✕

Siria, il carcere mattatoio:“L’orrore dei corpi gettati nelle presse”

Ascolta l'audio

Con la liberazione dei prigionieri politici emergono i crimini commessi a Sednaya
2 minuti di lettura

Masnaa (confine Libano–Siria) — Abdel Wahab Daadoush non sa più chi è, non sa chi è stato. Ha perso la memoria per le torture. Resta accovacciato quando i liberatori aprono le porte dell’inferno ed entra luce dopo tanto buio. Aveva 20 anni 13 anni fa, era uno studente di medicina di Hama sceso in piazza per la rivoluzione democratica siriana e mai più tornato, inghiottito come migliaia di siriani nelle viscere di Damasco, a Sednaya. Non è solo una prigione, è l’orrore: un enorme penitenziario a 30 km dalla città, costruito agli inizi degli anni Ottanta, in cui per quattro decenni gli Assad hanno stritolato i loro oppositori, abusati, picchiati, seviziati, tenuti a decine in celle di pochi metri quadri e senza finestre, fino a due piani sotto terra. Un “mattatoio umano” lo definì Amnesty International. E lo è, letteralmente.

Masnaa (confine Libano–Siria) — Abdel Wahab Daadoush non sa più chi è, non sa chi è stato. Ha perso la memoria per le torture. Resta accovacciato quando i liberatori aprono le porte dell’inferno ed entra luce dopo tanto buio. Aveva 20 anni 13 anni fa, era uno studente di medicina di Hama sceso in piazza per la rivoluzione democratica siriana e mai più tornato, inghiottito come migliaia di siriani nelle viscere di Damasco, a Sednaya. Non è solo una prigione, è l’orrore: un enorme penitenziario a 30 km dalla città, costruito agli inizi degli anni Ottanta, in cui per quattro decenni gli Assad hanno stritolato i loro oppositori, abusati, picchiati, seviziati, tenuti a decine in celle di pochi metri quadri e senza finestre, fino a due piani sotto terra. Un “mattatoio umano” lo definì Amnesty International. E lo è, letteralmente.

I ribelli hanno trovato una pressa di metallo in uno degli scantinati: potrebbe essere servita per maciullare i cadaveri dei morti sotto tortura, poi dispersi chissà dove. La giustizia, se ci sarà, racconterà a cosa è servita quella diabolica macchina di morte. Ma la verità oggi è alla luce del sole, testimoniata dai corpi esili ed emaciati dei prigionieri: «Sono dentro da dieci anni, cosa è successo, è caduto Assad?», chiede un uomo sulla quarantina, lo sguardo disorientato.

Un altro non riesce a camminare, zoppica. Dal braccio femminile scappano decine di donne, c’è anche un bambino tra loro, e gli uomini della protezione civile non escludono che possa essere nato lì, forse figlio della violenza che i secondini usavano sulle prigioniere e documentata ormai in decine di inchieste. Sednaya è costruita come un labirinto, profonda almeno tre piani, compartimentati con sistemi automatici per le aperture. Prima di scappare, le guardie criminali di Assad hanno bloccato le porte e spento le ventole dell’aria. Li hanno sigillati vivi. Ieri mentre le squadre della protezione civile lavoravano per liberare i detenuti, migliaia di familiari si sono accalcati intorno alla prigione in cerca di notizie sui loro cari scomparsi anche 20 o 30 anni fa, rovistando tra gli stracci lasciati a terra e le pareti delle celle ancora piene di sangue e feci, sperando in un indizio, una traccia.

Ahmed è arrivato da Aleppo inseguendo la speranza di ritrovare i suoi due nipotini rapiti nel 2012 dalle forze di sicurezza. Un ragazzo di 13 anni non parla, riesce a dire solo “Aleppo”, la sua città. Un altro sopravvissuto racconta: «All’alba facevano irruzione nelle celle e leggevano i nomi di quelli che sarebbero stati giustiziati. Li lasciavano senza cibo né acqua per tre giorni. Portavano il patibolo nella prigione, li giustiziavano e poi mettevano in fila i corpi come sacchi di patate». Raghid Tatari è sopravvissuto a un altro abisso, quello di Tartus, il più anziano dei prigionieri politici siriani: 43 anni in cella per essersi rifiutato, da giovane pilota militare, di bombardare i civili durante il massacro di Hama nel 1982. Il comitato delle famiglie dei prigionieri di Sednaya assicura che il carcere è ormai svuotato. L’orrore adesso è tutto alla luce.

Leggi i commenti