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Ramallah porta in trionfo i condannati per terrorismo: "Per noi sono innocenti"

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Duecento scarcerati in cambio delle quattro soldate in ostaggio, ma i responsabili degli attacchi più sanguinosi sono stati espulsi in Egitto. Non torneranno più in Cisgiordania
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Ramallah — I condannati sono liberi. Gli ergastoli vengono portati in trionfo. Gli irriducibili concedono interviste sulle spalle di parenti che pensavano di non rivedere più. «Ringrazio l’Iran, ringrazio lo Yemen, ringrazio il Libano, ringrazio quelli di Gaza perché se sono fuori è grazie al loro sacrificio», grida Mohammad Abu Hanaq, 12 anni di prigione interrotti per l’accordo sulla tregua. «Il popolo vuole le brigate Qassam, il popolo vuole le brigate Qassam», è il tappeto sonoro prodotto dai suoi amici, se ancora non fosse chiaro chi sono «quelli di Gaza» che Abu Hanaq sta ringraziando.

Le quattro giovani soldate sono già in Israele da un po’ quando al Centro ricreativo municipale di Ramallah appare il bus del carcere israeliano di Ofer, dove i detenuti da rilasciare erano stati concentrati. E dove, a quanto riferiscono loro e raccontano i lividi, sono stati menati un’ultima volta prima dei saluti.

Le famiglie li aspettano, qualcuno ha portato i fuochi d’artificio, una bamb…

Ramallah — I condannati sono liberi. Gli ergastoli vengono portati in trionfo. Gli irriducibili concedono interviste sulle spalle di parenti che pensavano di non rivedere più. «Ringrazio l’Iran, ringrazio lo Yemen, ringrazio il Libano, ringrazio quelli di Gaza perché se sono fuori è grazie al loro sacrificio», grida Mohammad Abu Hanaq, 12 anni di prigione interrotti per l’accordo sulla tregua. «Il popolo vuole le brigate Qassam, il popolo vuole le brigate Qassam», è il tappeto sonoro prodotto dai suoi amici, se ancora non fosse chiaro chi sono «quelli di Gaza» che Abu Hanaq sta ringraziando.

Le quattro giovani soldate sono già in Israele da un po’ quando al Centro ricreativo municipale di Ramallah appare il bus del carcere israeliano di Ofer, dove i detenuti da rilasciare erano stati concentrati. E dove, a quanto riferiscono loro e raccontano i lividi, sono stati menati un’ultima volta prima dei saluti.

Le famiglie li aspettano, qualcuno ha portato i fuochi d’artificio, una bambine di nome Zena catalizza l’attenzione reggendo il cartello con il volto di zio Mohammed. Tante le bandiere di Fatah, il partito di Abu Mazen che controlla l’Autorità nazionale palestinese, qualche vessillo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, i drappi verdi di Hamas sono nelle borse perché non graditi: l’organizzazione e la sicurezza è affidata all’Anp, vogliono misura e sobrietà. Che non ci sarà.

Il pullman si pianta all’ingresso, troppa calca. La porta si apre, e uno dopo l’altro, portati a spalla, sfilano 114 uomini smunti e rasati a zero. Il gruppo è diverso rispetto a quello di domenica scorsa: allora donne e minorenni, quasi tutti in detenzione amministrativa, questi invece hanno sulla fedina condanne per terrorismo emesse dai tribunali dello Stato ebraico. È tutta un’altra lista.

A Doha gli emissari di Hamas hanno spuntato un tasso di scambio favorevole: ogni donna soldato vale 50 detenuti palestinesi, di cui 30 con fine pena mai. I calcoli sono fatti: oggi escono in 200. Sono maschi tra i 30 e i 50 anni, provati, indossano le tute grigie con la scritta “carcere di Ofer” in ebraico, calzano ciabatte di plastica che perdono mentre avanzano a fatica verso la palestra dove i thermos del caffè sono vuoti già da un po’. Alcuni hanno al polso dei braccialetti sanitari. La folla li eccita, ritrovano baldanza, fanno il segno della vittoria con le dita, stringono mani, si abbracciano. Cori per Sinwar. È il momento delle dichiarazioni a microfono aperto.

«Ero prigioniero da dieci anni, ne dovevo scontare ancora due», dice Ibrahim Abu Snenah. «Quando Smotrich e Ben-Gvir sono diventati ministri, le guardie erano più cattive, praticavano la punizione collettiva». Ecco Mohammad el Aaza, membro di Hamas. «Ero a Nafha all’ergastolo, ho fatto solo otto anni, mai avrei pensato di essere liberato». I più osannati sono i sei del tunnel della libertà: nel 2021 evasero dall’istituto di massima sicurezza Bilboa scavando un buco con cucchiai e forchette.

A guidare c’era Zakaria Zubeidi, l’ex capo delle brigate Al Aqsa di Jenin: era il più atteso, ma il suo nome non è stato tolto dall’elenco, dovrà aspettare. Si vede però Mohammed al Arda, suo compagno di evasione. «Se c’è qualcosa di cui essere fieri è la gente di Gaza», dice, con tono da messaggio politico. È più magro e più segnato degli altri, a riprova che le guardie israeliane non hanno gradito l’epica fuga. «Ero in cella con al Aarda e Zakaria», afferma Fadi, 8 anni, doveva farne 18. «Quelli del tunnel subiscono doppia razione di botte, gli agenti entravano con i cani, poi usavano l’acqua fredda per farci riprendere e l’acqua bollente per stordirci».

Per Israele non sono questi i colpevoli più colpevoli, gli irriducibili più irriducibili. L’accordo di Doha prevede che gli stragisti e i comandanti dei gruppi armati non possano più vivere in Cisgiordania, quindi 86 detenuti sono stati trasferiti a Gaza e in Egitto, per essere poi deportati in Turchia, Algeria e nei paesi del Golfo. Sono questi i nomi grossi e famigerati: Mohammad al Tous, il palestinese da più tempo in carcere, 39 anni, per un attentato compiuto nel 1985; Wael Qassem, uno dei leader della cellula Silwan di Hamas, condannato per la strage del 2002 al Café Moment di Gerusalemme (11 vittime) e quella allo Sheffild Club (15 morti); Tabet Mardawi, Jihad Islamica di Jenin, coinvolto nell’omicidio di 20 israeliani; Nassim Zaatari, Hamas, sentenza per l’attacco al bus di Gerusalemme nel 2003 (23 vittime).

Inutile chiedere conto delle colpe, per le famiglie sono tutti innocenti e oggi è la loro festa. Maisa, 33 anni, ha riabbracciato suo zio Abu Bakr, che doveva scontare 4 ergastoli. L’ultima volta che lo ha visto a piede libero era il 2000. «Non lo so perché era dentro, gli israeliani ci arrestano per nulla…». Se lo zio è Yasser Abu Bakr, ha armato la mano di chi ha colpito l’hotel Netanya nel 2002, uccidendo una bambina.

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