✕

La Germania vuole rimpatriare i siriani. Ma senza di loro finirebbe nei guai, a partire dalla sanità

(reuters)

Ascolta l'audio

Dopo la caduta di Assad sempre più politici tedeschi chiedono di rimandare a casa i migranti di Damasco. Che per il 62% sono però occupati in lavori fondamentali per la sopravvivenza del sistema
4 minuti di lettura

BERLINO – Sono un milione. Sono il volto del “ce la faremo" di Angela Merkel. Sono quelli del selfie con la cancelliera che fece il giro del mondo e dilaniò la politica tedesca. E sono il simbolo della cosiddetta crisi dei profughi che scosse l’Europa quasi dieci anni fa, alimentando una propaganda di destra che stenta a ritrovare un tono civile. Ora che Bashar Assad è caduto, a quel milione di siriani che sono scappati in Germania per sottrarsi alla guerra civile o alla persecuzione del sanguinario dittatore viene chiesto senza troppi giri di parole di togliere il disturbo e tornarsene a casa.

(reuters)

Lo pretendono alcuni governatori, qualche politico di spicco dei cristianodemocratici di Friedrich Merz, lo ha urlato la destra estrema Afd. E la ministra dell’Interno Nancy Faeser, socialdemocratica, ha sospeso per prima in Europa le richieste di asilo pendenti. Altri Paesi hanno seguito bovinamente i…

BERLINO – Sono un milione. Sono il volto del “ce la faremo" di Angela Merkel. Sono quelli del selfie con la cancelliera che fece il giro del mondo e dilaniò la politica tedesca. E sono il simbolo della cosiddetta crisi dei profughi che scosse l’Europa quasi dieci anni fa, alimentando una propaganda di destra che stenta a ritrovare un tono civile. Ora che Bashar Assad è caduto, a quel milione di siriani che sono scappati in Germania per sottrarsi alla guerra civile o alla persecuzione del sanguinario dittatore viene chiesto senza troppi giri di parole di togliere il disturbo e tornarsene a casa.

(reuters)

Lo pretendono alcuni governatori, qualche politico di spicco dei cristianodemocratici di Friedrich Merz, lo ha urlato la destra estrema Afd. E la ministra dell’Interno Nancy Faeser, socialdemocratica, ha sospeso per prima in Europa le richieste di asilo pendenti. Altri Paesi hanno seguito bovinamente il suo esempio. Ma nessuno si chiede quali danni provocherebbe a sé stessa una Germania che cacciasse i siriani. A guardare i numeri, le conseguenze sarebbero dolorose.

La sanità

L’allarme più grosso arriva ad esempio da un settore cruciale come la sanità. Il presidente dell’Associazione degli ospedali tedeschi, Gerald Gass, sottolinea che “circa 6 mila medici siriani lavorano in Germania, 5 mila negli ospedali”. Sono il più grande gruppo di medici stranieri in Germania. In tutto, parliamo del 2% del totale dei dottori che lavorano nel Paese. “Il sistema non collasserebbe, ma si creerebbero dei ‘buchi’ problematici”. Anche perché lavorano “molto nella Germania orientale e nelle cliniche dei centri più piccoli”. Gass ricorda un numero: al momento ci sono 5.500 posti da medici vacanti: se se ne andassero anche i medici siriani, la voragine raddoppierebbe.

(reuters)

Raggiunto al telefono, il portavoce dell’Associazione, Joachim Odenbach, ricorda anche che “altri mille siriani sono in un processo di riconoscimento del loro titolo di studio di medici”. E che è difficile quantificare quanti siano gli infermieri e il personale sanitario, perché non viene elencato a seconda della nazionalità, ma che “anche in quell’ambito la forza lavoro siriana è molto numerosa. Se tornassero in patria, molti piccoli ospedali delle zone rurali potrebbero ritrovarsi in enorme difficoltà”.

La logistica

I siriani si sono distinti anche in altri settori. Jan Jurczyk, portavoce del potente sindacato dei servizi Ver.Di, ritiene “davvero prematuro e a tratti indecente il dibattito sul loro rimpatrio. Primo, perché non sappiamo effettivamente come si trasformerà la Siria”. Secondo punto: oltre che nel settore sanitario, i siriani che si sono integrati in Germania lavorano tantissimo nella logistica. “Sono rider, ma sono diventati cruciali anche come postini della Deutsche Post o anche di aziende come DHL o UPS”.

