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La testimonianza da Gaza: “Mio zio Hamdi e gli altri 10 mila che mancano all’appello”

(afp)

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Il racconto della studentessa 21 sfollata nel sud della Striscia: “Dall’inizio della tregua i soccorritori hanno estratto 66 cadaveri dalle macerie”
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DEIR AL BALAH — Aspettavamo tutti il cessate il fuoco con impazienza. Abbiamo desiderato il silenzio non perché cancelli il dolore, ma per iniziare la ricerca dei dispersi e dei corpi dei nostri cari sepolti sotto le macerie. In tanti giacciono ancora nelle strade e in quelle che una volta erano case. Irraggiungibili e non reclamati. Ai soccorsi è stato negato l’accesso a molte aree, lasciando che la morte regnasse liberamente. Ogni ora che passa porta con sé il sapore amaro dell’impotenza e l’attesa di notizie sui nostri cari è un tormento. Ci si aggrappa a tutto per poi ritrovarsi, il più delle volte, con il silenzio o la disperazione.

Mio zio Hamdy Baroud, un amato professore universitario di Khan Younis, aveva dedicato la sua vita a educare le generazioni future. Il 17 marzo 2024 è scomparso. Non sappiamo che fine ha fatto. Non sappiamo se giace sotto le macerie, dimenticato dal mondo, o se il suo corpo è stato portato via in qualche luogo lontano e senza nome. E poi c’è la m…

DEIR AL BALAH — Aspettavamo tutti il cessate il fuoco con impazienza. Abbiamo desiderato il silenzio non perché cancelli il dolore, ma per iniziare la ricerca dei dispersi e dei corpi dei nostri cari sepolti sotto le macerie. In tanti giacciono ancora nelle strade e in quelle che una volta erano case. Irraggiungibili e non reclamati. Ai soccorsi è stato negato l’accesso a molte aree, lasciando che la morte regnasse liberamente. Ogni ora che passa porta con sé il sapore amaro dell’impotenza e l’attesa di notizie sui nostri cari è un tormento. Ci si aggrappa a tutto per poi ritrovarsi, il più delle volte, con il silenzio o la disperazione.

Mio zio Hamdy Baroud, un amato professore universitario di Khan Younis, aveva dedicato la sua vita a educare le generazioni future. Il 17 marzo 2024 è scomparso. Non sappiamo che fine ha fatto. Non sappiamo se giace sotto le macerie, dimenticato dal mondo, o se il suo corpo è stato portato via in qualche luogo lontano e senza nome. E poi c’è la mia amica Malak, voleva diventare un’insegnante come mio zio. Viveva nel nord di Gaza, ma la sua casa è stata distrutta da un raid aereo. Da allora, nessuno è riuscito a recuperare il suo corpo. Non c’è niente di più difficile che sapere che i resti delle persone che ami sono ancora sotto le macerie, incapaci di trovare il riposo che meritano.

Da quando domenica scorsa è stato annunciato il cessate il fuoco, le squadre della protezione civile hanno setacciato le macerie per recuperare i corpi: finora ne sono stati trovati 66, 58 a sud e 8 a nord. Molti restano senza nome perché è impossibile identificarli. A Rafah e Jabalia, famiglie e volontari spostano pietre a mani nude per trovare una traccia dei loro cari. Secondo le stime, più di 10.000 corpi sono ancora sepolti. Mancano i sacchi neri per riporre tanti cadaveri.

A Gaza, la gente non è in lutto solo per coloro che sono morti, ma anche per le migliaia di persone ancora disperse. L’assenza di informazioni sulla loro sorte è un peso insopportabile. Madri e padri si aggrappano a ogni briciola di speranza, stringendosi all’idea che i loro figli possano essere ancora vivi, che ci sia ancora una possibilità di sentire la loro voce un’ultima volta.

Tra le macerie delle case distrutte, dove l’odore della polvere si mescola a quello metallico del sangue, lo spettro dell’assenza è un compagno costante. Ogni pietra sollevata rivela una storia: una vita finita troppo presto, un amore che non svanirà mai. In questa terra di infinito dolore, continuiamo a cercare, a piangere e a ricordare.

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