TADAMON (Damasco) — A Tadamon si passeggia sul massacro. Le prove delle esecuzioni del regime affiorano ovunque, non serve neppure una pala: basta muovere le macerie con il piede. Ossa, femori, falangi. L’intero borgo della vecchia moschea Othman, disabitato, distrutto e fino a una settimana fa controllato a vista da due checkpoint dell’esercito siriano, è una fossa comune che non ha avuto bisogno di essere scavata: i resti umani sono tra la spazzatura, dieci centimetri sottoterra.
Periferia sud di Damasco. Durante la guerra civile il quartiere Tadamon è stato teatro di intensi combattimenti e di un eccidio compiuto nel 2013 da miliziani legati all’Unità 227 dell’intelligence militare: 41 persone furono bendate, gettate vive in una buca e finite a colpi di fucile. Uccisero e ripresero tutto col telefonino. Secondo gli abitanti di Tadamon, la strage non si è mai fermata.
TADAMON (Damasco) — A Tadamon si passeggia sul massacro. Le prove delle esecuzioni del regime affiorano ovunque, non serve neppure una pala: basta muovere le macerie con il piede. Ossa, femori, falangi. L’intero borgo della vecchia moschea Othman, disabitato, distrutto e fino a una settimana fa controllato a vista da due checkpoint dell’esercito siriano, è una fossa comune che non ha avuto bisogno di essere scavata: i resti umani sono tra la spazzatura, dieci centimetri sottoterra.
Periferia sud di Damasco. Durante la guerra civile il quartiere Tadamon è stato teatro di intensi combattimenti e di un eccidio compiuto nel 2013 da miliziani legati all’Unità 227 dell’intelligence militare: 41 persone furono bendate, gettate vive in una buca e finite a colpi di fucile. Uccisero e ripresero tutto col telefonino. Secondo gli abitanti di Tadamon, la strage non si è mai fermata.
Si avanza tra rifiuti e ruderi insieme con Fouad al Shwakh, 40 anni di cui 6 passati nelle carceri del regime, con Anas Swydani, tecnico di 42 anni, e con Shadi al Jassem, 44 anni, fornaio. Sono cresciuti qui ma da dodici anni non entravano nel borgo. «Prima della caduta del regime era impossibile accedere, i soldati non lo permettevano», racconta Fouad, che del drappello è il primo ad avvistare le ossa. Più scava e più ne trova, in pochi secondi ha composto un piccolo mucchio. Anas Swydani si dice certo che talvolta i corpi venivano bruciati. «L’odore era inconfondibile». Ancora Fouad: «Le uccisioni sono avvenute soprattutto dal 2012 fino al 2018, quando l’esercito riprese completamente il controllo, in seguito hanno nascosto qui i rapiti».
Foto Fabio Tonacci
Luoghi così, off limits, protetti dai soldati, da cui spesso provengono spari di fucile e urla, in Siria vengono chiamati “zone del barbiere”, dove a cadere non sono i capelli tagliati ma la gente scomparsa. Shadi il fornaio ha appena scoperto altri pezzi di scheletro in un punto crollato del pavimento di un edificio. In neanche quindici minuti hanno trovato una cinquantina di ossa umane. «Era la zona del barbiere delle forze di sicurezza di Assad», sostiene Shadi, che all’improvviso si ferma. «Siamo sopra la buca del massacro del 2013», avverte. «L’hanno ricoperta. Qui sotto ci sono 41 cadaveri».
Si stima che siano 150 mila i dispersi durante la guerra civile, di cui 96 mila inghiottiti nei centri di detenzione e tortura per oppositori o supposti tali. Dimenticati nelle celle, sepolti senza tomba.
A nord di Damasco, nei pressi di Adra Labor, c’è un enorme campo recintato dove fino a una settimana fa era impossibile entrare perché controllato dai militari. Dall’esterno è anonimo, privo di insegne. All’interno ci sono centinaia di celle interrate: sono fatte in pietra, ognuna ha una lastra che le copre. La conformazione del suolo smosso suggerisce una disposizione in file più o meno parallele. Nella prima che è stata aperta da alcuni abitanti di Adra sono stati trovati una quindicina di sacchi bianchi contenenti ossa umane. Ne sono stati tirati fuori due: sul primo c’è scritto “tomba 166, sacco 122, Khetam Al Hossein”, sul secondo “tomba 168, sacco 124, Nawal al Khwala”. Sono nomi di donna. Chi erano queste persone? Sono state eliminate dalla polizia del regime o sono decedute di morte naturale? E cos’è questo posto, una fossa comune o soltanto un sito cimiteriale?
Foto Fabio Tonacci
Trarre conclusioni è prematuro, anche perché la presenza del nome sui sacchi suggerisce più una sistemazione organizzata di salme piuttosto che l’intenzione di occultare definitivamente i resti. Chi ha scoperto le celle sostiene che nel campo possano essere stati sepolti migliaia di sacchi bianchi, ma non ci sono prove, né sono stati fatti scavi.
Un’inchiesta del New York Times anni fa aveva individuato, tramite immagini satellitari, presunte fosse comuni a Qutayfa, una decina di chilometri più a nord. Altre indagini giornalistiche avevano poi ipotizzato che le salme fossero state trasferite nelle vicinanze.
Repubblica ha sottoposto le immagini girate al campo di Adra al tedesco Patrick Kroker, avvocato dell’European Center for Constitutional and Human Rights, il cui lavoro ha permesso di aprire il primo processo sui crimini di guerra della dittatura siriana. «È un sito inquietante. Sappiamo che attorno a Damasco ci sono fosse comuni dove i corpi venivano semplicemente buttati, senza però lasciarne i nomi. E’ anche vero che il regime era solito documentare in modo assurdo certe cose, raramente coi nomi, più spesso attraverso numeri dai quali si poteva risalire all’identità. In ogni caso, il campo di Adra merita di essere investigato».