(reuters)

I dati sono stati confermati proprio ieri dall’Agenzia federale del lavoro. Gli economisti del suo istituto di ricerca, l’IAB, hanno messo in evidenza in un rapporto che il 62% dei siriani “è occupato in lavori fondamentali per la sopravvivenza del sistema. Ad esempio, nella sanità, nel trasporto e nella logistica o nella produzione di beni alimentari”. Per fare un paragone: solo il 48% dei tedeschi lavora in questi ambiti cosiddetti “systemrelevant”. Per la ricercatrice dello Iab, Yuliya Kosyakova, “la loro sparizione non sarebbe drammatica, ma si farebbe molto sentire in determinati ambiti”.

Gli artisti

Ma prendiamo anche gli artisti. Nel 2012, poco prima di fuggire in Germania, Rosa Hassin Hassan raccolse da Damasco l’agghiacciante testimonianza di un bambino di dodici anni che era stato torturato e brutalmente stuprato dagli scherani di Assad e non riusciva più a farsi avvicinare da nessuno, neanche da suo padre. Poco dopo, nel 2012, la stessa scrittrice e attivista fu costretta a scappare dalla Siria e si trasferì ad Amburgo. Insieme al milione di suoi concittadini che soprattutto dal 2015 hanno trovato rifugio in Germania.

“Non è affatto un caso isolato: praticamente l’intera comunità artistica di Damasco si è trasferita da noi, soprattutto a Berlino, negli anni della guerra civile. Pensare di costringere queste persone, che arricchiscono enormemente il Paese, a tornare in patria, è davvero cinico”. Jochen Oltmer è tra i maggiori studiosi in Germania di immigrazione. Il professore dell’Università di Osnabrueck insegna “Storia contemporanea dell’immigrazione” e ci spiega al telefono che l’attuale dibattito elettorale giocato sulla pelle dei profughi rischia di essere “molto prematuro perché non sappiamo come evolverà la situazione dopo la caduta di Assad”. Soprattutto, al netto dell’impoverimento culturale che provocherebbe un esodo dei siriani, quello dei politici in campagna elettorale è un “chiacchiericcio”, come lo bolla il professore, che non tiene conto dei veri e propri danni che un eventuale ritorno in patria dell’enorme comunità di rifugiati potrebbe creare in Germania.

Ma i siriani vogliono tornare in patria?

Inoltre, a giudicare dai 200mila siriani che hanno fatto domanda per la cittadinanza tedesca, forse non hanno tutta questa voglia di tornare in un Paese dove si è appena insediato un governo islamista. “Sono duecentomila anche i bambini siriani che frequentano le scuole in Germania”, ricorda Oltner. E altre decine di migliaia di rifugiati di Damasco o Aleppo o Kobane che non sono visibili dalle statistiche ufficiali, stanno facendo degli apprendistati o frequentando l’università. L’età media in Germania dei siriani è 25 anni. Una manna, per l’esangue sistema previdenziale di un Paese in rapido invecchiamento. E che ha molto bisogno di loro, soprattutto in alcuni ambiti.


C’è poi una questione che riguarda tutte quelle minoranze che sono fuggite dalla Siria perché perseguitate e che anche in un regime islamista “non avrebbero alcun interesse a tornare in patria”. I curdi, ad esempio. Sono ben un terzo dei profughi siriani che si trovano attualmente in Germania. Davvero hanno tutta questa voglia di tornare in un Paese che li ha perseguitati con un’immensa ferocia? “La provincia di Kobane è di nuovo sotto attacco dei turchi e del HTS” - sintomo che anche i nuovi padroni della Siria non hanno alcuna intenzione di lasciare ai curdi la loro autonomia. E “100mila curdi stanno scappando dalle regioni a ovest dell’Eufrate, anche loro a causa di queste nuove persecuzioni, verso nord”. A parlare è Guelistan Guerbey, politologa della Freie Universitaet di Berlino, critica con “il totale silenzio della Germania e dell’Europa sul destino dei curdi”. E come se non ci fosse alcuna gratitudine, alcuna memoria, in Occidente, per un popolo che ha combattuto insieme agli americani nella coalizione anti-Isis, negli anni passati.


Edith Pichler studia da decenni i migranti. Italiana, insegna “Sociologia delle migrazioni” all’Università di Potsdam. I siriani “non sono ancora del tutto integrati, è vero, anche perché siamo ancora nella prima fase. Ma molti sono qui da dieci anni, e sono qui perché tanti di loro hanno fatto la rivoluzione contro Assad. Hanno i figli a scuola, lavorano, mi sembra incredibilmente ingrato e crudele il dibattito elettorale sulla loro cacciata. Cosa facciamo, li sfruttiamo per dieci anni e poi li mettiamo alla porta? E poi osiamo definirci una società civile?”.

Leggi i commenti