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Auschwitz, a 80 anni dalla liberazione l’allarme dei sopravvissuti: “Può succedere ancora”

(reuters)

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La cerimonia in presenza di delegazioni da oltre cinquanta Paesi e cinquanta superstiti del campo: “Non consentiremo mai e poi mai che quel passato si ripeta”
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AUSCHWITZ-OSWIECIM — Quando Tova Friedman arrivò ad Auschwitz, a giugno del 1944, aveva cinque anni. Il cielo era oscurato dal fumo, l’aria pregna di una puzza terribile. La madre le disse “se ci ammaliamo…”, e non finì la frase. Le bastò indicare le ciminiere e quel fumo nero. «E sapevo, anche se avevo cinque anni e mezzo. Tutti sapevamo». Invece, quella bimba polacca sopravvisse miracolosamente al lager, emigrò negli Stati Uniti e intraprese una carriera da psicoterapeuta.

Per le solenni celebrazioni degli ottant’anni della liberazione del campo di sterminio, Friedman è salita sul podio allestito ieri davanti alla “Porta della morte” di Birkenau, e ha rievocato il suo personale abisso. Friedman è da anni una star di Tiktok, dove spiega l’Olocausto al nipote e cerca di raggiungere le generazioni più giovani, sempre più ignare dell’abominio nazista. Oggi è tornata a gridare al mondo che «non consentiremo mai e poi mai che quel passato si ripeta».

Anche Primo Levi arrivò qui nel suo …

AUSCHWITZ-OSWIECIM — Quando Tova Friedman arrivò ad Auschwitz, a giugno del 1944, aveva cinque anni. Il cielo era oscurato dal fumo, l’aria pregna di una puzza terribile. La madre le disse “se ci ammaliamo…”, e non finì la frase. Le bastò indicare le ciminiere e quel fumo nero. «E sapevo, anche se avevo cinque anni e mezzo. Tutti sapevamo». Invece, quella bimba polacca sopravvisse miracolosamente al lager, emigrò negli Stati Uniti e intraprese una carriera da psicoterapeuta.

Per le solenni celebrazioni degli ottant’anni della liberazione del campo di sterminio, Friedman è salita sul podio allestito ieri davanti alla “Porta della morte” di Birkenau, e ha rievocato il suo personale abisso. Friedman è da anni una star di Tiktok, dove spiega l’Olocausto al nipote e cerca di raggiungere le generazioni più giovani, sempre più ignare dell’abominio nazista. Oggi è tornata a gridare al mondo che «non consentiremo mai e poi mai che quel passato si ripeta».

Anche Primo Levi arrivò qui nel suo stesso anno, nel 1944, anche lui scrisse che i suoi aguzzini gli insegnarono da subito che l’unico modo per uscire dal campo era “attraverso le ciminiere”. Sopravvisse, morì molti anni dopo, nel 1987. Ma chissà cosa avrebbe detto del risorgere delle destre più estreme, dei nazionalismi, dell’antisemitismo, del razzismo dilagante. «Quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il lager» scrisse in “Se questo è un uomo”. Il dogma inespresso che aleggiava anche oggi nell’aria, che è tornato ad appestare la vita pubblica in Occidente, è ancora quello evocato da Levi: ogni straniero è nemico.

Ne ha parlato un altro sopravvissuto salito sul podio, Leon Weintraub. Dopo aver attraversato l’inferno di Auschwitz - all’arrivo la madre e la zia furono immediatamente inghiottite dalle camere a gas - fu salvato dai francesi nel 1945 a Offenburg. Pesava 35 chili e aveva il tifo. Tornò per un po’ a Varsavia, divenne medico, ma il l’insorgenza dell’antisemitismo nella Polonia comunista lo indusse nel 1969 a lasciare il Paese, a emigrare «nella neutrale Svezia».

Weintraub fu costretto a scappare due volte dall’odio contro il popolo ebraico: nella Polonia occupata dai nazisti e in quella piagata dallo stalinismo. E davanti alla porta che aveva varcato oltre ottant’anni fa da prigioniero, oggi non ha usato giri di parole. «Mi rattrista profondamente vedere uniformi e slogan in stile nazista per le strade d’Europa, senza che ci siano conseguenze. Questi sedicenti nazionalisti propagano la stessa ideologia d’odio dei nazisti tedeschi, un’ideologia che ha ammazzato milioni di persone considerate “subumane”».

E come Levi decenni fa, anche Weintraub mette in guardia dal ritorno dell’intolleranza e della rabbia «verso chi è diverso». È il momento «di essere vigili», e di non ignorare ciò che fu sottovalutato negli anni Trenta. «La commemorazione dell’anniversario della liberazione di Auschwitz ci serva da monito contro il trattamento disumano degli individui e da avvertimento contro l’ascesa sempre più rumorosa della destra radicale e antidemocratica».

Auschwitz è il campo di sterminio più famoso, una metonimia dell’Olocausto e della “soluzione finale” maturata dai nazisti. Tanto che lo scrittore austriaco Robert Menasse suggerisce ne “La capitale” che lo si erga a mito fondante dell’Europa del dopoguerra. Auschwitz è l’inferno più citato dell’enorme universo concentrazionario, non solo perché a partire dal 1942 divenne il luogo deputato dello sterminio degli ebrei - da allora in pochi scamparono alla selezione della famosa rampa, la stragrande maggioranza veniva mandata direttamente nelle camere a gas e dei sei milioni di ebrei uccisi dal regime di Hitler, oltre un milione morirono qui. Ma anche, e per questo è il lager più importante e studiato, perché quando i sovietici lo liberarono, il 27 gennaio del 1945, i nazisti erano riusciti a distruggerne solo una parte: rispetto a Treblinka o Sobibor, le infrastrutture dello sterminio erano quasi intatte.

È comprensibile, nell’ottantesimo anniversario della liberazione, che i dignitari del mondo venuti ieri a chinare il capo dinanzi alla vergogna dell’Olocausto, ad accendere un cero e ad omaggiare le vittime, non siano saliti sul palco e abbiano lasciato parlare soltanto i sopravvissuti. I sovrani spagnoli, olandesi, svedesi, belgi o britannici sedevano nelle prime file con il cancelliere tedesco Scholz e il presidente francese Macron, con Sergio Mattarella e il presidente ucraino Zelensky (ma non col russo Putin, estromesso dalla lista degli invitati dopo l’attacco a Kiev). E si sono alzati in piedi tutti alle parole da brividi di Janina Ivanska, 95 anni, scampata ad Auschwitz e Ravensbrück. «Quando la guerra finì, “mai più” divenne una promessa. Ma è impossibile che queste cose non succedano di nuovo. La guerra e il caos possono esplodere in qualsiasi momento. Lasciandoci senza alcun luogo dove fuggire».

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