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Israele, la firma per l’accordo slitta a oggi. Netanyahu perde alleati, l’opposizione lo soccorre

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L’estrema destra pronta a uscire dal governo, ma nei sondaggi il sì all’intesa è maggioranza
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TEL AVIV — C’è speranza, ma c’è soprattutto tensione: più forte, più violenta, più triste di quella che si respirava a novembre del 2023. La piazza degli ostaggi di Tel Aviv, il luogo da dove per 15 mesi le famiglie di chi è stato portato a Gaza il 7 ottobre si sono riunite per chiedere di riportare a casa i loro cari, ieri sera è tornata a essere il cuore pulsante di un Israele che aspetta, con il fiato sospeso, la parola “fine” al braccio di ferro sull’accordo per il cessate il fuoco.

Non parliamo di una minoranza del Paese: secondo i sondaggi, la grande maggioranza della popolazione, pur con diverse sfumature, tempistiche, finalità politiche, chiede a gran forza che i 98 ostaggi – vivi e morti – ancora a Gaza tornino a casa. Ma dovrà ancora aspettare: gli ostacoli dell’ultimo metro non sono più esterni – le richieste di Hamas o della Jihad islamica – ma interni.

Da due giorni Benjamin Netanyahu cerca di convincere i suoi alleati dell’estrema destra Itamar Ben Gvir e Bezale…

TEL AVIV — C’è speranza, ma c’è soprattutto tensione: più forte, più violenta, più triste di quella che si respirava a novembre del 2023. La piazza degli ostaggi di Tel Aviv, il luogo da dove per 15 mesi le famiglie di chi è stato portato a Gaza il 7 ottobre si sono riunite per chiedere di riportare a casa i loro cari, ieri sera è tornata a essere il cuore pulsante di un Israele che aspetta, con il fiato sospeso, la parola “fine” al braccio di ferro sull’accordo per il cessate il fuoco.

Non parliamo di una minoranza del Paese: secondo i sondaggi, la grande maggioranza della popolazione, pur con diverse sfumature, tempistiche, finalità politiche, chiede a gran forza che i 98 ostaggi – vivi e morti – ancora a Gaza tornino a casa. Ma dovrà ancora aspettare: gli ostacoli dell’ultimo metro non sono più esterni – le richieste di Hamas o della Jihad islamica – ma interni.

Da due giorni Benjamin Netanyahu cerca di convincere i suoi alleati dell’estrema destra Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich a votare per l’accordo: da due giorni fallisce. La decisione prevista per ieri è rinviata a oggi: Smotrich (sette seggi alla Knesset) con tutta probabilità non si opporrà, a fronte di una formulazione che lascerà aperta la porta alla ripresa della guerra. Ben Gvir ha detto invece che, se ci sarà la firma, il suo partito lascerà l’esecutivo, privandolo di sei seggi alla Knesset.

Il ministro per la Sicurezza nazionale, che nei giorni scorsi si era pubblicamente vantato di essere riuscito a bloccare gli accordi precedenti, ha invitato a tagliare tutti gli aiuti umanitari a Gaza e a non arrendersi ad Hamas. Netanyahu dovrebbe comunque evitare la crisi di governo grazie all’apporto dell’opposizione, che gli ha rinnovato il sostegno pur di mantenere in vita la tregua.

Il rinvio a oggi del voto mette in dubbio la tempistica dell’attuazione dello scambio: per legge gli israeliani devono avere 48 ore per avere la possibilità di fare appello contro il rilascio dei palestinesi che saranno scarcerati, e la lista è parte del pacchetto che deve votare il governo. Dunque, con il sabato in mezzo, lo scambio tra ostaggi e prigionieri potrebbe iniziare lunedì (giorno dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca) e non domenica, come inizialmente stabilito.

Il dubbio resta forte anche sull’altra lista, quella degli israeliani da liberare: la stampa, qui, scrive che a uscire per prime saranno le soldatesse di Nahal Oz o la famiglia Bibas. Da Washington arrivano voci che parlano invece degli israeliani con cittadinanza americana: nodi che dovranno essere sciolti oggi in una riunione convocata al Cairo.

Al di là della tempistica – il segretario di Stato americano Antony Blinken ieri si è detto certo che sarà domenica il giorno chiave – il rinvio segnala la spaccatura fortissima che divide l’esecutivo israeliano su questo accordo: Netanyahu ne ha bisogno, perché glielo chiede Trump e perché i sondaggi indicano chiaramente una stanchezza nei confronti della guerra.

Ma i suoi alleati dell’estrema destra religiosa non lo vogliono, perché va a cozzare con il sogno di parte della loro base – i più estremisti fra i coloni – di ricreare insediamenti civili israeliani a Gaza su base permanente. Finora il premier è riuscito a barcamenarsi facendo leva sulla debolezza di Joe Biden e sulla superiorità militare dimostrata in Libano e a Gaza per tenere buona l’opinione pubblica: ora però è arrivato il momento del cambio di passo.

In attesa di una decisione finale – Hamas ha ribadito che la palla è totalmente in campo israeliano e di non aver aggiunto nessuna richiesta per cambiare i termini già stabiliti – a Gaza anche ieri sono morte circa 80 persone nei bombardamenti israeliani. Sugli schermi di Al Jazeera risuonava il grido di un uomo, Amer Abu Shaaban, piegato sul lenzuolo bianco che avvolgeva il corpo della nipote, una bambina uccisa da un frammento che l’ha colpita dietro la nuca mentre giocava nel cortile di una scuola dove aveva trovato rifugio con la famiglia. «È questa la pace di cui parlate?». Non lo è. Per la pace, quella vera, bisogna aspettare ancora.

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