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Siria: “Fui costretto a mentire, ora racconto la verità sulle bombe chimiche sganciate da Assad”

Foto Gabriella Colarusso

 

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La storia. A Douma, nel 2018, il regime fece una strage con gli ordigni al cloro. Siria e Mosca parlarono di messinscena ma oggi i superstiti rompono il silenzio
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DOUMA (Ghouta orientale) — È il 7 aprile del 2018, al tramonto. Un missile colpisce la palazzina dove Tawfik al Diab e almeno altre 40 persone sono rifugiate. Tutt’intorno è l’inferno. Gli aerei russi bombardano senza sosta, le forze di Assad premono sull’enclave controllata dai ribelli, una coalizione di gruppi islamisti guidati da Jaish al-Islam. Il missile satura l’aria di un odore acre.

«Sono corso fuori. I miei bambini tremavano, dalle bocche usciva una specie di gelatina gialla. Mia moglie mi guardava con gli occhi spalancati e la bocca aperta ma non riusciva a chiedermi aiuto, come se le avessero infilato un tubo nella gola. Li ho visti morire mentre perdevo conoscenza».

L’attacco chimico contro il quartiere di Douma, nella provincia della Ghouta orientale, mezz’ora di auto da Damasco, è stato uno degli episodi più atroci della guerra civile siriana, e uno dei più oscuri. Per anni russi e assadisti, in Siria e in Europa, hanno sostenuto che quell’orrore non fosse mai a…

DOUMA (Ghouta orientale) — È il 7 aprile del 2018, al tramonto. Un missile colpisce la palazzina dove Tawfik al Diab e almeno altre 40 persone sono rifugiate. Tutt’intorno è l’inferno. Gli aerei russi bombardano senza sosta, le forze di Assad premono sull’enclave controllata dai ribelli, una coalizione di gruppi islamisti guidati da Jaish al-Islam. Il missile satura l’aria di un odore acre.

«Sono corso fuori. I miei bambini tremavano, dalle bocche usciva una specie di gelatina gialla. Mia moglie mi guardava con gli occhi spalancati e la bocca aperta ma non riusciva a chiedermi aiuto, come se le avessero infilato un tubo nella gola. Li ho visti morire mentre perdevo conoscenza».

L’attacco chimico contro il quartiere di Douma, nella provincia della Ghouta orientale, mezz’ora di auto da Damasco, è stato uno degli episodi più atroci della guerra civile siriana, e uno dei più oscuri. Per anni russi e assadisti, in Siria e in Europa, hanno sostenuto che quell’orrore non fosse mai accaduto, che le immagini dei bambini gasati in preda alle convulsioni erano una messa in scena degli islamisti, tutto falso.

Un frammento dal servizio di al Jazeera del 2018 sull'attacco chimico a Douma

 

La rete era inondata di video come “La balla dell’uso di armi chimiche a Douma” e i giornalisti che continuavano a indagare erano accusati di flirtare con la jihad. L’ex democratica pro-Assad Tulsi Gabbard, ora candidata da Trump a guidare l’intelligence Usa, fu una delle più tenaci nel sollevare dubbi sulle responsabilità del regime. Ora che il muro di Damasco è caduto, Tawfik e i testimoni di quel massacro sono liberi di parlare.

Oggi Douma è un quartiere disastrato nel mezzo di una provincia fantasma, in gran parte distrutta dall’assedio durato quasi cinque anni (dal 2013 al 2018). La sera di quel 7 aprile Abdul Rahman Hijazi era nell’ospedale che i ribelli avevano costruito sottoterra per proteggerlo dai bombardamenti, a circa 400 metri dai condomini colpiti. Aveva 27 anni. «Io sono il ragazzo del video che lava i bambini con l’acqua per cercare di salvarli», racconta mostrando le immagini trasmesse allora da Al Jazeera.

Foto Gabriella Colarusso

 

Torniamo insieme nel tunnel che attraversava tutta la piazza centrale del quartiere, adesso accessibile solo in parte. «Qui c’era la zona dell’acqua e dell’ossigeno, questa era la porta d’accesso all’ospedale, l’ hanno sbarrata con le lamiere». Abdul si precipitò in strada per soccorrere i feriti, «ma c’era fumo dappertutto, non si respirava. Vidi due bambini stesi a terra, rigidi. Non riuscimmo a salvarli. Per molto tempo non ho potuto dire la verità».

 Abdul Rahman Hijazi mostra il tunnel / Foto Gabriella Colarusso

 

L’intelligence siriana lo prelevò poco dopo il raid. «Mi fornirono la versione della storia: non si era trattato di armi chimiche. Dissero che mi sarei dovuto attenere a quella per tutta la vita, o la mia famiglia ne avrebbe pagato il prezzo». Ascoltato dagli investigatori dell’Opac, l’organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, Abdul mentì. «Ora vorrei che ci fossero nuove indagini».

I servizi di Assad setacciarono le case dei sopravvissuti. Tawfiq al Diab fu interrogato «sette volte in sette diverse caserme dell’intelligence», e alla fine fu cancellato dalla lista dei testimoni a cui gli investigatori Opac poterono avere accesso.

I suoi figli si chiamavano Joudi, Mohammed, Ali e Qamar, il più piccolo aveva 8 anni, la maggiore 12. Si commuove mostrando la loro foto sul cellulare. «Ogni volta che vado a un matrimonio, a un compleanno, vorrei che fosse il loro. Voglio un processo per i responsabili».

Durante la guerra civile siriana ci sono state decine di attacchi con le armi chimiche, la maggior parte compiuti dall’esercito siriano, alcuni dai ribelli islamisti. Il punto di svolta del conflitto fu proprio l’uso del sarin nel 2013 contro la popolazione civile, sempre nella Ghouta. L’anno prima l’allora presidente Barack Obama aveva avvertito Assad che quella sarebbe stata la “linea rossa”, ma gli Stati Uniti decisero di non intervenire. Ci sono voluti anni per stabilire la verità su Douma, ovvero che fu l’aeronautica militare siriana, con aerei decollati dalla base di Dumayr, a sganciare due bombe al cloro.

Due giorni fa l’Opac ha chiesto al governo transitorio di individuare e mettere al sicuro l’arsenale ancora presente in Siria. Gli islamisti si sono detti disposti a cooperare. «Sostengo Jolani, sto dalla sua parte – dice Tawfiq –. Ma deve distruggere tutto quello che c’è. Voglio una Siria senza armi chimiche».

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