Ritorno a Gaza City, dopo 15 mesi di guerra in centinaia di migliaia si incamminano verso nord
dal nostro inviato Fabio TonacciGerusalemme — Camminano verso nord e decidono di chiamarlo «il giorno della vittoria» perché tornare a casa è una vittoria. Come sopravvivere. Ventisette gennaio 2025, ore 7 del mattino, dopo quindici mesi di guerra il passaggio è aperto. Migliaia di profughi calpestano la sabbia e i piani di Trump che li vorrebbe deportare altrove. Un muro umano che va lento e fa rumore, anziani, genitori, figli, malati, sedie a rotelle, cani, capre, ogni passo è la pennellata di un quadro di popolo, il Quarto Stato palestinese, perché il quarto è l’unico rimasto: il terzo, il secondo e il primo sono stati annientati da un anno e più di bombe israeliane.
Si va a piedi, in fila, sollevando la polvere, trasportando materassi e farina, raccattando vite interrotte. Chi ha la macchina è bloccato in code chilometriche sulla Salah al Din, perché le macchine le controllano, i pedoni no. Il mare è a sinistra, davanti ci sono le rovine, di lato le rovine, tutto attorno le rovine. Si sono svegliati all’alb…
Gerusalemme — Camminano verso nord e decidono di chiamarlo «il giorno della vittoria» perché tornare a casa è una vittoria. Come sopravvivere. Ventisette gennaio 2025, ore 7 del mattino, dopo quindici mesi di guerra il passaggio è aperto. Migliaia di profughi calpestano la sabbia e i piani di Trump che li vorrebbe deportare altrove. Un muro umano che va lento e fa rumore, anziani, genitori, figli, malati, sedie a rotelle, cani, capre, ogni passo è la pennellata di un quadro di popolo, il Quarto Stato palestinese, perché il quarto è l’unico rimasto: il terzo, il secondo e il primo sono stati annientati da un anno e più di bombe israeliane.
Si va a piedi, in fila, sollevando la polvere, trasportando materassi e farina, raccattando vite interrotte. Chi ha la macchina è bloccato in code chilometriche sulla Salah al Din, perché le macchine le controllano, i pedoni no. Il mare è a sinistra, davanti ci sono le rovine, di lato le rovine, tutto attorno le rovine. Si sono svegliati all’alba, avanzano come possono col poco che hanno, i droni riprendono dall’alto, due ragazzi sono saliti sul traliccio per sventolare la bandiera palestinese, un vecchio ha un infarto nel giorno più importante, un bambino scalzo porta in spalla un altro bambino e un lecca lecca, si vedono abbracci a metà via e sono la cosa più bella, inaspettati ricongiungimenti familiari di gente che si credeva morta.
Con due giorni di ritardo rispetto a quanto previsto dall’accordo di Doha, è finalmente permesso attraversare il corridoio Netzarim che taglia in due la Striscia di Gaza. Netzarim, dal nome della colonia israeliana che era lì fino al 2005. Gli sfollati (in tutto 1,9 milioni su 2,3 milioni di abitanti) vanno su a cercare una casa che quasi sicuramente non troveranno. Il 65 per cento dei palazzi della Striscia è distrutto, nel nord è il 90 per cento. «Stamani mi sono lavata la faccia, ho messo le scarpe, ho preso una borsa e camminerò per quattro ore per arrivare a Tal Alhawa, il mio quartiere a Gaza City», racconta a Repubblica una ragazza, Diana Abed, nel mezzo della marcia. È una voce tra le migliaia di voci che mormorano, parlano e urlano lungo la brulicante Rashid Street, più o meno un solco tracciato lungo la costa, la strada di tanti massacri. Sono tutti impazienti di vedere cos’è rimasto, fin dove è stato devastato. «Accanto a me c’è una donna anziana sola e malata che non ce la fa più, la sto aiutando. Tra noi c’è solidarietà, è un bel giorno da vivere».
La distanza da percorrere è variabile. Chi era nella tendopoli di Deir al Balah si fa una quindicina di chilometri, dal campo di Nuseirat un po’ meno, dieci chilometri. Dalla zona umanitaria di al Mawasi è più lunga, serve la macchina, un carro, perlomeno un asino che tira. «È la nostra festa, siamo resuscitati e ora stiamo entrando in paradiso», fa un ventenne di nome Ahmad Adas, piegato dalle due valigie che ha sulle spalle, ma non spezzato. «Abbiamo una sola cosa da dire al mondo, Gaza appartiene ai palestinesi e da qui non ci muoviamo, neanche se l’Idf manda un carro armato per ognuno di noi». Messaggio per Trump e per il duo Smotrich-Ben Gvir che si immaginano di ricostruire a Gaza una Monte Carlo. Senza i palestinesi.
La calca è direttamente proporzionale all’attesa del ritorno. Enorme. Le autorità locali stimano in 200 mila persone che hanno lasciato le aree umanitarie, Hamas dice 300 mila: è un numero impossibile da verificare, ma dai video che circolano appare plausibile. Nelle prossime ore si arriverà a mezzo milione. L’accordo raggiunto domenica notte tra la Jihad Islamica e Israele per il rilascio di Arbel Yahud, sparita dal gruppo di ostaggi liberati sabato, ha sbloccato il Corridoio Netzarim, che ora è accessibile alle 7 per i pedoni e alle 9 per le auto. Non tutti se la sono sentita, però.
«Non ho una macchina, e anche se l’avessi aspetterei perché fino all’8 febbraio si può andare a nord, ma poi non si può tornare a sud», dice il poeta Akram al Sorani, rimasto nella sua tenda di Deir al Balah. «A piedi non è fattibile, ho la biancheria da letto, ho i mobili. Ci sono da fare ore e ore di fila in macchina perché controllano con uno scanner a raggi X». È nell’intesa sulla tregua: per evitare che Hamas riesca a spostare armi ed esplosivi, i veicoli vengono passati a setaccio da contractor egiziani e qatarini, con l’aiuto non ufficiale degli americani. Il varco delle auto è un caos quasi immobile, tanti tornano indietro. Riproveranno oggi, c’è tempo.
Le truppe dello Stato ebraico sono ancora posizionate: avvertono di non avvicinarsi ai soldati e di non collaborare con le brigate di Hamas o con altri gruppi armati. Ismail Abu Matter è stato per due giorni seduto a terra, al freddo, davanti al checkpoint che rimaneva chiuso. È insieme ai quattro figli. «Provo la gioia del ritorno». I suoi nonni si erano rifugiati a Gaza dopo la nascita dello Stato di Israele. «Temevo di rivivere un’altra Nakba, un’altra catastrofe come allora, e di non rivedere più la mia casa al nord».
Quando cala l’oscurità, in tanti hanno già rifatto il viaggio al contrario perché le case non ci sono più, allora meglio la tenda che il nulla. Il telefono di Diana Abed squilla per un po’ a vuoto. A fatica ha raggiunto Tal Alhawa. «Il mio condominio è come un pezzo di zucchero sciolto. Tutto è raso al suolo, non riconosco nemmeno il quartiere. Ho il cuore spezzato. Non so cosa fare. Sono da sola, è notte e fa freddo».