Dopo giorni di reticenze, la prima conferma ufficiale. «Bashar al-Assad è al sicuro. Lo abbiamo trasportato in Russia nella maniera più sicura», ha detto il viceministro degli Esteri Sergej Rjabkov intervistato dalla rete statunitense Nbc News. E no, Assad non verrà estradato per un eventuale processo. «La Russia non fa parte della convenzione che ha istituito la Corte penale internazionale», ha ricordato Rjabkov che però non ha voluto dire nulla di più su «che cosa sia successo e come sia stato risolto».
A credere all’agenzia di stampa statunitense Bloomberg che cita «persone a conoscenza della situazione», domenica scorsa sarebbe stato il Cremlino a convincere l’ex dittatore siriano che i ribelli jihadisti avrebbero avuto la meglio e a offrirgli un passaggio sicuro per sé e i suoi famigliari a patto però che partissero subito. Il presidente russo Vladimir Putin voleva scongiurare che Assad facesse la stessa fine del libico Muammar Gheddafi, brutalizzato nel 2011, o dell’irachen…
Dopo giorni di reticenze, la prima conferma ufficiale. «Bashar al-Assad è al sicuro. Lo abbiamo trasportato in Russia nella maniera più sicura», ha detto il viceministro degli Esteri Sergej Rjabkov intervistato dalla rete statunitense Nbc News. E no, Assad non verrà estradato per un eventuale processo. «La Russia non fa parte della convenzione che ha istituito la Corte penale internazionale», ha ricordato Rjabkov che però non ha voluto dire nulla di più su «che cosa sia successo e come sia stato risolto».
A credere all’agenzia di stampa statunitense Bloomberg che cita «persone a conoscenza della situazione», domenica scorsa sarebbe stato il Cremlino a convincere l’ex dittatore siriano che i ribelli jihadisti avrebbero avuto la meglio e a offrirgli un passaggio sicuro per sé e i suoi famigliari a patto però che partissero subito. Il presidente russo Vladimir Putin voleva scongiurare che Assad facesse la stessa fine del libico Muammar Gheddafi, brutalizzato nel 2011, o dell’iracheno Saddam Hussein, impiccato nel 2006. A organizzare la fuga di domenica sera, aggiunge Bloomberg, sarebbe stata l’intelligence russa, non prima però di essersi beccata una sfuriata di Putin per non aver individuato la minaccia finché non era ormai troppo tardi.
Come tracciato dai radar, un aereo ha poi portato Assad e famiglia dalla base russa di Khmeimim, vicino a Latakia, a un aeroporto militare di Mosca. Nel frattempo, scrive il Libya Observer, diversi ufficiali siriani sarebbero invece stati trasportati su un aereo della compagnia privata Cham Wings sino in Libia, all’aeroporto Benina di Bengasi, il capoluogo della Cirenaica, roccaforte dell’alleato putiniano Khalifa Haftar.
Da lì sarebbero poi stati trasferiti alla base militare di Al-Jufra, in attesa di essere trasferiti in Russia, diventata oramai asilo di ex dittatori e ricercati. Dove alloggi Assad, però, non si sa. Forse in uno dei 19 appartamenti che, almeno stando a un’inchiesta del 2019, possederebbero i suoi cugini Makhlouf in due grattacieli della City di Mosca o, più probabilmente, in una dacia alle porte della capitale russa messa a disposizione del Cremlino.
Nulla è ovviamente trapelato dal briefing giornaliero di Dmitrij Peskov. Il portavoce del Cremlino ha minimizzato il contraccolpo della caduta dell’alleato siriano per la Russia. «Mosca ha mantenuto i contatti con tutti i Paesi della regione e continuerà a farlo. Naturalmente siamo in contatto anche con coloro che hanno il controllo della situazione in Siria. È necessario, perché lì abbiamo basi e una rappresentanza diplomatica». Un riferimento allo scalo aereo di Khmeimim e al porto di Tartus. Anche Hanna Notte, direttrice dell’Eurasia Nonproliferation Program, pensa che sia «prematuro dichiarare finita l’influenza russa in Siria. Nel corso degli anni, la Russia ha costruito legami con diversi gruppi armati siriani che potrebbero ora tornare utili. Non escluderei la possibilità che conservi le sue basi e una certa influenza».