli si inginocchia e bacia la terra

L’annuncio russo

Bashar al Assad se n’è andato, dopo aver negoziato la resa evitando la sanguinosa ultima battaglia di Damasco, una transizione ordinata e le dimissioni dalla carica presidenziale, in cambio del permesso di lasciare il Paese e salvarsi. «Ha dato istruzioni per effettuare un pacifico trasferimento del potere» scrive in un comunicato il ministero degli Esteri russo, annunciando di avergli «concesso asilo per motivi umanitari». Il deposto leader siriano è dunque con la famiglia proprio in quella Mosca che già chiede la ripresa di negoziati sotto l’egida dell’Onu. E nel frattempo ha ottenuto dai ribelli la garanzia di veder rispettate basi russe e missioni diplomatiche nel Paese.

(afp)

Prove di continuità

Per il momento dunque — lo conferma pure il leader dei ribelli al Jolani — resta in carica il premier Mohammed Ghazi al Jalali. Lo sarà per tutta la transizione, il periodo di passaggio di poteri dalle vecchie alle nuove autorità siriane che Hadi al Bahra, capo dell’opposizione siriana in esilio, ha quantificato in 18 mesi. I primi sei, dice, serviranno a redigere una nuova Costruzione, sulle cui basi si terranno poi le prime libere elezioni. Il premier Jalali, nominato a settembre, fa sapere che il suo governo è pronto a cedere il potere a qualsiasi leadership scelta dal popolo: «Assicureremo la continuità delle istituzioni e dell’apparato dello Stato per garantire la sicurezza di tutti i cittadini».

L'"arresto" simbolico del primo ministro siriano da parte dei ribelli

Le milizie, nel frattempo, prendono il controllo di radio e tv pubblica: «Abbiamo rovesciato il regime criminale di Assad. Annunciamo a chi ci credeva distrutti, la vittoria della grande rivoluzione siriana dopo 13 anni di pazienza e sacrifici», alludendo all’inizio della guerra civile. Viene preso d’assalto anche il famigerato carcere di Sednaya, appena fuori Damasco, dove erano tenuti prigionieri gli oppositori, alcuni addirittura da 40 anni. Cupo simbolo dei peggiori abusi del regime, tanto da essere stato soprannominato nel tempo “mattatoio umano”.

I ribelli jihadisti annunciano la presa di Damasco

Prove di futuro

Le ore successive alla caduta di Assad sono caotiche. Nelle strade si vedono scene di giubilo: c’è chi canta, chi prega, chi piange o perfino spara in aria per la gioia (e d’altronde l’intera diaspora ha festeggiato un po’ ovunque, negli altri paesi arabi in Europa e pure negli Usa). Intanto, i militari dell’esercito governativo gettano le divise in strada: abbandonando il palazzo presidenziale alla mercé dei miliziani. E questi, trovandolo vuoto, per diverse ore danno la caccia agli uomini del presidente spingendosi pure in alcune sedi diplomatiche straniere. Compresa la residenza dell’ambasciatore italiano Stefano Ravagnan. Senza che ci siano conseguenza per lo staff diplomatico. Le cose sono andate diversamente nell’ambasciata di quell’Iran, amico degli Assad: saccheggiata, così come, d’altronde, anche numerosi uffici governativi vicini. Per questo è stato poi imposto un coprifuoco scattato alle quattro del pomeriggio di ieri e in vigore fino all’alba di oggi.

Fuori dal Paese, l’attenzione a quel che accade in Siria è massima. In Europa, i vertici dell’Unione — Ursula von der Leyen, Antonio Costa, Kaja Kallas — parlano della caduta di Assad come di «una grossa opportunità» per il popolo siriano. Avvertendo, però, che la transizione «non sarà priva di rischi». Con il leader polacco Donald Tusk a sottolineare: «Mosca è debole, la Russia e i suoi alleati possono essere sconfitti». Se ne discuterà al summit Ue del prossimo 19 dicembre, quando i leader proveranno a intavolare una prima strategia di sostegno alla Siria. Dall’altra parte dell’Oceano, a dispetto delle parole del presidente eletto Donald Trump («l’America non si immischi»), Joe Biden ha invece rassicurato: «Resteremo vigili. E se dovesse arrivare minaccia dalla Siria durante questo periodo di transizione, sosterremo la regione»: ricordando così le radici terroristiche — oggi rinnegate — dei ribelli. «Assad dovrebbe essere portato davanti alla giustizia e punito», ha aggiunto il presidente americano che ieri, dopo averne discusso con i consiglieri per la sicurezza nazionale, ha ordinato attacchi aerei contro 78 obiettivi dell’Isis, pur sempre presente in sacche del Paese: «Impediremo allo Stato Islamico di trarre vantaggio dalla situazione attuale».

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