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Siria, in fila con gli ex soldati del raìs: “Diamo le armi per l’amnistia”

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Gli ex militari in fila per la tessera di protezione provvisoria: “Ma temiamo vendette ed emarginazione”
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Jableh — Soldato semplice Yazan, 28 anni, 3a divisione, Homs. Tenente Rakam, 28 anni, servizio di sicurezza all’ aeroporto, Suwayda. Soldato semplice Ashraf, 24 anni, guardia di frontiera, Raqqa. Il miliziano appunta con precisione i nomi e le generalità e fa segno di appoggiare il kalashnikov alla parete. Ce ne sono almeno una cinquantina accumulati tra il muro e la sua scrivania, ed è ancora mattino presto. Li chiamano Centri di riconciliazione gli uffici sgangherati dove i vinti si consegnano ai vincitori, in cambio dell’amnistia. Sono soldati dell’ex regime a cui è stato detto di firmare la resa e deporre le armi nelle mani dei nuovi signori della Siria.

A Jableh il reconciliation center è nell’ex palazzo del municipio. Questa è zona alauita, roccaforte di Assad e adesso ridotta degli sconfitti, come tutta la costa occidentale. Fuori, la fila è lunga, facce tese e occhi bassi. Molti sono giovani. «Com’è andata? Cosa succede dentro?», chiede ansioso Yazan a un commilitone che…

Jableh — Soldato semplice Yazan, 28 anni, 3a divisione, Homs. Tenente Rakam, 28 anni, servizio di sicurezza all’ aeroporto, Suwayda. Soldato semplice Ashraf, 24 anni, guardia di frontiera, Raqqa. Il miliziano appunta con precisione i nomi e le generalità e fa segno di appoggiare il kalashnikov alla parete. Ce ne sono almeno una cinquantina accumulati tra il muro e la sua scrivania, ed è ancora mattino presto. Li chiamano Centri di riconciliazione gli uffici sgangherati dove i vinti si consegnano ai vincitori, in cambio dell’amnistia. Sono soldati dell’ex regime a cui è stato detto di firmare la resa e deporre le armi nelle mani dei nuovi signori della Siria.

A Jableh il reconciliation center è nell’ex palazzo del municipio. Questa è zona alauita, roccaforte di Assad e adesso ridotta degli sconfitti, come tutta la costa occidentale. Fuori, la fila è lunga, facce tese e occhi bassi. Molti sono giovani. «Com’è andata? Cosa succede dentro?», chiede ansioso Yazan a un commilitone che ha appena ricevuto la “tessera di protezione” provvisoria. Non ha dormito, «ero stressato» e si accende una sigaretta dopo l’altra. «Non volevo venire, ma ho visto tanti soldati mettersi in fila e allora mi sono fatto coraggio». In paese, molti ancora si nascondono. Rakam promette che c’andrà domani: «Abbiamo fatto un gruppo e ci presenteremo insieme, è più sicuro». «Sono stato per 7 anni nell’esercito ma eseguivo ordini», si difende Yazan. La paura della vendetta è forte quanto quella di un futuro da reietti. «Ho solo combattuto, non ha mai fatto altro, non ho nessuna competenza». Molti vengono da famiglie povere. Sotto il regime di Assad, la leva era obbligatoria. «Ci finivi dentro e poi erano loro a decidere se ne saresti mai uscito». Si combatteva, e si moriva, per 20 0 30 dollari al mese. «Per anni i nostri capi ci hanno fatto vedere video dell’Isis, dicendoci che quelli erano i ribelli siriani», ricorda Yazan.

La notte in cui è crollato il regime sono scappati e gli hanno detto di lasciare le armi. «Codardi. Ho cambiato idea sui ribelli quando ho visto che durante la conquista di Latakia non uccidevano le persone». Mentre i soldati avanzano a passo lento, gira la voce che Assad abbia diffuso un messaggio sui canali social. Rivendica di essere ancora presidente e accusa l’esercito di non aver combattuto. «Figlio di puttana», sbotta il colonnello Waseem. Era un pezzo grosso del regime, membro della Guardia repubblicana. «Devo tornare tra 5 giorni per la tessera temporanea, i signori devono controllare se quel che ho detto è vero. Voglio solo mettere al sicuro la famiglia e vivere con dignità, lasciatemi in pace».

Ashraf si è fatto 3 anni nell’est come guardia di frontiera, a Raqqa. «Avevamo l’Isis davanti e i curdi alle spalle. Quelli di Daesh sono pazzi, ci attaccavano di continuo». Lo incontriamo a Qatana, 40 minuti di macchina da Damasco, un sobborgo che era povero già prima della guerra civile. Accetta di parlare ma solo con i finestrini chiusi e il cappuccio della felpa in testa. È spaventato, confuso. Quando i ribelli sono arrivati a Raqqa i suoi superiori se l’erano già data a gambe. «Non avevamo né connessione né telefono. In tre si ci siamo messi su un autobus fino ad Hama e poi fino ad Homs. Era il caos totale».

Tre giorni fa è andato dal muktar per farsi dare una tessera provvisoria, dove c’è scritto che si è «arreso volontariamente e si è messo a disposizione delle autorità». Da quel momento però non è cambiato molto. «Non mi sento a mio agio, ho paura, passo la maggior parte del tempo a casa». Girano storie impossibili da verificare. Per esempio che quelli di Hts abbiano trattenuto due soldati e uno ne è uscito con due ferite al braccio. «Agli alauiti non piacciono i sunniti, ora i sunniti hanno vinto e la faranno pagare agli alauiti. Non penso che si possa ricostruire una Siria insieme. Chi ha 24 anni come me ha visto solo guerra, terremoto, guerra. Appena sarà possibile me ne andrò».

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