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Dalla mamma insospettabile allo studente brasiliano, le spie di Putin sono intorno a noi

(afp)

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Il Wall Street Journal ricostruisce le storie degli agenti dormienti che la Russia ha infiltrato nel mondo, dallo Slovenia al Canada, passando per un ospedale italiano in Argentina. E di come gli Usa lavorino per cacciarli
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NEW YORK - Compare anche un ospedale italiano, quello di Buenos Aires, nella misteriosa e affascinante storia pubblicata dal Wall Street Journal sulla caccia alle spie di Putin, che si nascondono in tutto il mondo. Perché nella sua sala parto, il 14 giugno del 2013, Maria Rosa Mayer Muños aveva messo al mondo il proprio figlio primogenito, lamentandosi pacatamente del dolore in perfetto spagnolo. Tranne che il suo vero nome era Anna Dultseva, era nata nella città di Gorky quando esisteva ancora l’Unione Sovietica, e di mestiere faceva la spia dormiente di Mosca insieme al padre del bambino, Artem, anche lui agente del servizio segreto Svr. Avevano lavorato anni per infiltrare la società argentina, trasformandosi in normali abitanti locali del quartiere Belgrano. Punta di lancia, in realtà, di una rete di spie che il Cremlino ha piazzato ovunque, per poi attivarle secondo le necessità.

Il Wall Street Journal ricorda che nel 1968, quando aveva 15 anni, il giovane Vladimir si era ap…

NEW YORK - Compare anche un ospedale italiano, quello di Buenos Aires, nella misteriosa e affascinante storia pubblicata dal Wall Street Journal sulla caccia alle spie di Putin, che si nascondono in tutto il mondo. Perché nella sua sala parto, il 14 giugno del 2013, Maria Rosa Mayer Muños aveva messo al mondo il proprio figlio primogenito, lamentandosi pacatamente del dolore in perfetto spagnolo. Tranne che il suo vero nome era Anna Dultseva, era nata nella città di Gorky quando esisteva ancora l’Unione Sovietica, e di mestiere faceva la spia dormiente di Mosca insieme al padre del bambino, Artem, anche lui agente del servizio segreto Svr. Avevano lavorato anni per infiltrare la società argentina, trasformandosi in normali abitanti locali del quartiere Belgrano. Punta di lancia, in realtà, di una rete di spie che il Cremlino ha piazzato ovunque, per poi attivarle secondo le necessità.

Il Wall Street Journal ricorda che nel 1968, quando aveva 15 anni, il giovane Vladimir si era appassionato alla serie televisiva sovietica "Lo scudo e la spada". Raccontava la storia di un agente russo che era riuscito ad infiltrare la Germania nazista, presentandosi come Johann Weiss, ufficiale delle SS. Così aveva potuto estrarre i segreti più delicati del Terzo Reich, passandoli a Mosca. Putin si era così infatuato del film, che al liceo aveva studiato tedesco, andando poi nell’ufficio locale del Kgb per arruolarsi. Non lo avevano assegnato al ruolo di agente dormiente, ma lui avrebbe poi sostenuto di averne gestiti diversi, quando negli anni Ottanta prestava servizio a Dresda.

Una volta diventato leader della Russia, Vladimir ha rilanciato questo servizio, pretendendo di infiltrare simili spie ovunque. L’inchiesta del Wall Street Journal ne ha scoperte diverse, lavorando in tre continenti e trovandole in Slovenia, Argentina, Norvegia, Grecia, Polonia, Ucraina, Gran Bretagna, Canada e ovviamente Stati Uniti. L’Italia compare solo per l’episodio dell’ospedale di Buenos Aires, ma forse solo perché non è stata oggetto dell’inchiesta. Sarebbe sorprendente, infatti, se alcuni di questi agenti non vivessero ancora oggi nel nostro Paese.

Anna e il marito si erano infiltrati in Argentina, per poi trasferirsi in Slovenia, senza raccontare mai la verità ai loro figli. Anna Chapman era stata scoperta negli Usa, dove aveva persino un marito completamente all’oscuro della sua vera identità e del suo lavoro. Pablo Gonzalez fingeva di essere un giornalista spagnolo inviato a coprire la guerra in Ucraina, ma in realtà si chiamava Pavel Rubtsov, era nato a Mosca e lavorava per il servizio segreto militare Gru. Era così bravo da arrivare perfino a scattarsi un selfie con Navalny, quando era andato a Barcellona per curarsi gli occhi dopo l’attacco subito.

Victor Ferreira fingeva di essere uno studente brasiliano alla Johns Hopkins School di Washington, ma si chiamava Sergey Vladimirovich Cherkasov e veniva da Kalinigrad, la città originaria del filosofo Kant. José Assis Giammaria sosteneva pure lui di essere brasiliano, ma il suo vero nome era Mikhail Mikushin ed era stato inviato al Centre for Military and Strategic Studies della University of Calgary, per rubare segreti ai canadesi. Tutti coperti da identità, storie e documenti falsi, per vivere vite completamente false al servizio della Russia, in attesa di ordini da eseguire come presunti cittadini stranieri.

Dare la caccia a queste spie è diventata una priorità degli Stati Uniti e di tutti i loro alleati. Non solo per evitare che facciano danni, ma anche per mettere le mani su agenti russi da scambiare con gli americani e gli occidentali che Mosca fa regolarmente arrestare senza motivo, per usarli poi come pedine di ricatto. Una passione infantile di Putin, che crescendo si è trasformata in una delle sue armi preferite per colpire gli avversari e favorire la resurrezione dell’Urss, dove era stata inventata. Perché il crollo di quell’impero, per sua stessa ammissione, resta secondo lui la più grande tragedia del mondo contemporaneo.

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