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La conta dei vivi e dei morti, angoscia per gli ostaggi. Netanyahu alla Casa Bianca

(reuters)

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Informate le famiglie: “Senza vita 8 dei 33 prigionieri che saranno liberati nella prima fase della tregua”. Il timore per i piccoli Bibas. L’israeliano primo leader straniero dal tycoon. Scontro sullo stop all’Unrwa
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Tel Aviv — È martedì 4 febbraio la data da segnare in rosso per chi segue il Medio Oriente. Quel giorno Benjamin Netanyahu sarà il primo ospite straniero ad essere ricevuto alla Casa Bianca da Donald Trump: un incontro che non è solo simbolico in un giorno che non è solo simbolico. Ventiquattro ore prima, il 3 febbraio, sarà il sedicesimo giorno dall’inizio del cessate il fuoco che Trump e i suoi uomini (insieme all’amministrazione Biden) hanno strappato al governo israeliano e ad Hamas. E dunque il giorno in cui, secondo il documento firmato a Doha, i due lati si impegnano a iniziare la discussione sulla fase due e tre della tregua. Quella in cui Hamas dovrebbe impegnarsi a rilasciare tutti gli ostaggi nelle sue mani, vivi e morti. E Israele a ritirarsi da altre aree della Striscia e a dare via libera per l’inizio della ricostruzione e della transizione politica di Gaza.

Al centro dell’incontro ci sarà probabilmente anche la decisione, annunciata oggi da Israele, di lasciare in mani…

Tel Aviv — È martedì 4 febbraio la data da segnare in rosso per chi segue il Medio Oriente. Quel giorno Benjamin Netanyahu sarà il primo ospite straniero ad essere ricevuto alla Casa Bianca da Donald Trump: un incontro che non è solo simbolico in un giorno che non è solo simbolico. Ventiquattro ore prima, il 3 febbraio, sarà il sedicesimo giorno dall’inizio del cessate il fuoco che Trump e i suoi uomini (insieme all’amministrazione Biden) hanno strappato al governo israeliano e ad Hamas. E dunque il giorno in cui, secondo il documento firmato a Doha, i due lati si impegnano a iniziare la discussione sulla fase due e tre della tregua. Quella in cui Hamas dovrebbe impegnarsi a rilasciare tutti gli ostaggi nelle sue mani, vivi e morti. E Israele a ritirarsi da altre aree della Striscia e a dare via libera per l’inizio della ricostruzione e della transizione politica di Gaza.

Al centro dell’incontro ci sarà probabilmente anche la decisione, annunciata oggi da Israele, di lasciare in maniera definitiva le sue truppe sul monte Hermon, la cima che domina le Alture del Golan (occupate nel ’67) e la zona intorno a Damasco: le truppe israeliane l’avevano occupato a dicembre, immediatamente dopo la cacciata di Bashar al Assad da parte dei ribelli guidati da Mohammad al Jolani.

L’annuncio dell’incontro di Washington è arrivato in serata in Israele dopo una giornata complessa dal punto di vista psicologico. In attesa dei due scambi ostaggi/prigionieri previsti per domani e per sabato, il senso di sollievo per i liberati dei giorni scorsi ha lasciato spazio ad angoscia e tristezza. Dopo aver ricevuto conferma da Hamas che solo 25 dei 33 ostaggi che verranno liberati nella prima fase sono vivi, l’Idf ha comunicato ad alcune famiglie che le speranze per i loro cari sono praticamente nulle. “Grave preoccupazione” è la formula usata per indicare coloro che non torneranno, in attesa di confermarne la morte quando verranno consegnati i corpi.

Di “grave preoccupazione” si è parlato nei giorni scorsi per Shiri Bibas e i suoi bambini, Kfir e Ariel, 9 mesi e 4 anni quando sono stati portati via da Nir Oz: i familiari hanno risposto con rabbia, ma non hanno aggiunto commenti. Mentre ieri il fratello di un ostaggio e il figlio di un altro hanno ammesso che i loro cari non torneranno: sono Danny Elgarat, fratello di Itzik, e Yizhar Lifshitz, figlio di Oded, entrambi presi a Nir Oz, entrambi feriti nell’attacco. Lifshitz è uno dei volti simbolo del 7 ottobre: 84 anni, giornalista, pacifista, aveva incontrato Yasser Arafat quando Israele lo considerava un terrorista e per primo aveva raccontato il ruolo dei soldati israeliani nel massacro dei campi profughi di Sabra e Chatila in Libano. Alla lista delle vittime mancano tre nomi: e l’interrogativo su chi siano ieri occupava i titoli di telegiornali e siti internet.

Nell’attesa di notizie, domani ci sarà il terzo scambio tra ostaggi presi da Hamas e detenuti palestinesi nelle carceri dello Stato ebraico. Appuntamento particolarmente delicato: è possibile che le due donne che verranno liberate (la soldata Agam Berger in cambio di 50 prigionieri palestinesi e la civile Yarbel Yahoud in cambio di 30) siano tenute in zone diverse della Striscia, a Sud e a Nord del Corridoio Netzarim che la divide. Se non sarà possibile riunirle, il Comitato internazionale della Croce rossa dovrà gestire due uscite separate: oggi si conoscerà il nome del terzo ostaggio liberato, con tutta probabilità l’americano-israeliano Keith Seigel, 65 anni, del kibbutz Kfar Azza.

Mentre si parla di ostaggi, di prigionieri e di soldati è passata in secondo piano una notizia che avrà invece un peso importante in futuro: da domani l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (Unrwa) dovrà chiudere gli uffici di Gerusalemme Est da cui per decenni ha gestito l’assistenza a decine di migliaia di palestinesi. Israele ha bandito l’Unrwa dal suo territorio mesi fa, accusandola di aver offerto copertura ad Hamas. Una decisione che lascia scoperte le migliaia di civili che da ospedali, scuole, centri di formazione e mense dell’Unrwa dipendono. L’amministrazione Trump ha affermato di sostenere la decisione di Netanyahu, mentre il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha lanciato un appello affinché sia ritirata.

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