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Siria, la caccia ai fantasmi delle madri di Sednaya: “Troveremo i nostri figli”

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I parenti dei 150 mila reclusi nelle segrete di Assad in fila: non credono ai certificati di morte del regime nella straziante speranza che siano ancora vivi
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DAMASCO — In Siria le madri dei fantasmi non credono neppure ai certificati di morte. Quelle carte portano il timbro del regime, dicono: tuo figlio è morto qui a gennaio, tua figlia è deceduta qui ad agosto, è inutile che continui a cercare, arrenditi. Ma come possono loro, le mamme, fidarsi di un ufficio anagrafe che aveva la foto di Assad sulla scrivania? E ora che le carceri sono state aperte dai ribelli, le trovi che vagano nelle corsie degli ospedali mostrando fotografie ai sopravvissuti di Sednaya, le vedi agli obitori in coda per aprire i sacchi neri, oppure fanno come Amal al Homsi, 59 anni, che da tre giorni siede davanti al cancello del ministero dell’Informazione perché le hanno detto che è un edificio importante, «forse qui dentro sanno dov’è il mio Mohammad, è nato nel 1992, l’hanno arrestato nel 2012 a Tadamon e da allora niente più».

Abbiamo passato una giornata a inseguire fantasmi. Centocinquantamila, secondo la Commissione internazionale delle persone scomparse…

DAMASCO — In Siria le madri dei fantasmi non credono neppure ai certificati di morte. Quelle carte portano il timbro del regime, dicono: tuo figlio è morto qui a gennaio, tua figlia è deceduta qui ad agosto, è inutile che continui a cercare, arrenditi. Ma come possono loro, le mamme, fidarsi di un ufficio anagrafe che aveva la foto di Assad sulla scrivania? E ora che le carceri sono state aperte dai ribelli, le trovi che vagano nelle corsie degli ospedali mostrando fotografie ai sopravvissuti di Sednaya, le vedi agli obitori in coda per aprire i sacchi neri, oppure fanno come Amal al Homsi, 59 anni, che da tre giorni siede davanti al cancello del ministero dell’Informazione perché le hanno detto che è un edificio importante, «forse qui dentro sanno dov’è il mio Mohammad, è nato nel 1992, l’hanno arrestato nel 2012 a Tadamon e da allora niente più».

Abbiamo passato una giornata a inseguire fantasmi. Centocinquantamila, secondo la Commissione internazionale delle persone scomparse, sono i desaparecidos siriani, soprattutto uomini, ma anche 8.500 donne e 3.500 bambini, inghiottiti da tredici anni di guerra civile e dal sistema di detenzione e tortura per dissidenti o presunti tali costruito, su scala industriale, dalla dittatura appena caduta: centinaia di celle, prigioni e camere di sicurezza sparse in ogni città, di cui il mattatoio umano di Sednaya era solo la punta più famigerata.

Quando i ribelli ne hanno sfondato le porte di ferro, le immagini dei relitti umani riemersi dal buio sono finite sui social e qualcuno ha riconosciuto parenti dati per deceduti. Dunque è comprensibile che al secondo piano dell’ospedale pubblico Mouwasat oggi ci sia questo viavai di madri, ma anche di padri e di fratelli. Nella stanza 5 hanno portato un sopravvissuto di Sednaya, si contorce in lamenti per la gamba sinistra frantumata dai trattamenti delle guardie, però, magari, mentre era dentro ha visto qualcuno.

«Sto portando la foto del mio Mohammad a tutti gli ex detenuti». Nivin Baghdadhi, 44 anni, è venuta apposta da Daraa. «In famiglia abbiamo cinque scomparsi, Mohammad è mio nipote ma era come un figlio. L’hanno preso i soldati di un checkpoint nel 2013. Dopo qualche anno il governo ha comunicato che era morto, poi uno che era a Sednaya fino a pochi giorni fa mi ha detto che lui e il mio Mohammed sono stati pestati insieme la notte prima della liberazione».

Davanti alla stanza 5 si è formato un capannello di genitori che allungano il telefonino davanti agli occhi del giornalista straniero, vogliono raccontare chi sono quei volti, quando sono svaniti e quanto sia terribile chiedere per anni e per anni ricevere la stessa risposta: non è qui. Sui desaparecidos siriani si è pure sviluppato il mercato delle informazioni fasulle. «Per anni ho dato retta e soldi a un individuo che sosteneva di essere un poliziotto e di avere notizie su mio fratello Yaman».

Questa è Lubana Mohammad Ali, di Raqqa. Un fiume di parole, ricorda una per una le prigioni a cui ha inutilmente bussato. «Abbiamo venduto la casa per pagare quell’individuo che ci ha illuso, non ha fatto niente per Yaman, e non era neanche un poliziotto». Una costante: chiunque in Siria ha un parente precipitato nel ventre del regime prima o poi viene avvicinato da agenti corrotti o millantatori che spillano soldi o si fanno mediatori di ipotetici ricatti. Il business del caro scomparso. «Basta, io vado all’obitorio», annuncia secca Reem Saeed Yahya.

Questa donna minuta ha perso suo fratello nel 2014, «arrestato insieme ad altri a Sa’Sa nel sud, alla vigilia della festa di Eid al-Adha». Se è davvero morto, pretende il cadavere da seppellire. Alla morgue dell’ospedale al Mujtahid ne hanno portati 35, scoperti dai ribelli nelle celle frigo della struttura medica della polizia di Damasco. All’ingresso hanno appeso le foto dei corpi in decomposizione, ma chi vuole può entrare. Reem se la sente. È un treno, spintona uomini che sono il doppio di lei, si fa largo piangendo e piangendo apre sacchi neri, solleva lenzuola bianche, uno dopo l’altro passa in rassegna volti scarnificati e membra secche. «Mio fratello non c’è», conclude. «Però anche se ci fosse non lo riconoscerei, avete visto come hanno ridotto quegli uomini? Picchiati, seviziati, a uno hanno cavato gli occhi».

Il medico forense, tuta bianca e mascherina, fatica a portare a termine i due compiti di giornata: prelevare il dna alle salme e tenere a bada decine di parenti che arrivano e vogliono vedere. Al tramonto, l’obitorio di al Mujtahid è ancora aperto, il confronto prosegue di notte. Dopo 53 anni di regime degli Assad, ogni famiglia siriana pare avere almeno un fantasma da ritrovare. Reem continuerà ad aprire sacchi neri dovunque scoveranno i morti dimenticati. Amal si siederà anche domani davanti agli edifici importanti.

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