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Trump mette mano al cortile di casa sudamericano: “Basta petrolio dal Venezuela”

Nicolas Maduro (afp)

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Il presidente Usa punisce il regime di Maduro: “Era un grande paese vent’anni fa”. Il suo inviato per le missioni speciali Richard Grenell incontra rappresentanti dell’opposizione venezuelana a Washington: “La diplomazia è al lavoro”
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LONDRA – Come alcuni dei suoi predecessori fin dal diciannovesimo secolo, Ronald Reagan lo chiamava “America’s backyard”, il cortile di casa degli Stati Uniti. Ora Donald Trump sembra intenzionato a sviluppare il medesimo concetto per tornare a estendere l’influenza di Washington sul continente latino-americano: da Panama al Venezuela e oltre, facendo sentire la forza del braccio economico e militare degli Usa. Una politica che in passato si esprimeva attraverso le cosiddette “repubbliche delle banane” controllate dalle multinazionali americane, passata attraverso il fallito sbarco alla Baia di Porci a Cuba e il riuscito colpo di Stato contro il socialista Salvador Allende in Cile, proseguita da Reagan con l’appoggio ai ribelli anticomunisti in Nicaragua, l’invasione dell’isola di Grenada e il sostegno ai “regimi dei colonnelli” in Centroamerica, portata avanti da Bush padre con l’intervento armato a Panama.

Lo scontro con il Venezuela

Appena insediato, il neopresidente americano ha…

LONDRA – Come alcuni dei suoi predecessori fin dal diciannovesimo secolo, Ronald Reagan lo chiamava “America’s backyard”, il cortile di casa degli Stati Uniti. Ora Donald Trump sembra intenzionato a sviluppare il medesimo concetto per tornare a estendere l’influenza di Washington sul continente latino-americano: da Panama al Venezuela e oltre, facendo sentire la forza del braccio economico e militare degli Usa. Una politica che in passato si esprimeva attraverso le cosiddette “repubbliche delle banane” controllate dalle multinazionali americane, passata attraverso il fallito sbarco alla Baia di Porci a Cuba e il riuscito colpo di Stato contro il socialista Salvador Allende in Cile, proseguita da Reagan con l’appoggio ai ribelli anticomunisti in Nicaragua, l’invasione dell’isola di Grenada e il sostegno ai “regimi dei colonnelli” in Centroamerica, portata avanti da Bush padre con l’intervento armato a Panama.

Lo scontro con il Venezuela

Appena insediato, il neopresidente americano ha detto che la sua amministrazione molto probabilmente smetterà di acquistare petrolio dal governo di Caracas e che sta riesaminando “con estrema fermezza” il Venezuela, “Era un grande Paese vent’anni fa e ora è nel caos”, ha osservato Trump. “Non abbiamo bisogno di comprare il loro petrolio. Ci basta il nostro”. L’iniziativa avrebbe serie ripercussioni per Caracas, che ha negli Usa il suo secondo maggiore mercato estero (dopo la Cina) per le esportazioni petrolifere.

Nella stessa giornata l’inviato di Trump per le missioni speciali, Richard Grenell, che è stato il direttore dell’intelligence durante il primo mandato presidenziale del tycoon, ha reso noto che incontrerà stamane rappresentanti dell’opposizione venezuelana a Washington. “La diplomazia è al lavoro”, ha commentato, aggiungendo: “Le parole sono una tattica”, lasciando dunque presagire altre mosse. Nella sua prima presidenza, Trump aveva applicato dure sanzioni contro il regime del leader venezuelano Nicolas Maduro, manovrando per cercare di rovesciarlo. Joe Biden ha inizialmente ridotto le sanzioni nel tentativo di indurre Maduro a democratizzare un sistema giudicato illiberale dalle organizzazioni internazionali per i diritti civili, ma poi le ha ripristinate. Come altri Paesi occidentali, gli Stati Uniti considerano illegittimo il controverso risultato delle elezioni venezuelane del luglio scorso che hanno riconfermato Maduro nell’incarico fra accuse di brogli di massa. Durante la campagna elettorale 2024, Trump lo ha definito “un dittatore”. Recentemente un columnist del New York Times ha esortato Trump a minacciare un intervento militare per spingere Maduro a dimettersi e a invadere il Venezuela se tali minacce non avranno effetto.

I narco-guerriglieri in Colombia

Nel frattempo è scoppiata un’altra crisi nel “cortile dell’America”, proprio al confine con il Venezuela: la Colombia ha proclamato lo stato d’emergenza nella regione del Catatumbo, diventata da giovedì scorso l’epicentro di una sanguinosa guerra tra due gruppi guerriglieri di matrice marxista, l’Esercito di liberazione nazionale e i dissidenti delle Farc, il movimento che nel 2016 firmò la pace con il governo di Bogotà, disarmandosi, sciogliendosi e tramutandosi in un partito politico, dopo una guerra civile durata trent’anni. Il motivo del conflitto odierno tra i due gruppi paramilitari è il controllo della seconda più grande area di coltivazione della cocaina in Colombia. “L’unica rivoluzione possibile è la pace e la non violenza”, ha dichiarato il presidente colombiano Gustavo Petro: pace che, in effetti, in un decennio ha risollevato il suo Paese, facendone uno dei più economicamente avanzati del Sud America. E anche in questo contesto potrebbe inserirsi la nuova dottrina di Trump nei confronti dell’America Latina, poiché il presidente ha ordinato di classificare i cartelli della droga come “gruppi terroristici internazionali”.

Le minacce a Panama

Poco dopo avere giurato e firmato i suoi primi ordini esecutivi da presidente, Trump ha affermato: “I Paesi dell’America Latina hanno più bisogno di noi, di quanto noi abbiamo bisogno di loro”. In particolare, nel suo discorso di inaugurazione, il nuovo capo della Casa Bianca ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno diritto di “riprendersi il canale di Panama, perché l’abbiamo costruito noi a nostre spese, a un certo punto lo abbiamo dato a Panama, e questo è stato un errore, e poi come se non bastasse Panama lo ha dato alla Cina”, allusione ai due porti costruiti e gestiti da una società di Hong Kong sui lati opposti della cruciale via di navigazione per il traffico commerciale marittimo. Alcune settimane fa Trump aveva detto espressamente che, se necessario, avrebbe usato “la forza” per riprendere il controllo del canale: ma forse non ce ne sarà bisogno, perché le autorità panamensi già invitano al “dialogo per risolvere la disputa” con Washington e hanno immediatamente ordinato un’ispezione dei due porti gestiti dalla Cina, misura che potrebbe portare a conseguenze sul rinnovo della licenza per amministrarli.

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