Zelensky, un passo verso la tregua: “Impossibile liberare il Donbass”
dal nostro inviato Tommaso CiriacoBruxelles — È la prima, vera mossa di un negoziato che potrebbe portare a una tregua in Ucraina. La compie Volodymyr Zelensky, a poche ore dal consueto incontro con la stampa di fine anno che Vladimir Putin terrà oggi a Mosca. Il presidente parla con un quotidiano francese, Le Parisien.
Gli domandano del Donbass e della Crimea, risponde come mai nei quasi tre anni trascorsi dallo scoppio del conflitto: «Di fatto questi territori sono ora controllati dai russi. Non abbiamo la forza per riconquistarli. Possiamo contare solo sulla pressione diplomatica della comunità internazionale per costringere Putin a sedersi al tavolo delle trattative». È un cedimento politicamente decisivo. Ma è soprattutto la base negoziale di Kiev, in vista dell’avvento di Donald Trump. Nel corso del colloquio Zelensky non fa cenno invece a Mariupol, e anche questo è un dettaglio di rilievo: appena conquistato, quel territorio è stato pesantemente russificato, ma resta comunque ambito dalla leadership ucraina. …
Bruxelles — È la prima, vera mossa di un negoziato che potrebbe portare a una tregua in Ucraina. La compie Volodymyr Zelensky, a poche ore dal consueto incontro con la stampa di fine anno che Vladimir Putin terrà oggi a Mosca. Il presidente parla con un quotidiano francese, Le Parisien.
Gli domandano del Donbass e della Crimea, risponde come mai nei quasi tre anni trascorsi dallo scoppio del conflitto: «Di fatto questi territori sono ora controllati dai russi. Non abbiamo la forza per riconquistarli. Possiamo contare solo sulla pressione diplomatica della comunità internazionale per costringere Putin a sedersi al tavolo delle trattative». È un cedimento politicamente decisivo. Ma è soprattutto la base negoziale di Kiev, in vista dell’avvento di Donald Trump. Nel corso del colloquio Zelensky non fa cenno invece a Mariupol, e anche questo è un dettaglio di rilievo: appena conquistato, quel territorio è stato pesantemente russificato, ma resta comunque ambito dalla leadership ucraina.
Che questi ragionamenti siano stati resi pubblici ieri non è un caso. Poche ore dopo l’intervista, infatti, il presidente ucraino atterra a Bruxelles per il vertice sull’Ucraina convocato dal segretario generale Mark Rutte e aperto ai big dell’Unione europea: Francia, Germania, Italia e Polonia, assieme a Olanda e Danimarca, ma anche al Regno Unito. Ufficialmente per discutere di sostegno finanziario e militare a Kiev. Di fatto, per concordare la linea continentale e gestire la pressione per una tregua proposta da Donald Trump.
Gli europei si presentano all’appuntamento in ordine sparso. Macron è in partenza per Mayotte, colpita da un ciclone. Prima però fa tappa nella capitale belga e incontra il leader ucraino. Il francese è figura chiave, perché durante l’incontro con Trump e Zelensky avvenuto giorni fa a Parigi è stata impostata la nuova fase. Poi è lo stesso Zelensky ad essere ricevuto da Rutte. «L’Europa - è l’appello - deve restare unita».
Le posizioni di partenza delle principali cancellerie non coincidono del tutto, ovviamente. E questo senza tenere conto della linea apertamente filorussa di Viktor Orbán e dello slovacco Robert Fico, che provoca: «L’Ucraina non sarà invitata alla Nato e perderà un terzo del suo territorio. La sospensione immediata delle operazioni militari è la soluzione migliore per Kiev». L’Europa che pesa, comunque, lavora per rendere la tregua un’opzione digeribile. Sul tavolo c’è innanzitutto il varo di una forza multinazionale di peacekeeping. Ne parla Rutte, non prima di aver pregato gli alleati di fare il massimo sul fronte delle forniture militari per assicurare agli ucraini una «posizione di forza» al momento delle trattative. «Se ora iniziamo a discutere tra di noi su come potrebbe essere un accordo più grande - sottolinea - renderemo le cose facili ai russi».
Ragionamenti non troppo distanti da quelli di Scholz, cancelliere tedesco sfiduciato: «Non dobbiamo fare il terzo o il quarto passo prima del primo». Il dibattito è comunque partito, anche se non tutti sono sponsor di questa accelerazione. Non lo è Kaja Kallas, Alto rappresentante per la politica estera: «Vedo che c’è il desiderio per soluzioni rapide, ma la Russia non vuole la pace e questo è un problema».
Ursula von der Leyen, intanto, concede nuove aperture all’adesione di Kiev all’Ue: «Se continueranno così dovremo essere pronti ad aprire i negoziati all’inizio del 2025».
Anche Meloni si prepara alla svolta. Lunedì varerà il nuovo decreto per assicurare altre forniture militari per il 2025. Ma intanto osserva l’effetto delle mosse di Trump con sollievo: se l’Europa si accoda alla linea del nuovo presidente, la premier può evitare l’imbarazzo di dover sconfessare la linea della fermezza tenuta con Biden. Un indizio lo fornisce Antonio Tajani: «Mi sembrava ovvio che l’Ucraina non avesse le forze per riconquistare la Crimea. Adesso l’importante è che la guerra finisca. Un cessate il fuoco nel 2025 è assolutamente possibile». Per il ministro è necessario coinvolgere nei prossimi passi - innanzitutto la conferenza di pace - i Brics come Cina, India e Brasile. E proprio i brasiliani – con alcuni paesi arabi – dovrebbero secondo Roma partecipare anche a un’eventuale forza multilaterale.