La svolta dell’Islanda: le donne la spingono verso l’ingresso nell’Ue
di Daniele Castellani PerelliL’isola delle donne veleggia verso l’Europa. L’Islanda si è messa alle spalle senza rimpianti i pochi mesi di mandato del leader conservatore Bjarni Benediktsson, a capo degli Indipendentisti, ed è tornata ad affidarsi a una donna di sinistra, come già era successo tra il 2017 e l’aprile scorso. Ma stavolta ci sono tre novità, e non da poco.
Il nuovo governo in Islanda
La prima è che il governo presentato sabato, frutto del risultato delle elezioni anticipate del 30 novembre, non è più una Grande coalizione, ma è composto solo da forze di centrosinistra: i socialdemocratici, grandi vincitori del voto con il 20,8%; i liberali europeisti del Partito della riforma (15,8%) e il Partito popolare (13,8%).
L’isola delle donne
La seconda è che si tratta di un’alleanza tutta al femminile, nel senso che i leader di tutti e tre i partiti di governo, per la prima volta nella storia dell’Islanda, sono donne, a cominciare dalla nuova premier Kristrun Frostadottir – economista che ha lavorato a…
L’isola delle donne veleggia verso l’Europa. L’Islanda si è messa alle spalle senza rimpianti i pochi mesi di mandato del leader conservatore Bjarni Benediktsson, a capo degli Indipendentisti, ed è tornata ad affidarsi a una donna di sinistra, come già era successo tra il 2017 e l’aprile scorso. Ma stavolta ci sono tre novità, e non da poco.
Il nuovo governo in Islanda
La prima è che il governo presentato sabato, frutto del risultato delle elezioni anticipate del 30 novembre, non è più una Grande coalizione, ma è composto solo da forze di centrosinistra: i socialdemocratici, grandi vincitori del voto con il 20,8%; i liberali europeisti del Partito della riforma (15,8%) e il Partito popolare (13,8%).
L’isola delle donne
La seconda è che si tratta di un’alleanza tutta al femminile, nel senso che i leader di tutti e tre i partiti di governo, per la prima volta nella storia dell’Islanda, sono donne, a cominciare dalla nuova premier Kristrun Frostadottir – economista che ha lavorato a New York e Londra – e dalla nuova ministra degli Esteri Thorgerdur Katrin Gunnarsdottir, che guida il Partito della riforma. A questo si aggiunga che, sempre per la prima volta, sono donne sia la premier sia la presidente della Repubblica, Halla Tomasdottir. E che le ministre sono 7 su 11. Record che non stupiscono: l’Islanda ha concesso il voto femminile nel 1915, nel 1980 ha avuto la prima presidente donna democraticamente eletta al mondo e da 15 anni consecutivi comanda ormai la classifica sull’uguaglianza di genere del World Economic Forum.
Un referendum per l’Ue
La terza novità è che tra le priorità di Frostadottir – insieme alla lotta all’inflazione e il taglio dei tassi di interesse – c’è un referendum sull’adesione all’Unione Europea, da tenere entro il 2027. La 36enne neopremier – altro record: la più giovane di sempre – chiederà inoltre a un panel di esperti indipendenti di studiare i vantaggi e gli svantaggi dell’ingresso nell’euro. È la conferma che stavolta Reykjavík fa sul serio. L’Islanda fa parte del mercato unico europeo, dell’area Schengen e dell’Associazione europea per il libero scambio (Efta), ma nel 2013 ha interrotto i negoziati con Bruxelles per l’adesione. Ora il tema è tornato ad essere dibattuto in campagna elettorale. E i cittadini, che alla fine hanno premiato una coalizione europeista, anche nei sondaggi sembrano pronti alla svolta: ormai il 54% si dice favorevole all’ingresso, e il 74,2% vuole il referendum.
Che cosa è cambiato, dopo tanti anni di freddezza? Secondo gli analisti le ragioni vanno cercate negli effetti disastrosi della crisi finanziaria del 2008 e nelle conseguenze della Brexit. L’inflazione fa paura, l’abbattimento delle barriere commerciali con l’Ue ingolosisce, e più in generale la prospettiva di entrare in un blocco protetto è rassicurante, in tempi globali incerti come questi.
Anche la Norvegia ci pensa
Motivazioni simili stanno spostando lentamente gli umori dell’opinione pubblica di un altro Paese nordico non tradizionalmente europeista – anche in virtù della ricchezza garantita dal proprio petrolio – ovvero la Norvegia, che ha bocciato già due volte l’ingresso nell’Ue con i referendum del 1972 e del 1994. Ora però, come ha scritto pochi giorni fa il Financial Times, potrebbe riaprirsi il dibattito anche qui. I dazi di Trump, l’aggressività mostrata di Putin contro la Scandinavia e le mire russo-cinesi sull’Artico sono segni di un mondo sempre più minaccioso, in cui, come ha dimostrato anche la pandemia, si sta meglio dentro un grande blocco politico-economico come l’Ue. E se anche l’Islanda domani si sedesse al grande tavolo di Bruxelles – a difendere magari gli interessi dei suoi pescatori in contrapposizione con quelli dei norvegesi – allora anche Oslo potrebbe cambiare idea.