Ramallah si prepara al rientro dei detenuti palestinesi: “Sarà una festa”
dal nostro inviato Fabio TonacciRamallah — L’altra lista di prigionieri da liberare, l’altro lato di questa storia. Alle 4 in punto di domenica pomeriggio, giorno uno del cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, 95 palestinesi reclusi nelle carceri di Israele saranno rilasciati in Cisgiordania. Novantacinque detenuti per tre ostaggi: il tasso di scambio che Hamas è riuscito a imporre al tavolo di Doha.
I nominativi prescelti, oggetto di una travagliata trattativa, sono stati pubblicati ieri sera dal ministero della Giustizia dello Stato ebraico. Se la tregua regge per sei settimane, verranno liberati in tutto un po’ meno di duemila detenuti (il numero dipende da quanti ostaggi vivi saranno riconsegnati) compresi i mille gazawi arrestati durante il conflitto. Se si arriva alla seconda fase, potrebbero essere scarcerati i prossimi leader dell’Autorità nazionale palestinese: il futuro di Gaza, dunque, è scritto anche tra le righe di questi elenchi.
Il telefono di Ghassan Jarrar fa quattro squilli a vuoto. Al quin…
Ramallah — L’altra lista di prigionieri da liberare, l’altro lato di questa storia. Alle 4 in punto di domenica pomeriggio, giorno uno del cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, 95 palestinesi reclusi nelle carceri di Israele saranno rilasciati in Cisgiordania. Novantacinque detenuti per tre ostaggi: il tasso di scambio che Hamas è riuscito a imporre al tavolo di Doha.
I nominativi prescelti, oggetto di una travagliata trattativa, sono stati pubblicati ieri sera dal ministero della Giustizia dello Stato ebraico. Se la tregua regge per sei settimane, verranno liberati in tutto un po’ meno di duemila detenuti (il numero dipende da quanti ostaggi vivi saranno riconsegnati) compresi i mille gazawi arrestati durante il conflitto. Se si arriva alla seconda fase, potrebbero essere scarcerati i prossimi leader dell’Autorità nazionale palestinese: il futuro di Gaza, dunque, è scritto anche tra le righe di questi elenchi.
Il telefono di Ghassan Jarrar fa quattro squilli a vuoto. Al quinto risponde. «L’ho appena saputo, Khalida c’è!». Khalida Jarrar, 61 anni, attivista per i diritti umani, femminista, componente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FplP), è la persona più conosciuta tra i 95 prossimi liberi. «Da 155 giorni è in regime di isolamento nella prigione di Neve Tertza, costretta a vivere in una cella lunga due metri e larga un metro», racconta il marito. «È al buio, ha a disposizione solo una piccola finestrella ma è sempre chiusa, Khalida si lamenta che non riesce a respirare». La casa di Ghassan Jarrar a Ramallah è in festa, si sente rumore di allegria. Lui è emozionato, la voce rotta. E quando gli si chiede come accoglierà la moglie, se ne esce con un improvvisato versetto d’amore: «La prenderò tra le mie braccia per non lasciarla più, guarderò il suo volto e poi chiuderò gli occhi, perché rimanga per sempre lì».
Khalida Jarrar è in stato di detenzione amministrativa cioè con accuse secretate e senza processo: è una prassi che le forze armate israeliane applicano nei territori occupati e che molti giuristi ritengono completamente illegale. Nella medesima condizione di Khalida si trova il 33 per cento dei 10.221 reclusi palestinesi. La maggior parte di coloro che saranno rilasciati domani sono donne, arrestate molto dopo il 7 ottobre. In dieci sono stati rinchiusi prima. C’è un solo minorenne. I motivi della detenzione, così come sono stati riportati sul sito del governo israeliano, sono per lo più incitamento al terrorismo, possesso di coltelli e armi, ma anche qualche caso di omicidio. Alcuni sono conosciuti per essere affiliati ad Hamas. Da quel che risulta, chi è sulla lista verrà trasferito dalla prigione dove si trova a quella di Ofer, a Ramallah: le porte si apriranno lì.
Nida Zughibi, 38 anni, avvocato, è finita nel penitenziario di Neve Tertza per aver postato su Facebook dei video girati a Gaza che documentavano possibili crimini di guerra. O, almeno, questo è ciò che è riuscita a capire Rasha Zughibi. «Mia sorella è stata arrestata dall’Idf il 5 giugno 2024 a Jenin in modo del tutto arbitrario, una detenzione amministrativa di cui non mi è stato detto niente di preciso. Organizzerò una festa per accoglierla, ho chiamato tutti i nostri amici. Ma finché non la rivedo, non ci credo».
A Doha il negoziato per il cessate il fuoco stava quasi per saltare proprio sui nomi. Israele alla fine ha accettato di inserire nella lista della prima fase 250 ergastolani sui 500 totali, gente condannata anche per stragi e atti di terrorismo che dovrà andare a vivere all’estero, ma si è opposto alla liberazione di chi ha partecipato attivamente al massacro del 7 ottobre (400 membri delle forze Nukhba) e ha negato la restituzione del cadavere di Yahya Sinwar. Per ora, inoltre, è stato posto il veto su cinque persone: Nael e Abdallah Barghouti (entrambi di Hamas), Marwan Barghouti (Fatah), Ahmad Saadat (Fplp), Ibrahim Ahmed (anch’egli di Hamas). Sono personaggi politici che hanno un consenso ampio tra i palestinesi, nonostante siano in prigione da anni.
In particolare Marwan Barghouti, in Cisgiordania e non solo, è considerato l’uomo che può riformare l’Autorità nazionale palestinese e ridarle la credibilità necessaria per poter governare la Striscia di Gaza quando la guerra sarà davvero finita. Ragione per cui né l’anziano Abu Mazen, leader attuale dell’Anp, né il governo israeliano vorrebbero vederlo libero. Il destino dei cinque è stato rimandato alla trattativa sulla seconda fase dell’accordo, che comincerà al giorno sedici del cessate il fuoco: è un punto delicato e cruciale, la fragile tregua può rompersi proprio sul nome di Barghouti.
«Non c’è alternativa realistica all’Anp per governare Gaza dopo la guerra», sostiene Sami Abu Shahadh, presidente di Balad, il partito nazionalista palestinese di sinistra attivo in Israele. «Questa Anp però è screditata, serve una nuova leadership legittimata da regolari elezioni. Marwan Barghouti, se liberato, potrebbe vincerle». Secondo lui le scarcerazioni vanno valutate in un ottica di medio termine e con un senso politico più ampio, che incrocia appunto la fase tre dell’accordo, se mai vedrà la luce, dove si dovrà stabilire chi governerà la Striscia e chi la ricostruirà. I nomi possibili sono già su una lista.