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“Agenti dell’Anp senza divisa”, in Cisgiordania contro la Jihad Abu Mazen aiuta gli israeliani

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La mossa dell’anziano leader palestinese per ritagliarsi un ruolo nel futuro dei territori e della Striscia
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Jenin — A Jenin il vecchio Abu Mazen si gioca l’ultima carta. A differenza di ciò che di solito avviene quando l’Idf entra nel campo profughi, le forze di sicurezza dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) questa volta non si sono dileguate nei villaggi. Al contrario, secondo gli abitanti stanno aiutando i soldati israeliani contro i miliziani del Battaglione Jenin. Non ufficialmente, sarebbe troppo complicato da spiegare ai palestinesi (pochi) che ancora appoggiano l’Anp. Lo fanno in incognito.

«Conosciamo gli agenti, si aggirano senza divisa», riferiscono le famiglie che fuggono dal campo, mentre i bulldozer stringono il perimetro e si preparano a entrare. «Agiscono in borghese», «viaggiano su automobili senza insegna», «sparano alle cisterne dell’acqua potabile», «ci bersagliano dai tetti». Un sostegno non dichiarato e non dichiarabile, che racconta il tentativo del leader della Anp di garantirsi la sopravvivenza politica. Se non a Gaza, almeno in Cisgiordania.

Cinque droni …

Jenin — A Jenin il vecchio Abu Mazen si gioca l’ultima carta. A differenza di ciò che di solito avviene quando l’Idf entra nel campo profughi, le forze di sicurezza dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) questa volta non si sono dileguate nei villaggi. Al contrario, secondo gli abitanti stanno aiutando i soldati israeliani contro i miliziani del Battaglione Jenin. Non ufficialmente, sarebbe troppo complicato da spiegare ai palestinesi (pochi) che ancora appoggiano l’Anp. Lo fanno in incognito.

«Conosciamo gli agenti, si aggirano senza divisa», riferiscono le famiglie che fuggono dal campo, mentre i bulldozer stringono il perimetro e si preparano a entrare. «Agiscono in borghese», «viaggiano su automobili senza insegna», «sparano alle cisterne dell’acqua potabile», «ci bersagliano dai tetti». Un sostegno non dichiarato e non dichiarabile, che racconta il tentativo del leader della Anp di garantirsi la sopravvivenza politica. Se non a Gaza, almeno in Cisgiordania.

Cinque droni israeliani ronzano così a bassa quota da coprire le parole di chi, sotto, osserva con inquietudine gli occhi spia volanti. «Tra poche ore scatenano l’inferno», mormora la gente, chiusa in casa e pronta al peggio. Netanyahu ha promesso che l’operazione Muro di ferro sarà lunga e «smantellerà tutte le infrastrutture dei terroristi».

Le ruspe hanno sbarrato le vie d’accesso a quel labirintico borgo sfatto e privo di senso urbano che è il campo profughi di Jenin, dove vivono tra le 15 mila e le 20 mila persone e che da sempre è il covo di Jihad islamica (il gruppo più numeroso e influente), Hamas e brigate al Aqsa. Sono riuniti sotto l’ombrello unico del Battaglione e accade solo qui, nella città che i palestinesi considerano il simbolo della resistenza all’occupazione fin dai tempi del mandato britannico, quando i locali fecero fuori il capo dell’amministrazione militare con un attentato. Anche per questo, è soprannominata la piccola Gaza.

«Mai come in questo periodo, però, Jenin sta affogando», afferma il dottor Fawaz Abdulrahman Hamman, il direttore dell’ospedale Al Razi situato sull’orlo dell’assedio. «Dopo il 7 Ottobre Israele ci è venuto addosso con tutta la sua potenza». Se lo dice Hamman, che dirige l’ospedale dal 1994 ed è memoria storica, c’è da credergli. Hamas in una nota ufficiale accusa l’Anp di spargere il sangue dei palestinesi e di aver assaltato Al Razi per catturare due miliziani. Hamman nega di aver visto uomini armati nel suo ospedale, ha visto però dei bambini feriti trasportati al pronto soccorso in codice rosso: una piccola di 4 mesi colpita alle gambe da un proiettile e un bimbo di 5 anni con la mano che grondava sangue. «Abbiamo 55 letti, tutti occupati, e scorte di medicinali per sei mesi, com’è la prassi per gli ospedali a Jenin. Cosa stia succedendo con l’Anp non è facile da comprendere».

Il Medio Oriente per sua natura è terra di sfumature, per capire come girano le cose conviene non adagiarsi mai sul bianco o sul nero. In cerca dei grigi che guidano il gioco di Abu Mazen, si attraversa la città deserta e, nel villaggio di Burqin, si bussa alla porta del 68 enne Jamal Zubeidi, il capostipite di un famiglia che a Jenin tutti conoscono: lui fa parte del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, suo figlio Naim prima di essere ucciso faceva il poliziotto di giorno e il miliziano della Jihad islamica di notte, suo nipote Zakaria, ora in un carcere di Israele e prossimo al rilascio per lo scambio detenuti-ostaggi, è stato il capo locale dei Martiri di al Aqsa. «Abu Mazen è stato il primo a congratularsi con Trump per l’elezione», ragiona Jamal Zubeidi. «Poi Trump lo ha chiamato e gli ha ordinato di spezzare la resistenza di Jenin, ma l’Anp non c’è riuscita quindi adesso è intervenuto Netanyahu. Abu Mazen è preoccupato dall’accordo di Doha, sa che non sarà lui a governare Gaza e teme pure di perdere la Cisgiordania. Ecco perché sta aiutando l’Idf con agenti senza divisa».

In poco più di due giorni sono morti 11 palestinesi, 37 i feriti, 30 gli arresti. Non più tardi di una decina di giorni fa terminava un altro violento assedio al campo profughi, questa volta delle forze di sicurezza dell’Anp: 45 giorni di scontri ordinati da Abu Mazen per disarmare le milizie e sequestrare tutti i fucili e gli ordigni che l’Iran riesce a far arrivare a Jenin sulle rotte del contrabbando. Obiettivo non raggiunto, ma intanto sono morti diversi civili, tra cui la giornalista Shatha al Sabagh, colpita da un proiettile alla testa. «Sparato da un cecchino dell’Anp», sostiene sua madre, Nahida Abdullah Sabagh, 52 anni, seduta su una sedia sul terrazzo della casa che la ospita temporaneamente. «Ero con mia figlia in quel momento, il colpo è arrivato dal lato dove erano posizionati gli agenti. L’hanno fatto apposta». Sul tramonto di Jenin il ronzio perenne dei droni, in lontananza l’eco di un’esplosione. L’esercito si prepara all’offensiva più dura.

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