Etgar Keret: “La guerra è un alibi comodo a tutti. Temo che ricominci come dopo il 7 ottobre”
dalla nostra inviata Francesca CaferriTEL AVIV — A casa di Etgar Keret c’è la stessa tensione che si respira nel resto di Israele. La speranza di una svolta imminente, la voglia di crederci nonostante le delusioni del passato: a tutto ciò lo scrittore, da mesi in testa alle classifiche di vendita con il suo ultimo libro, “Autocorrect” (uscirà in primavera in Italia), aggiunge un’inquietudine di fondo, che neanche l’amato coniglio bianco che scorrazza per casa o le canzoni che ha iniziato a scrivere possono lenire. L’idea che il Paese di domani, quando finalmente un domani verrà, non sarà più quello di ieri: e che questa non sia una buona notizia per chi, come lui, per anni ha creduto nel dialogo e nei diritti umani.
Parto con una domanda secca. La più difficile, quella che riassume questi quindici mesi di dialogo fra lei e i lettori di Repubblica: è finita? Possiamo voltare pagina?
«Provo a risponderle così: è come se lei fosse su un tavolo operatorio, e lei non piacesse al dottore che la sta operando. La opera, perc…
TEL AVIV — A casa di Etgar Keret c’è la stessa tensione che si respira nel resto di Israele. La speranza di una svolta imminente, la voglia di crederci nonostante le delusioni del passato: a tutto ciò lo scrittore, da mesi in testa alle classifiche di vendita con il suo ultimo libro, “Autocorrect” (uscirà in primavera in Italia), aggiunge un’inquietudine di fondo, che neanche l’amato coniglio bianco che scorrazza per casa o le canzoni che ha iniziato a scrivere possono lenire. L’idea che il Paese di domani, quando finalmente un domani verrà, non sarà più quello di ieri: e che questa non sia una buona notizia per chi, come lui, per anni ha creduto nel dialogo e nei diritti umani.
Parto con una domanda secca. La più difficile, quella che riassume questi quindici mesi di dialogo fra lei e i lettori di Repubblica: è finita? Possiamo voltare pagina?
«Provo a risponderle così: è come se lei fosse su un tavolo operatorio, e lei non piacesse al dottore che la sta operando. La opera, perché deve farlo: ma ogni scusa è buona per lasciare il tavolo. Se gli squilla il telefono, se qualcuno lo chiama… lui va via. Ecco, siamo allo stesso punto. Questo accordo ci sarà, finalmente ci saranno lacrime di gioia: ma nessuno dei due protagonisti, né il paziente né il dottore, né Hamas né Netanyahu, vogliono davvero avere a che fare l’uno con l’altro a lungo. Nelle prossime settimane, ognuno dei due cercherà la maniera di riprendere a combattere, perché sa che solo con la guerra può sopravvivere. Diverso è quello che vuole la gente normale. Gli israeliani e i palestinesi: è ovvio che deve finire, che vogliamo vedere gli ostaggi uscire da Gaza, che i palestinesi debbano tornare a casa e che debbano essere messi in grado di ricostruire dopo tutto quello che hanno sofferto».
E quindi cosa dobbiamo aspettarci?
«Non credo sia nell’interesse di Hamas e di Netanyahu fermare la guerra in via definitiva: il primo ministro si nasconde dietro una nuvola dal 7 ottobre, se fosse spazzata sarebbe esposto. Partirebbe la commissione di inchiesta su quel che è accaduto quel giorno e bisognerebbe davvero parlare del “day after” a Gaza. Tutti concordano che l’unica possibilità ora è coinvolgere l’Autorità nazionale palestinese: ma Netanyahu e i suoi alleati della destra estrema non vogliono sentire parlare di Anp, perché puntano ad annettersi la West Bank. E dunque, il rischio che tutto collassi dopo la prima fase, esattamente come accaduto a novembre 2023, è reale».
A ottobre, in occasione dell’anniversario della strage di Hamas, lei ci disse che Israele non era ancora uscito da 7 ottobre 2023: è così anche oggi?
«Sì. La riflessione su quello che è successo inizierà solo quando l’ultimo degli ostaggi tornerà a casa e finirà la guerra. Solo allora potremo elaborare il lutto. Ma, lo ripeto, il governo questo processo di elaborazione non lo vuole: abbiamo un ministro, come Ben Gvir che si è vantato pubblicamente di aver fatto deragliare i precedenti accordi per il ritorno degli ostaggi, con la collaborazione del primo ministro. Sono uno scrittore: sono abituato a mettermi nella testa della gente: ma nella testa di uno così io non riesco a entrare. Come ci si può vantare di aver impedito la liberazione di gente presa nel suo letto in pigiama e portata a Gaza?».
Lei parla come se questo governo non rappresentasse ciò che la gente di Israele vuole: ma è stato eletto. Allora le chiedo: quelli come lei, la società civile, i liberali, dove sono? Perché in Europa non li vediamo?
«Il 7 ottobre è accaduto nel momento di maggior lacerazione della società israeliana dall’inizio della sua Storia. Parlo delle proteste per la riforma giudiziaria. Il governo ha approfittato della guerra per seppellire la spaccatura e ciò che portava con sé, e per portare avanti la sua agenda. Sa di cosa si sono occupati due giorni fa? Di una legge per smantellare la tv pubblica, rea di criticarli. A chiunque ponga domande, da 15 mesi viene risposto solo: c’è la guerra, ne parliamo dopo. Quindi, se chiede a me qual è la parola chiave di questi 15 mesi le rispondo senza dubbio “delusione”. Sono deluso dalla politica, dai media che non raccontano tutta la verità su Gaza, da un esercito che non si è opposto a chi gli ha imposto di combattere quando era tempo di fermarsi».
Se non si riconosce più in questo Paese, perché resta?
«Perché la mia strada, il mio bar, i gatti che vedo ogni mattina, i miei vicini, sono la mia vita».
E il suo Paese dove va?
«Non lo so. Tutti se lo chiedono, ma nessuno lo sa davvero. Io credo che nel lungo periodo non possiamo continuare a sopportare questo conflitto non risolto, che se non troveremo una soluzione davanti a noi ci saranno solo altra violenza e altro sangue. La pace si fa con i nemici: capisco che è difficile accettarlo. Ma dovrebbe essere ancora più difficile accettare un futuro con altre violenze, altri morti, come quello a cui siamo destinati se non cambiamo prospettiva».