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L’analista Nasr: “Erdogan ha preso la Siria per rifare l’Impero ottomano, ma l’Iran reagirà”

(reuters)

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Intervista al professore della Johns Hopkins School of Advanced International Studies. “L’Iran vede il successo della Turchia in Siria come un passo per ricostituire l’influenza dell’Impero ottomano e valuta come reagire”
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NEW YORK — «L’Iran vede il successo della Turchia in Siria come un passo per ricostituire l’influenza dell’Impero ottomano e valuta come reagire», incluso accelerare la corsa verso l’atomica. È la convinzione di Vali Nasr, professore alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies, che aggiunge anche i rischi per la Libia, Israele, gli Usa e una nuova “primavera araba”.

Cosa significa la caduta di Assad per Erdogan?

«Ankara aveva investito molto contro Damasco, per contrastare l’influenza di Teheran, ma anche perché aiutava i curdi. Inoltre la guerra civile le ha creato un enorme problema con milioni di rifugiati. Così si è presa al rivincita rispetto al 2014, ponendo anche le basi per una nuova influenza nella regione».

Ritorna l’Impero ottomano, in una nuova forma?

«I confini non sono cambiati, ma le influenze sì. Prima di Erdogan la Turchia si considerava puramente un paese europeo e il suo obiettivo era essere accettata nella Ue. Ora è tornata a concentrare gli sf…

NEW YORK — «L’Iran vede il successo della Turchia in Siria come un passo per ricostituire l’influenza dell’Impero ottomano e valuta come reagire», incluso accelerare la corsa verso l’atomica. È la convinzione di Vali Nasr, professore alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies, che aggiunge anche i rischi per la Libia, Israele, gli Usa e una nuova “primavera araba”.

Cosa significa la caduta di Assad per Erdogan?

«Ankara aveva investito molto contro Damasco, per contrastare l’influenza di Teheran, ma anche perché aiutava i curdi. Inoltre la guerra civile le ha creato un enorme problema con milioni di rifugiati. Così si è presa al rivincita rispetto al 2014, ponendo anche le basi per una nuova influenza nella regione».

Ritorna l’Impero ottomano, in una nuova forma?

«I confini non sono cambiati, ma le influenze sì. Prima di Erdogan la Turchia si considerava puramente un paese europeo e il suo obiettivo era essere accettata nella Ue. Ora è tornata a concentrare gli sforzi sulle regioni dell’ex impero».

Come reagirà l’Iran?

«È molto preoccupato per le sconfitte di quest’anno. Ha perso l’influenza in Libano, dove Hezbollah non è più in grado di difenderlo da Israele, e ora anche in Siria, ma l’effetto domino può estendersi all’Iraq e all’Armenia, impedendo a Teheran di realizzare l’ambita mezzaluna sciita ed estromettendolo dal Caucaso. La caduta di Assad poi rilancia il rischio di guerre settarie anti sciite in tutta la regione. Teheran ha deciso di non mandare truppe in Siria e non credo voglia una guerra diretta con la Turchia. Risponderà, ma ci vorrà tempo».

Vali Nasr 

Alcuni temono che acceleri la corsa all’arma atomica.

«È possibile, e questa valutazione era cominciata già dopo i recenti scambi di attacchi missilistici con Israele, ma la decisione non è stata ancora presa».

Una rivolta come quella siriana è possibile in Iran?

«Non credo, perché richiede altri elementi che ora non ci sono, come un collasso economico o una guerra con gli Usa. Poi avrebbe conseguenze che non tutti in Iran sono disposti ad accettare».

Trump vuole restare fuori dalla Siria. Potrà permetterselo?

«Non è interessato a grandi progetti per salvare il futuro dell’umanità o ridisegnare il Medio Oriente. È possibile che ne approfitti per aumentare la pressione militare ed economica sull’Iran, ma considera fallimentari gli interventi recenti».

Mantenere una presenza in Siria non servirebbe a proteggere gli Stati Uniti dal ritorno dell’Isis e di altre minacce terroristiche?

«In realtà il principale motivo era impedire all’Iran di usare Damasco per armare Hezbollah, ma ora questo rischio è diminuito e possono occuparsene la Turchia o i curdi. Perciò Washington sta considerando se riconoscere il nuovo governo, o togliere Hayat Tahrir al Sham dalla liste dei gruppi terroristici».

Quale sarà l’impatto di questo fallimento per la Russia?

«È un’umiliazione e dimostra la debolezza di Putin, però potrebbe spingerlo in riposta ad intensificare gli attacchi in Ucraina».

Cosa si aspetta in Libia?

«Due scenari, entrambi negativi. Il primo è che la Turchia, incoraggiata dal successo in Siria, provi a ripeterlo a Tripoli. Il secondo è che la crisi a Damasco precipiti, assorbendo tutte le risorse di Ankara e impedendo operazioni in Libia».

Israele?

«La caduta di Assad e il colpo all’Iran sono buone notizie, però non si aspettava di confinare con la Turchia e un Paese governato da un gruppo islamista. Il leader di Hts al-Golani prende il nome dal Golan: se il suo governo terrà, dobbiamo aspettarci rivendicazioni sulle alture e posizioni filo palestinesi. Infatti Israele sta colpendo le istallazioni militari siriane, ma se continua così rende probabile lo scontro con la Turchia».

Vede il rischio di nuove “primavere arabe”?

«Non il rischio, la realtà. Quella siriana è una nuova primavera. I paesi arabi sunniti pensavano di averle fermate, sconfiggendo i Fratelli musulmani in Egitto, ma non è così. La ragione per cui avevano appoggiato Haftar in Libia era contrastare gli islamisti. Non credo che accetteranno il rischio e reagiranno».

Non è un pericolo anche per gli Usa?

“Sì. Aver smantellato l’asse di resistenza iraniano in Libano e Siria è un successo, ma quello che lo rimpiazzerà potrà essere problematico. È la ragione per cui Obama non aveva bombardato Assad dopo l’uso delle armi chimiche».

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