Roghi di Los Angeles, al rifugio di Pasadena tra chi prova a ripartire e chi ancora cerca i cari
dal nostro inviato Paolo MastrolilliPASADENA — «Siano costretti a navigare in alto mare, senza avere davanti un porto di attracco». Fatica a trattenere le lacrime il signor Jackson, mentre racconta la sua odissea. Siamo davanti al Civic Auditorium di Pasadena, dove la Croce Rossa ha aperto uno dei rifugi per gli evacuati da Altadena, la città rasa al suolo dall’incendio Eaton. Madlyn, la figlia, parla per lui: «Mio padre aveva avuto un’operazione al cuore due settimane fa. Quando abbiamo visto le fiamme che si avvicinavano, però, siamo stati costretti a fuggire. La nostra casa è stata incenerita. Mi hanno permesso di tornare a vedere le rovine, nella speranza di trovare qualcosa da salvare. Mia madre voleva recuperare le fedi, ma valle a cercare nella cenere. Adesso non sappiamo più cosa fare, dove andare a vivere. Per ora stiamo qui, dormiamo sulle brandine dello shelter. Poi speriamo che qualcuno ci aiuti a capire come ricostruire, e soprattutto dove trovare i soldi».
PASADENA — «Siano costretti a navigare in alto mare, senza avere davanti un porto di attracco». Fatica a trattenere le lacrime il signor Jackson, mentre racconta la sua odissea. Siamo davanti al Civic Auditorium di Pasadena, dove la Croce Rossa ha aperto uno dei rifugi per gli evacuati da Altadena, la città rasa al suolo dall’incendio Eaton. Madlyn, la figlia, parla per lui: «Mio padre aveva avuto un’operazione al cuore due settimane fa. Quando abbiamo visto le fiamme che si avvicinavano, però, siamo stati costretti a fuggire. La nostra casa è stata incenerita. Mi hanno permesso di tornare a vedere le rovine, nella speranza di trovare qualcosa da salvare. Mia madre voleva recuperare le fedi, ma valle a cercare nella cenere. Adesso non sappiamo più cosa fare, dove andare a vivere. Per ora stiamo qui, dormiamo sulle brandine dello shelter. Poi speriamo che qualcuno ci aiuti a capire come ricostruire, e soprattutto dove trovare i soldi».
Macerie e sopravvissuti, viaggio ad Altadena: “In guerra contro il fuoco per salvare le nostre case”
Finché uno guarda le fiamme da lontano, la tragedia di Los Angeles si confonde facilmente con un film. Quando incontri gli esseri umani che la stanno soffrendo, però, ti avvicini a comprendere la loro disperazione. Qualche giorno fa il principe Harry e la moglie Meghan sono venuti ad abbracciare gli evacuati in questo rifugio, ma la solidarietà a parole non basta. Davanti al Civic Center, per esempio, trovi Sergio che insieme alla figlia mangia un gelato, cortesia della pasticceria locale Handel’s, che ha portato qui un camioncino per distribuire coni e coppette gratis. Poco lontano la World Central Kitchen del cuoco José Andrés distribuisce pollo e riso o prosciutto e patate schiacciate.
Quando gli chiedi la sua storia, Sergio posa una mano sulla testa della figlia e racconta: «La nostra casa era al centro della zona dove avevano ordinato l’evacuazione obbligatoria. Perciò siamo fuggiti, perché salvare le nostre vite era più importante delle cose che lasciavamo dietro». Ora sono qui, in questo limbo, sembra non avere idea di cosa sia successo: «Non sappiamo se la nostra casa è ancora in piedi, non ci permettono di andarla a vedere perché è troppo pericoloso». Immaginate di stare così, con vostra figlia in mezzo ad una strada, senza sapere se avete ancora un tetto dove tornare oppure soltanto cenere.
Sergio però se ne fa una ragione, anche perché al primo posto mette la necessità di proteggere la serenità mentale della figlia e garantirle un futuro: «Ho parlato con gli agenti della Federal Emergency Management Agency e hanno promesso di aiutarci. Devo crederci. Sennò cos’altro mi rimane da fare?».
Davanti a lui c’è il tavolo dove sta seduto Andy Smith, rappresentante della Fema: «Funziona così. Gli evacuati vengono e noi chiediamo di cosa hanno bisogno. Non solo cibo, vestiti e un letto, che sono scontati, ma medicine, sostegno psicologico, aiuti per ricostruire». Da questo tavolino in mezzo alla piazza inizia la rinascita, forse. «Se hanno l’assicurazione - spiega Andy - li aiutiamo a presentare le domande per il rimborso, entro 30 giorni. Se non ce l’hanno prendiamo i dati, il luogo dove si trovava la casa, i recapiti. Quindi facciamo le nostre verifiche sul posto e li aggiungiamo alla lista degli evacuati che avranno bisogno della Fema. Quando gli aiuti federali saranno disponibili, li assegneremo per la ricostruzione». Sergio storce il naso, ma Andy prova a rassicurarlo: «Non vi lasceremo soli. Ve lo garantisco».
E pensare che Sergio, sua figlia, Madlyn Jackson e il padre, sono quelli fortunati. Lo capisci quando entri nello shelter, e sulla destra dell’ingresso vedi un tavolino con su scritto “Reunification”. La gentile signora della Croce Rossa che l’occupa abbassa la testa e spiega: «Significa quello che dice il cartello. Se avete perso un familiare, una persona cara, un amico, venite qui a denunciarlo. Noi prendiamo le informazioni e le inseriamo in una banca dati, dove ci sono tutti i nomi dei dispersi. Così, se vengono rintracciati, contattiamo chi li ha denunciati per riunirli». Non finisce qui, però: «Non tutti verranno ritrovati vivi. Lo sappiamo. Perciò, se i familiari vogliono, li invitiamo anche a presentare la denuncia di scomparsa alla polizia, che ha i mezzi per recuperare le vittime». Madlyn stringe la mano al padre, e anche così trova un motivo per ringraziare la propria sorte.