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Netanyahu impone il sì alla tregua: “Ma restiamo pronti a combattere”

(afp)

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Riunione-fiume del governo nella notte dopo l’approvazione del gabinetto di sicurezza. Stop alle armi domani alle 12.15. Per placare le ire dei ministri dell’ultradestra, rimessi in libertà cinque coloni in attesa di essere processati per violenze
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TEL AVIV — Con un “sì” strappato dopo 48 ore di alti e bassi e con il voto negativo dei falchi dell’ultra destra religiosa, il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato il piano per il cessate il fuoco a Gaza. Il voto ha aperto la strada all’approvazione definitiva del governo (24 ministri favorevoli, 8 contrari), arrivata a tarda notte, ben oltre i limiti imposti dallo shabbat: a testimonianza dell’eccezionalità del momento.

Se tutto andrà come previsto, la fine delle ostilità è prevista per domani alle 12.15, lo scambio ostaggi/prigionieri dovrebbe iniziare alle 16. I detenuti palestinesi usciranno dalle carceri e i primi camion di aiuti umanitari entreranno nella Striscia solo dopo che i tre ostaggi saranno in territorio israeliano: per il secondo scambio bisognerà poi aspettare una settimana.

La giornata di ieri è stata il culmine di tre giorni di trattative interne intensissime. Netanyahu, convinto a firmare l’intesa dalla pressione americana e dai sondaggi, ha voluto …

TEL AVIV — Con un “sì” strappato dopo 48 ore di alti e bassi e con il voto negativo dei falchi dell’ultra destra religiosa, il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato il piano per il cessate il fuoco a Gaza. Il voto ha aperto la strada all’approvazione definitiva del governo (24 ministri favorevoli, 8 contrari), arrivata a tarda notte, ben oltre i limiti imposti dallo shabbat: a testimonianza dell’eccezionalità del momento.

Se tutto andrà come previsto, la fine delle ostilità è prevista per domani alle 12.15, lo scambio ostaggi/prigionieri dovrebbe iniziare alle 16. I detenuti palestinesi usciranno dalle carceri e i primi camion di aiuti umanitari entreranno nella Striscia solo dopo che i tre ostaggi saranno in territorio israeliano: per il secondo scambio bisognerà poi aspettare una settimana.

La giornata di ieri è stata il culmine di tre giorni di trattative interne intensissime. Netanyahu, convinto a firmare l’intesa dalla pressione americana e dai sondaggi, ha voluto tenersi le mani libere - stando alla stampa israeliana - sostenendo di fronte al gabinetto di sicurezza di aver ricevuto «garanzie inequivocabili» da Biden e Trump che se Hamas non rispetterà le richieste di sicurezza, «l’Idf tornerà a combattere intensamente a Gaza con il sostegno degli Stati Uniti».

Un modo per contenere la rabbia di quella parte dell’ultradestra che dall’inizio è contraria a ogni compromesso: ma che al momento non toglierà il sostegno in Parlamento all’esecutivo, permettendogli di andare avanti. Se poi Smotrich e Ben Gvir togliessero la fiducia alla Knesset, in questo momento Netanyahu sarebbe comunque in grado di restare a galla, contando sull’appoggio esterno dell’opposizione che – da Lapid a Gantz – questo accordo lo vuole.

In cambio della loro fedeltà, ai due falchi Netanyahu ha già cominciato a fare concessioni: ieri mattina il ministro della Difesa Israel Katz – stretto alleato del premier – ha annunciato la fine della detenzione amministrativa per cinque coloni della Cisgiordania che si erano macchiati di gravi crimini contro i palestinesi in questi mesi. Una mossa chiarissima, considerando che i coloni costituiscono la base elettorale dei due. Le scarcerazioni – si legge in una nota del ministero – sono avvenute «alla luce del previsto rilascio di terroristi in Cisgiordania»: inutile la protesta dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, i cui vertici hanno fatto sapere di non essere stati consultati e che i rilasci non tengono in considerazione «le conseguenze sulla sicurezza».

In realtà la prima lista di prigionieri palestinesi da liberare, diffusa ieri pomeriggio, non contiene nomi di persone considerate estremamente pericolosi dalle autorità israeliane: si tratta di 95 donne e minori arrestati dal 2020, tra cui 66 solo nell’ultimo anno.

Illustrando i profili dei detenuti ai ministri, il capo dello Shin Bet Ronen Bar non ha nascosto i timori: la maggioranza di quelli rimessi in libertà nello scambio per Gilad Shalit nel 2011 sono tornati a compiere azioni contro Israele, ha spiegato. Ma nonostante ciò Bar, come il capo del Mossad David Barnea, ha invitato il governo a votare per l’accordo: «Dobbiamo pagare questo debito morale. Questo accordo è eticamente e moralmente la cosa giusta da fare. È un accordo umano. Include meccanismi che garantiranno la nostra sicurezza», ha detto Barnea secondo la rete tv Kan 12.

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