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Il medico italiano che ha soccorso le vittime dell’attentato di Magdeburgo: “Scena di guerra”

(afp)

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Roberto Sciolan fa l’anestesista alla clinica cittadina: “Tra i colleghi c’era chi piangeva”
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Magdeburgo — Il silenzio della mattina, una serie di piccole palazzine a schiera, una porta che si apre. Roberto Sciolan, 44 anni, di Bari, prepara il caffè. Al piano di sopra la bimba dorme. La prima frase che dice è: «Ho bisogno di raccontare». Medico anestesista, lavora in un ospedale a nord di Magdeburgo. Venerdì era appena tornato a casa. Il cellulare ha squillato: «Torna». Come lui, sono tornati tutti. Tanti ricordi gli danno tormento: la signora morta per la dissezione dell’aorta, quell’uomo che piangeva perché non sapeva dov’erano la moglie e il figlio, i farmaci che stavano per finire, una terapia intensiva improvvisata. «Medicina di guerra», la chiama.

«Quella sera sono arrivati tutti. Pure le signore della mensa: davano biscotti e cioccolata a noi e ai familiari. È arrivata una paziente grave, colpita dalla macchina: tante fratture e la rottura dell’aorta, una condanna a morte. L’hanno dovuta portare in un altro ospedale. Il giorno dopo ho chiamato per sapere di lei: non c…

Magdeburgo — Il silenzio della mattina, una serie di piccole palazzine a schiera, una porta che si apre. Roberto Sciolan, 44 anni, di Bari, prepara il caffè. Al piano di sopra la bimba dorme. La prima frase che dice è: «Ho bisogno di raccontare». Medico anestesista, lavora in un ospedale a nord di Magdeburgo. Venerdì era appena tornato a casa. Il cellulare ha squillato: «Torna». Come lui, sono tornati tutti. Tanti ricordi gli danno tormento: la signora morta per la dissezione dell’aorta, quell’uomo che piangeva perché non sapeva dov’erano la moglie e il figlio, i farmaci che stavano per finire, una terapia intensiva improvvisata. «Medicina di guerra», la chiama.

«Quella sera sono arrivati tutti. Pure le signore della mensa: davano biscotti e cioccolata a noi e ai familiari. È arrivata una paziente grave, colpita dalla macchina: tante fratture e la rottura dell’aorta, una condanna a morte. L’hanno dovuta portare in un altro ospedale. Il giorno dopo ho chiamato per sapere di lei: non ce l’ha fatta. Non riesco a ricordare il suo viso. Quella notte sono rimasto fino alle 3, non ce la facevo a tornare a casa. Tra i colleghi c’era chi piangeva, chi camminava senza senso per i corridoi».

A cinque minuti da casa sua si arriva all’ospedale universitario. Molti dei duecento feriti sono stati portati qui. Ora arrivano i parenti. Entra un papà, origini calabresi, da anni in Germania. Suo figlio, Marco Forciniti, è stato operato. Poche parole: «Mi hanno chiamato, sono corso in macchina, vivo a cento chilometri. Anche lui era a Magdeburgo in vacanza. È stato preso in pieno, sulle gambe. Non voglio dire altro: non sappiamo chi c’è dietro questo pazzo».

Una studentessa universitaria di vent’anni, Rashika, accetta di parlarci. Ha una ferita al piede, i suoi amici la accompagnano sulla sedia a rotelle. Tanti flash: il «panico», la «confusione», la «fuga». In quegli istanti è svenuta. «Quando ero nella tenda in attesa di essere portata in ospedale, c’erano persone che piangevano. Altre nei letti in condizioni orribili». In strada, «sui corpi venivano messe coperte. Cerco di non pensarci, non voglio parlarne». In questo ospedale, oggi, ci sarà una raccolta straordinaria di sangue. I morti sono stati cinque: un bambino di 9 anni e quattro donne di 45, 52, 67 e 75 anni.

L’Alter Markt, il mercato di Natale, l’evento più atteso dell’anno, non esiste più. La ruota del luna park è ferma. Le casette di legno che vendevano wurstel sono chiuse. Il baracchino dove si sparava ai palloncini serrato. Eppure sono tutti qua. Le coppie attraversano il mercato chiuso e piangono. Le famiglie s’incontrano lungo i vialetti del villaggio fantasma, come in una fiaba dal finale triste, si guardano e si abbracciano. Tutti a disegnare l’incredulità in aria con le dita: «Vedi, ha fatto questo percorso». O a indicare lassù: «Lo ha ripreso quella telecamera».

(reuters)

Claudia, dottoranda italiana, era nella casetta sotto il municipio. «Vendeva oggettini di legno, volevo fare dei regali. Dalla finestra ho guardato fuori e ho visto la Bmw. Poi una ragazza travolta». Gennaro Chianese, ballerino del teatro cittadino, era lungo la strada e ricorda «un fiume di persone che scappava verso di me. E quell’elicottero... è volato fino alle 2 di notte. Dopo, il silenzio». Lo stesso di adesso. C’è solo una casetta aperta: è del fruttivendolo Stephan, 52 anni, gli occhi azzurri, rughe profonde. Regala frutta e verdura ai passanti, che se ne vanno con sacchi pieni di arance. «Sì, c’ero venerdì, ho visto quell’auto. Un attimo prima c’erano così tante famiglie felici, i bambini. Io andavo a scuola qui. Questa è la mia gente, capisci? Dovevo fare qualcosa. Tutti possono prendere quello che vogliono, adesso, non voglio soldi. Qualcuno me li dà lo stesso? Saranno donati».

André è la vittima più piccola. Ogni anno «non vedeva l’ora che arrivasse il Natale». Da poco si era trasferito in Sassonia-Anhalt con la mamma Désirée Gleissner, che su Facebook scrive: «Lascia che il mio orsacchiotto voli. Non ha fatto niente a nessuno, aveva solo 9 anni. Perché? Non capisco». André era entrato nei “Kinderfeuerwehr”, i pompieri bambini. Due amiche hanno avviato una raccolta fondi, ieri sera aveva superato 60 mila euro. Parte dei soldi andrà ai famigliari delle altre vittime.

Lungo il perimetro del mercato ci sono i blocchi di cemento rossi e verdi che non sono bastati a fermare la strage. Sembrano dei grossi Lego. Pure qui le persone poggiano fiori e lumini. Chissà se ad André sembravano dei grandi giocattoli.

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