MOSCA – Persino Aleksandr Lukashenko non prova più a nascondere la verità. «La Bielorussia? È una democrazia brutale», dice con nonchalance, mentre nel Paese va in scena l’ultima sceneggiata elettorale: presidenziali vinte con l’87,6% dei voti, secondo i primi exit poll, e un’affluenza sopra l’80%. Un’incoronazione. Non poteva essere da meno per l’autocrate settantenne che si fa chiamare Batka, “Padre”, da quando ha preso il potere nel 1994, ma che l’allora segretaria di Stato Usa Condoleezza Rice battezzò più opportunamente “l’ultimo dittatore d’Europa”. «Sempre meglio una dittatura come la nostra che una democrazia come l’Ucraina», ribatte lui che ha permesso a Mosca di usare il suo territorio per aggredire l’Ucraina nel 2022 e per ospitare le proprie armi nucleari, ma ha condotto la sua campagna sotto lo slogan “Pace e sicurezza” sostenendo di aver evitato che la Bielorussia fosse trascinata nel vicino conflitto.
MOSCA – Persino Aleksandr Lukashenko non prova più a nascondere la verità. «La Bielorussia? È una democrazia brutale», dice con nonchalance, mentre nel Paese va in scena l’ultima sceneggiata elettorale: presidenziali vinte con l’87,6% dei voti, secondo i primi exit poll, e un’affluenza sopra l’80%. Un’incoronazione. Non poteva essere da meno per l’autocrate settantenne che si fa chiamare Batka, “Padre”, da quando ha preso il potere nel 1994, ma che l’allora segretaria di Stato Usa Condoleezza Rice battezzò più opportunamente “l’ultimo dittatore d’Europa”. «Sempre meglio una dittatura come la nostra che una democrazia come l’Ucraina», ribatte lui che ha permesso a Mosca di usare il suo territorio per aggredire l’Ucraina nel 2022 e per ospitare le proprie armi nucleari, ma ha condotto la sua campagna sotto lo slogan “Pace e sicurezza” sostenendo di aver evitato che la Bielorussia fosse trascinata nel vicino conflitto.
Stavolta Lukashenko non ha voluto correre rischi. Gli unici rivali ammessi erano quattro fantocci adeguatamente selezionati. Nell’estate del 2020 lasciò che si candidasse Svetlana Tikhanovskaja, moglie dell’oppositore incarcerato Sergej Tikhanovskij. «Una donna presidente? Sverrebbe, poverina». Non immaginava che avrebbe condotto una vera e propria campagna elettorale insieme alle “donne” degli altri due principali oppositori eliminati dalla corsa: Maria Kolesnikova, manager del quartier elettorale del banchiere incarcerato Viktor Babariko, e Veronika Tsepkalo, moglie dell’ex diplomatico esiliato Valerij. Una “trojka” al femminile che aveva conquistato le urne e che, davanti al furto della vittoria, aveva guidato un’inedita rivolta che era stata repressa nel sangue.
Memore di quel trauma, stavolta Lukashenko ha anticipato il voto dal caldo agosto al gelido gennaio per scongiurare che la popolazione tornasse in piazza contro le frodi. Non che servisse lo scudo del Generale Inverno per ottenere un settimo mandato. La brutale repressione ha soffocato il dissenso: decine di migliaia di persone sono state incarcerate, e spesso torturate, in cinque anni. Tutti gli oppositori sono in carcere o in esilio. I detenuti politici sono almeno 1.300, tra cui il Nobel per la pace Ales Bialiatski, fondatore del Centro per i diritti umani Viasna, e Kolesnikova, l’unica donna del trio femminile a non essere esiliata. Prelevata nel settembre 2020 da uomini incappucciati nel centro di Minsk, quando si era resa conto che la stavano accompagnando al confine ucraino, aveva strappato il suo passaporto, era svicolata dal finestrino dell’auto e si era fatta arrestare. Adesso sconta 11 anni di carcere per “cospirazione per usurpare il potere” e “attentato alla sicurezza nazionale”. È una dei sei detenuti politici in stato “incommunicado”, senza contatti con l’esterno.
«L’avvocato non può vederla. Non riceve lettere, le dicono che tutti si sono dimenticati di lei. La torturano psicologicamente oltre che fisicamente. È tenuta in isolamento in una minuscola cella dove il bagno è un buco nel pavimento. Ha solo 30 minuti al giorno di libertà vigilata e senza possibilità di comunicare. Può fare la doccia una volta a settimana. È arrivata a pesare 45 kg per 1,75 cm perché dopo essere stata operata a un’ulcera gastrica perforata non tollerava il cibo della prigione», racconta in video-collegamento con Repubblica la sorella Tatsiana Khomich che, dopo una scarna cartolina nel febbraio 2023, non ne aveva più avuto notizie per 600 giorni. Fino allo scorso novembre quando il padre aveva potuto vederla a patto di non divulgare dettagli sull’incontro. Un gesto simbolico, come gli oltre 250 detenuti politici “graziati” negli ultimi mesi. Tutta facciata, avverte Viasna: soltanto lo scorso mese sono state arrestate 188 persone.
Khomich ne è consapevole, eppure spera che l’Unione Europea colga il momento. «Spero che prima o poi anche Masha venga liberata. Col ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, non si fa che parlare di negoziati sull’Ucraina. Lukashenko non vuole che la Bielorussia venga totalmente inghiottita da Mosca, perché la popolazione non lo tollererebbe. Spera di ricucire con la Ue per allentare l’isolamento e le sanzioni. Certo, lo fa soltanto per garantire la sopravvivenza del suo regime. Ma bisogna approfittarne per incoraggiare ulteriori rilasci. Bisogna scegliere il male minore». Usa e Ue però si rifiutano di riconoscere Lukashenko come leader legittimo — «Le elezioni farsa non sono state né libere né corrette», ha detto Kaja Kallas — e ribadiscono che, finché non verranno liberati tutti i detenuti politici, non ci potrà essere dialogo.
«Non me ne frega niente dell’Occidente. Sono pronto a parlare, ma non a inchinarmi o strisciare in ginocchio», ha replicato Lukashenko ieri in una conferenza stampa fiume. «Non perseguiamo tutti, ma li monitoriamo. Abbiamo fascicoli completi di foto. A nessuno viene impedito di parlare. Il carcere è per quelli che aprono troppo la bocca. Potranno essere graziati, se riconosceranno di avere sbagliato. In qualsiasi Stato devi assumerti le tue responsabilità se infrangi la legge. La legge è severa, ma è la legge». La legge di una “democrazia brutale”.